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Alla Fiera dell’Alka Seltzer

La prima giornata del nostro inviato speciale Carlo Fudei alla Fiera del Libro di Francoforte 2008.

Alka Seltzer? Presa. Il loden pesante? Pure. Sciarpe? Ci sono. Il raccoglitore da tre chili e mezzo con la corrispondenza con gli editori stranieri? Anche. Allaeroporto di Francoforte gli editori italiani li riconosceresti tra mille: intabarrati nei loro cappotti, terrorizzati dal freddo neanche si trattasse della ritirata del Don. Centinaia di Totò e Peppino alla scoperta del centro Europa, gli unici ad attendere i propri bagagli al nastro che trasporta le valige dall’aereo (gli altri vestiranno come sono partiti, bagaglio a mano e vai!). Soprabiti, impermeabili, pellicce delle improbabili accompagnatrici che, inseparabili dai propri telefonici, raccontano alle amiche: “Ciao cara, so’ a Monaco alla fiera der libbro”; mentre il marito, che sarebbe l’editore, dando di gomito suggerisce già spazientito: “Francoforte, stamo a Francoforte…“.

Una scena del filmAlla fila del taxi fa impressione il contrasto tra le gambe intirizzite delle inglesi e americane e le calze pesanti delle milanesi. Le prime, bianche e già in ilare agitazione prima ancora di assaggiare il vino europeo (c’è da aspettare il primo party del pomeriggio, se non il ballo da Weidemann: è là che serve l’Alka Seltzer, ma non basta di sicuro); le altre compassate, quasi si trattasse di sacrificarsi realmente per salvare la Cultura europea…Marito editore e moglie al seguito, ma non accompagnatrice, perché quella con la A maiuscola è l’interprete. Mitica figura dell’editoria nostrana, l’interprete. Siamo gli unici che possiamo vantare questa figura di centrale importanza nell’elaborazione delle strategie editoriali nazionali. Traduttrice (tentative) di conversazioni che hanno fatto la storia del sapere del dopoguerra: “It’s a completely different book from the other ones we have in our catalogue”, confessa di malavoglia l’account della multinazionale; “Dice che è ‘na cosa diversa dalle altre che ci hanno, dottore”, riferisce la ragazza. “Nun sanno che pesci pià, se vede che è ‘na sola”, dissuade la moglie, sempre la più attenta ai soldi. Eh sì, perché conoscere linglese, a Francoforte, può essere daiuto, ma non basta. L’importante è essere familiari con quel linguaggio cifrato per cui se un foreign rights manager ti dice che una bozza è “still to be edited” ti sta amichevolmente avvertendo che le castronerie, che inevitabilmente ci troverai quando la aprirai in albergo alle due del mattino, saranno di certo emendate nell’edizione che ci si appresta a stampare; che quella novità per la quale “there is a lot of interest” in realtà è il titolo più proposto e meno venduto, perché l’anticipo che viene richiesto è fuori da ogni ragionevolezza, soprattutto in un momento in cui, ad ogni latitudine, chi ha un po di soldi in tasca difficilmente pensa di investirli in cultura.

Locandina

“It’s so good I had to read it twice”: povera ragazza, la ventenne californiana reclutata in extremis non ci si raccapezzava in quelle quattrocento pagine da University Press, tanto che ha dovuto leggerle due volte e di sicuro non basteranno. Rinuncerà però prima di essersi avvicinata alla comprensione, di certo. La Fiera del Libro (o der Libbro?) di Francoforte è quella delle pagine non lette: un po’ perché vendute prima ancora d’esser scritte, un po’ perché francamente illeggibili, un po’ perché il livello culturale degli addetti all’editoria – più internazionale che italiana – è davvero deprimente ed è altamente improbabile che una qualunque delle account dei publisher internazionali abbia di recente aperto un libro. “Il primo anno è una vertigine, il secondo una rivisitazione, dal quarto in avanti è un inferno; ci sono andato per quindici anni, ha confessato Umberto Eco. Questa per noi è la ventitreesima e, per vivacizzare l’ambiente, se qualcuno chiederà perché mai perseveriamo nel frequentare un simile girone infernale, avremo la risposta pronta: “Sai, mi tocca, sono l’inviato di Va’ Pensiero…”.La prima giornata di lavoro volge al termine e, ancora, è coda al taxi. “Ahò, stamo a tornà in albergo: vedessi quanti libbbri che ce stanno”. “E piantala co’ sto telefonino, te lo butterebbe ner fiume, che butti ‘n sacco de sordi…”.15 ottobre 2008

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