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Oltre i confini

Il suo libro Alle frontiere della 180 prende spunto dalle storie, dentro e fuori i confini non solo geografici, di migranti che provengono da altrove, da altre culture, da altre strutture sociali, dal “diverso”. Che cosa ci insegnano e ci donano queste storie? Qual è la valenza sociale di una cultura transculturale?

La scelta di raccontare anche dei casi particolari non rappresenta certo un approccio nuovo in medicina, ma credo che acquisti un valore peculiare in un contesto dove solitamente ci si riferisce alle persone attraverso categorie generali: i migranti, i rifugiati, i richiedenti asilo, ecc.

Raccontare delle storie significa quindi restituire un valore alla soggettività dei pazienti, del terapeuta e anche del lettore: le storie sono infatti state scritte in modo tale che chi legge possa confrontarsi con la profondità delle singole esperienze. Forse questo può rispondere anche alla seconda domanda, nel senso che lo sviluppo di una cultura dell’alterità permette di avvicinare e percorrere la diversità, compresa quella che abita in ciascuno di noi, senza stigmatizzarla e quindi normalizzarla.

Ci può spiegare brevemente quali sono il principio e il metodo della clinica transculturale e dell’etnopsichiatria?

Premetto che userò i termini di psichiatria transculturale ed etnopsichiatria come se fossero sinonimi, secondo l’uso che ne fa Georges Devereux. Esistono diverse scuole che si occupano di clinica transculturale e diversi approcci al paziente, sia individuali sia di gruppo. Io in particolare sono stato iniziato a questi temi da Vanna Berlincioni, psicoanalista e ricercatrice presso l’Università di Pavia. Il libro parla poi nel dettaglio della scuola sviluppata in Francia da Marie Rose Moro, che ringrazio per aver scritto una bella prefazione al testo, e per molto altro. Sinteticamente si può dire che l’approccio contemporaneo dell’etnopsichiatria è quello di guardare alla differenza, nella fattispecie culturale, come ad un valore su cui fondare occasioni di scambio, dotandosi anche dei mezzi tecnici per farlo: in questo contesto è per esempio molto importante che il paziente possa parlare la propria lingua, se vuole. Purtroppo in molte realtà, non solo sanitarie, la presenza dei traduttori è tutt’altro che assicurata.

Attraverso il racconto delle persone che ha incontrato nella sua pratica clinica, del loro essere diversi, propone una riflessione sull’assistenza psichiatrica richiamando l’attenzione sulla rivoluzionaria legge 180 che affermava che si può vivere bene insieme senza aver paura di quello che viene da altrove. Che cosa accomuna il periodo in cui nacque la legge Basaglia con quello di oggi dominato dal tema delle migrazioni e della chiusura dei confini?

Risponderò a questa domanda dalla mia prospettiva di clinico. All’epoca in cui nacque la legge Basaglia avevo qualche mese di vita e quel che so di quel periodo mi deriva soprattutto dall’incontro con persone che lo hanno vissuto, oltre che dalle mie letture. Lavorando nei servizi sanitari, l’impressione è tuttavia quella che alla psichiatria venga nuovamente richiesto, in generale, un ruolo normalizzante e, per così dire, di controllo sociale. Succede che vengano portati in Pronto soccorso con la richiesta di ricovero in psichiatria stranieri che genericamente “fanno problema” o che “danno problemi”, spesso prima ancora di capire la loro storia, quello che gli è successo, cosa stanno cercando di chiedere. L’idea che circola è di ricoverarli nell’unico reparto spesso chiuso dell’ospedale, per l’appunto quello di psichiatria, quasi in maniera aprioristica. Si capisce allora perché sia possibile pensare a un parallelo tra l’operazione della legge Basaglia, che cercava di restituire la propria storia e infine la dignità a persone chiuse per anni in manicomio, e l’approccio di comprensione e decentramento dell’etnopsichiatria. Per questo, infine, raccontare le storie dei singoli individui è così rivoluzionario.

Cosa può imparare la psichiatria odierna in Italia dalla clinica dei pazienti migranti? E cosa può imparare la clinica in generale?

Penso che la psichiatria, interessandosi alla clinica dei pazienti migranti, possa trovare nuovi stimoli per ripensarsi come una disciplina inclusiva, attenta all’altro e quindi umana, difendendo queste idee anche al di fuori del proprio ambito, nella società in generale, a proposito di confini. Di fatto si tratta di ripensarsi – ma anche di rivendicarsi – come una specialità della relazione, qualità che peraltro non dovrebbe mancare anche nella clinica medica più in generale, ancor più oggi dove si assiste ad uno sviluppo tecnologico in medicina molto veloce che però rischia di far sparire le persone. È comunque doveroso sottolineare a questo proposito che oggi i medici italiani sono spesso costretti a ritmi eccessivamente incalzanti, e a far fronte a una carenza di risorse che dura ormai da molto tempo. In questo, Alle frontiere della 180 è un libro di resistenza dove si racconta della possibilità di fare altrimenti, nonostante le difficoltà.

Un capitolo del suo libro è dedicato alle nuove forme di famiglia: famiglie di emigrati, famiglie con figli adottivi provenienti da altre culture, famiglie miste o di coppie omogenitoriali. Quali sono le esigenze dei figli di queste famiglie?

Credo che si tratti di dare la possibilità a questi bambini di pensarsi all’interno di una rete di relazioni plurale, senza negare né stigmatizzare le loro appartenenze, o la loro storia passata. Si tratta di avere uno sguardo diverso su queste famiglie contemporanee, di cui alcune storie sono raccontate nel libro, anche in riferimento ad alcuni temi transculturali di grande attualità, come il bilinguismo o l’omogenitorialità.

Alla luce della sua esperienza considera l’inclusione sociale un’utopia o un sogno realizzabile?

Un bel libro di Franco Basaglia si intitola l’Utopia della realtà, e del resto in Italia è stata emanata una legge che era impensabile fino a pochissimo prima. Si tratterebbe forse di porre la domanda in un altro modo: quali sono gli impedimenti oggi al fatto che lo straniero e, più in generale, la diversità, che è un tema che riguarda tutti, abbiano diritto di cittadinanza nella nostra società? Su questi temi si è prodotta una retorica “facile da pensare”, che va dal cinico sentimentalismo alla franca espulsività. Si tratta quindi di trovare nuove visioni e nuove narrazioni che ci permettano di uscire da queste secche. Spero che Alle frontiere della 180 possa dare il suo contributo, a partire dalla cura della sofferenza dei pazienti venuti da altrove.

Commento

  1. Maria Cascio 17 maggio 2017 at 23:08 Rispondi

    Trovo l’intervista interessante, per gli argomenti affrontati e per la chiarezza espositiva.

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