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Alla ricerca delle connessioni perdute

Ci sono momenti nella vita professionale di un medico in cui si è soli di fronte al paziente e nessuno può dirci come reagire. Siamo solo noi, la nostra analisi clinica e una domanda che ronza nella testa: “E ora?”. Da una certa prospettiva, il nostro percorso formativo è una lenta ma progressiva evoluzione verso la solitudine delle proprie scelte. Durante il corso di laurea le difficoltà sono comuni e condivise: si creano reti per lo scambio di appunti, di “sbobine”, di domande d’esame e si studia assieme fino a tarda notte per preparare l’esame di anatomia, di patologia e le diverse cliniche. Anche i tirocini spesso sono organizzati in piccoli gruppi che negli anni fungono da punto di riferimento. Con l’ingresso nelle scuole di specializzazione cambia tutto. Si viene catapultati nelle attività di reparto con ritmi diversi a quelli a cui ci si era abituati, ma soprattutto con nuovi doveri e nuove autonomie. La rete di supporto non è più costituita da centinaia di compagni di corso, che non sempre si conoscono a fondo, ma dagli specializzandi più anziani, a cui invece spesso e volentieri ci si affida. Il cerchio si stringe e i legami si rafforzano perché le nostre insicurezze sono le stesse di altri prima di noi. Nel bene o nel male, si sa che esiste una spalla, almeno un po’ più esperta, su cui appoggiarsi per condividere le paure e le fatiche del quotidiano.

Quando infine entriamo nel mondo del lavoro all’improvviso i giochi sono fatti: siamo completamente responsabili del nostro sviluppo professionale e di ciò che facciamo. Certo, continuiamo ad aggiornarci e lavoriamo in team con altri colleghi ma agli occhi altrui abbiamo superato la sottile linea di confine verso la piena responsabilità. Siamo specialisti, con tutto quello che comporta: è scontato che la nostra esperienza ci renda completamente autonomi e sicuri nelle nostre scelte. È davvero così? Siamo realmente preparati ad affrontare la complessità che la professione medica ci pone ogni giorno? I corsi di laurea sono ancora troppo ancorati ad un paradigma nozionistico, in cui la formazione sulle reali competenze, ma soprattutto sulle attitudini relazionali, è episodica ed eterogenea, se non addirittura assente. Nelle scuole di specializzazione la frammentazione aumenta sempre di più anche a causa della mancanza di standard e di programmi condivisi, ed il bagaglio formativo dipende da fattori in buona parte aleatori. La possibilità di diventare professionisti autonomi rimane un privilegio di coloro che hanno la fortuna di crescere in Scuole con la esse maiuscola: abissi qualitativi possono separare i percorsi di due specializzandi della medesima disciplina. La conseguenza è un senso di insicurezza e impreparazione davanti alle esigenze dei nostri assistiti.

Un recente commento sul New England Journal of Medicine [1] racconta proprio della difficoltà di navigare nella solitudine del proprio lavoro e del bisogno di una costante interazione tra colleghi, per evitare l’esaurimento, il burnout e un senso più generale di smarrimento. Come sostiene l’autore, il cardiologo americano Ameya Kulkarni, affrontare queste sfide richiede oggi un approccio innovativo costruito su spazi e nuovi strumenti, che nel loro disegno incentivino la condivisione fra le persone. Un esempio è dato dai social media, che possono essere utilizzati per creare comunità virtuali in cui condividere le proprie esperienze su casi clinici o sulla vita di reparto.

Le connessioni offerte dai social media sono spesso dei palliativi che rischiano, paradossalmente, di isolarci dal circostante.

Nel pieno della notte, in attesa che il telefono della stanza di guardia squilli, anche un messaggio in un gruppo Facebook permette di alleviare in parte la solitudine: “È successo anche voi? Cosa mi consigliate?”. E magari qualcuno in un altro ospedale e nella stessa situazione, risponde. A volte basta anche meno, giusto un meme per superare la noia. C’è però il rovescio della medaglia di cui dobbiamo essere ben consapevoli, perché le connessioni offerte dai social media sono spesso dei palliativi che rischiano, paradossalmente, di isolarci dal circostante. “Cadiamo facilmente nella fallacia del ritenere che essere sempre connessi ci renderà meno soli – sottolinea lo psicologo Sherry Turkle – in realtà siamo a rischio del contrario.” Quando infatti cerchiamo, tra una visita e l’altra, di connetterci con amici e conoscenti tramite WhatsApp, ci aggrappiamo al mondo esterno per sentirci meno soli, negando un’attenzione che invece la realtà attorno ci richiederebbe per poter rafforzare le nostre connessioni con chi abbiamo di fianco.

Per superare le distanze coperte solo in parte dagli smartphone, la strada suggerita dall’esperienza di Kulkarni è quella di recuperare il senso della condivisione tra persone, tra professionisti, sia per imparare a conoscersi al di là del quotidiano, sia per lasciare che temi cruciali, naturali ma troppo spesso ignorati, come la compassione, la paura e la perdita, ci attraversino in quegli spazi: esperienze quotidiane che per percorso di formazione siamo portati a scotomizzare. Quello che l’articolo descrive, in ultima analisi, è il bisogno profondo di confrontarsi senza timori con l’insicurezza e la solitudine che inevitabilmente tutti noi viviamo, esseri umani e professionisti della salute, specializzandi e primari, chirurghi che affrontano scelte dolorose in sala operatoria e direttori generali che si caricano sulle spalle gravose responsabilità.

Nei medici il calo di empatia sembra essere il prezzo da pagare per prendere decisioni difficili ogni giorno. Nonostante questo fenomeno di progressivo distacco nei confronti dei pazienti sia documentato a livello mondiale già dal terzo anno del corso di laurea e nonostante il progressivo aumentare dei carichi di lavoro e le fredde logiche di efficientamento che viviamo, non possiamo e non dobbiamo permettere che “fare il dottore sia soltanto un mestiere” [2,3].

Oltre a sperare di trovare un po’ di conforto sui social, dobbiamo dunque ripensare radicalmente il percorso formativo del medico per renderlo all’altezza di questo compito.

Per invertire la rotta, oltre ad agire a monte sul funzionamento dell’intera organizzazione sanitaria, riconoscendone le interdipendenze con gli altri settori, bisogna iniziare a preparare sin da subito le prossime generazioni di medici alla cooperazione, alla condivisione e al confronto, così che il rapporto non sia più solo medico-paziente, ma tra professionisti al servizio del paziente. Perché è vero, ci sono momenti nella vita professionale di un medico in cui si è soli, e nessuno può dirci come reagire, ma le università, i corsi e le scuole di specializzazione hanno il dovere di fornire gli strumenti adeguati per riconoscerli ad affrontarli, sia come singoli che come collettività professionale. Oltre a sperare di trovare un po’ di conforto sui social, dobbiamo dunque ripensare radicalmente il percorso formativo del medico per renderlo all’altezza di questo compito. Per ogni lezione sull’ecg, un laboratorio per la gestione dei gruppi; per ogni malattia spiegata, il racconto personale di un paziente che ci convive; per ogni manovra chirurgica, il punto di vista di altri colleghi; per ogni ora di esame obiettivo, uno spazio su come riconoscere e gestire le proprie emozioni; per ogni seminario di medicina legale, un corso su come identificare ed affrontare il burnout: queste potrebbero essere le chiavi di volta per recuperare le connessioni perdute.

Si tratta di una sfida non più rimandabile per rimettere al centro della medicina la nostra umanità, con tutte le nostre forze e soprattutto tutte le nostre debolezze.

Bibliografia

  1. Kulkarni, A. Navigating loneliness in the era of virtual care. Nejm 2019; 380: 307-9.
  2. Wilkes M, Milgrom E, Hoffman JR. Towards more empathic medical students : a medical student hospitalization experience. Med Educ 2002; 36: 528-33.
  3. Chen DC, Kirshenbaum DS, Yan J, Kirshenbaum E, et al. Characterizing changes in student empathy throughout medical school. Medical teacher 2012; 34: 305-311.

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