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Agosto, salute mia non ti conosco

Agosto, salute mia non ti conosco
Luca De Fiore, Direttore generale de Il Pensiero Scientifico Editore. Pubblicato su Va’ Pensiero 628.
Qualcuno sostiene che le grandi riviste di medicina evitino di pubblicare articoli fondamentali durante il mese di agosto: molti lettori non se ne accorgerebbero e l’impact factor del giornale pagherebbe le conseguenze. A pensar male si fa peccato ma qualche volta ci si azzecca e sembra confermarlo lo scarno elenco delle notizie più rilevanti selezionate da Mary Pickett della Harvard Medical School per InteliHealth: “What your doctor is reading?”. Suggeriremmo di non farsi troppo… influenzare dall’articolo di Diaz Granados et al. pubblicato sul New England Journal of Medicine: il vaccino antinfluenzale ad alto dosaggio dovrebbe garantire nell’anziano maggiore protezione da polmonite, disturbi cardio-respiratori, uso di medicinali e ospedalizzazione. Nonostante la notizia subito ripresa dall’AIFA sul proprio sito istituzionale non ne faccia parola, è uno studio finanziato da Sanofi Pasteur e in questo caso la pubblicazione estiva potrebbe essere dettata da ragioni diverse da quelle legate alla bibliometria.

Accanto a questa probabile non-notizia, Pickett segnala ovviamente il dramma di Ebola: proprio nel mese di agosto si è andata particolarmente diffondendo l’epidemia iniziata in Africa occidentale alla fine dello scorso anno. L’attenzione del Lancet per la Global Health traspare dall’aver creato un’area informativa che raccoglie tutti i contributi pubblicati sulle riviste del gruppo dedicati al tema. Chi volesse una sintesi in italiano, potrebbe approfittare del post di Giovanni Putoto pubblicato da Salute Internazionale.

Le immagini provenienti dai Paesi africani colpiti dal virus hanno suscitato compassione ma anche timori quasi sempre infondati. Alimentando prese di posizione irrazionali o strumentalmente tese a soffiare sul fuoco dell’ignoranza e della paura. È il caso del comico Beppe Grillo che ha chiesto di prevedere ponti aerei tra Lampedusa e… il mondo, per proteggere le forze dell’ordine dal contagio della tubercolosi dovuta al contatto con i migranti. Questa la replica al Grillo microbiologo di chi, in Italia, si occupa seriamente di controllo delle malattie infettive: “Quando si parla di malattie, soprattutto di tubercolosi, che evoca tristi ricordi, paure irrazionali, stigma bisogna stare attenti, perché l’informazione deve essere scrupolosa, attenta e non fuorviante e purtroppo sono in molti a parlarne in modo maldestro.”

The BMJ ha dato particolare spazio alla discussione di argomenti legati sì, alla professione, ma non a carattere clinico. È eticamente accettabile ingaggiare degli sherpa per scalare l’Everest? Una domanda intrigante non soltanto per il medico habitu dei trekking ad alta quota, perché tira in ballo il potere (e il valore) del denaro, come anche questioni riguardanti – per così dire – il consenso informato e la libertà di scelta di chi vive sotto la soglia di povertà.

Altra domanda senza risposta definitiva: è opportuno che i pazienti mandino mail al proprio medico? Ancora: ci sono delle controindicazioni per la peer review aperta? Per rispondere a questa domanda è necessario aspettare: solo dal prossimo autunno, infatti, The BMJ aggiungerà una tab al layout editoriale degli articoli di ricerca e alle Analysis pubblicate permettendo al lettore di accedere a una pagina dove trovare la storia dell’articolo: dalla submission alle osservazioni dei referee fino alle ultime correzioni prima della pubblicazione. C’è da prevedere che, comunque, di peer review si continuerà a parlare fin quando non cambierà il sistema di accreditamento accademico.

Esperimento molto interessante soprattutto se riuscisse a indicare la strada da seguire anche agli altri attori che fanno attività di valutazione della ricerca scientifica. Sempre più spesso, leggendo di trial che qualcuno subito presenta come rivoluzionari, si prova la curiosità di conoscere il percorso che dall’ultima virgola posta sul contenuto ha portato fino alla pubblicazione. È il caso, tra i tanti, dello studio Paradigm-HF presentato al congresso europeo di Cardiologia a fine mese e contestualmente pubblicato sul New England Journal of Medicine. Non abbiamo fatto in tempo ad ascoltare le relazioni a Barcellona (n tanto meno a leggere le 12 pagine dell’articolo: nulla rispetto alle migliaia di cartelle di dati raccolte nella ricerca alle quali  solo due tra gli autori, oltre ai dipendenti di Novartis, hanno avuto accesso) che abbiamo iniziato a leggere i commenti anche molto autorevoli (come quelli di Harlan Krumholz o di Vinay Prasad) non sempre entusiasti della metodologia dello studio. Chi guadagna sempre e comunque da questi grandi investimenti dell’industria farmaceutica sono le riviste scientifiche.

Una migliore gestione dello scompenso cardiaco, obiettivo della studio Paradigm-HF, potrebbe dare benefici a milioni di persone nel mondo. A questo proposito, si è discusso d’impatto sociale della ricerca osservando lo straordinario successo della raccolta fondi a favore dello studio delle cause e terapie della sclerosi laterale amiotrofica, una patologia terribile che colpisce però solo due persone ogni 100 mila. In molti non sono stati convinti dalle secchiate d’acqua che si sono rovesciati sul capo personaggi della politica e dello spettacolo: forse, la Ice Bucket Challenge ha fatto male alla salute perché è stata un’occasione mancata per parlare seriamente di come definire le priorità per la ricerca scientifica.

In questo agosto poco estivo ha fatto discutere anche la presa di posizione del National Institute for Health and Care Excellence inglese che ha fermato il farmaco antitumorale Kadkyla – indicazione: cancro della mammella –  a causa del costo troppo elevato: 90 mila sterline per paziente l’anno. Sempre in campo oncologico, il Lancet ha dato un’importante indicazione a proposito di una patologia – come il melanoma – che ha visto proporre diversi nuovi medicinali negli ultimi anni: un editoriale della rivista inglese non ha dubbi (“Prevention is better than cure”). Se per il Guardian dell’11 agosto è ora di discutere seriamente del prezzo dei farmaci oncologici, un tweet di Scott Belsky del 12 dello stesso mese avverte che “novel is not necessarily better”. Alla fin della fiera, nonostante il denaro investito in ricerca ostentiamo certezze che poggiano su basi insicure al punto che il giorno di ferragosto il direttore del Lancet, Richard Horton, scrive “The best we can say about HDL+CV disease is: we just don’t know for sure”.

Il 20 agosto, lo psichiatra Allen Frances si chiede se la psicoterapia non abbia bisogno di un sistema diagnostico proprio sulla falsariga del DSM-V e tre giorni dopo il cardiologo Eric Topol, inaspettatamente, spezza una lancia a favore di quella che definisce la “frugal innovation”: preferire le cose semplici che funzionano alle novità complesse di cui non conosciamo gli effetti. Molto spesso è la Rete ad alimentare aspettative ingiustificate, così che possiamo ben comprendere perché il grande informatico medico australiano Enrico Coiera confessi che quello attuale “it is not our web anymore” commentando un’intervista di Tim Berners Lee al Guardian.

Sul JAMA Pediatrics uno studio conferma un sospetto che potrebbe suggerire un cambiamento a molte famiglie: pranzare insieme ai genitori fa bene alla salute psicologica dei bambini. Sarebbe il caso di pensarci: se nelle terre degli ultimi, a dieci anni si sopravvive lavorando o facendo la guerra, il “primo mondo” è pieno di bambini cresciuti in modo strano. Ma come scrive Asad Raza sul New Yorker,  “maybe tennis players, like a lot of people these days, just take longer to grow up”.

10 settembre 2014

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