Né paziente né assistito ma…
Prima di tutto è una persona. Così la pensa Giuliano Bono, medico di famiglia, riguardo la questione dibattuta di sostituire il termine “paziente” con “assistito”. “Dire che è un paziente significa farlo entrare in una categoria, stigmatizzarlo con un etichetta. Così diventa oggetto di cura, protocolli, linee guida. Cioè perde la sua individualità, la sua fragilità”. Dire o meglio riconoscere che è una persona (e non un altro “caso di…”) significa porsi nella giusta condizione per aprire una relazione simmetrica, di fiducia.
La comunicazione è già terapia
Se non comunichi che medico sei? Torniamo sulla storia di Lucia Fontanella, La comunicazione diseguale. “Bisogna comunicare per farsi capire, per condividere le scelte, rassicurare…”, riconosce Giuseppe Bono, medico di famiglia. “Questo libro è già uno strumento di formazione. La medicina narrata dai non medici ha un ruolo nella crescita dell’ascolto e dell’empatia. Racconta come gli altri ti vedono, ma non te lo dicono, quando si siedono dall’altra parte della scrivania.”


