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Carta del Rischio cardiovascolare: istruzioni per l’uso

Quali elementi rendono la Carta del Rischio Cardiovascolare elaborata in esito al Progetto Cuore diversa da altri strumenti già realizzati?

Le carte del rischio sono strumenti che si basano sull’utilizzo delle funzioni di rischio di studi prospettici: una funzione di rischio non è altro che un’equazione che identifica i fattori di rischio che maggiormente, e indipendentemente dalle interrelazioni tra loro, contribuiscono a determinare la malattia.
È evidente che se si vuole utilizzare una carta del rischio che identifichi la probabilità per un singolo individuo di ammalarsi di una specifica malattia in un determinato luogo e in uno specifico periodo temporale, è necessario fare riferimento a funzioni di rischio che derivano da studi effettuati in quel luogo ed in quel periodo di tempo. Inoltre, la composizione geografica e socio-economica dei gruppi di popolazione studiati ha un ruolo decisivo per favorire l’applicazione generalizzata della carta. Fino al Progetto Cuore erano disponibili in letteratura funzioni di rischio derivate da popolazioni americane o centro europee in tempi relativamente vicini al decennio 1990-2000; tra queste la funzione Framingham, molto usata anche in Paesi del Nord Europa e proposta anche per la popolazione italiana.
Le funzioni italiane disponibili si riferivano a studi piuttosto lontani nel tempo, relativamente selezionati oppure capaci di predire il rischio di morte cardiovascolare ma non di malattia anche nella sua componente non fatale. Il Progetto Cuore ha potuto contare sui dati relativi ad alcune decine di migliaia di persone, reclutate e studiate con modalità standardizzate a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, con numerosità soddisfacente anche per la componente femminile della popolazione, per la quale solitamente i dati in letteratura sono scarsi.

La somministrazione della Carta secondo le metodologie indicate è compatibile con lo svolgimento "ordinario" dell’attività assistenziale?

Un medico prima di decidere cosa fare con un paziente ne valuta l’anamnesi, i risultati dell’esame obiettivo ed i test di laboratorio o strumentali. Applicando la Carta del Rischio non fa altro che, in meno di un minuto, identificare la condizione di rischio cardiovascolare del paziente. Un’operazione non "accademica", visto che, sia per decidere il trattamento farmacologico sia quello non farmacologico, le linee-guida indicano una valutazione del rischio cardiovascolare individuale. È, insomma, una prassi di buona pratica clinica.

Il buon esito dei programmi di prevenzione richiede non soltanto risorse economiche ed umane, ma anche l’alleanza tra operatori sanitari, dirigenti della sanità e autorità politiche; nonch una forte motivazione da parte dei cittadini. Ritiene che queste condizioni si possano verificare nel caso della Carta del Rischio?

Senza dubbio ritengo di sì. Le ragioni di buona pratica clinica, prima descritte per i medici, per definizione incontrano anche gli interessi del cittadino/paziente e di altri soggetti in campo. Il vero problema è riuscire a favorire un buon habitat per l’operazione "uso della carta" e successive indicazioni di intervento, a livello di priorità di politica sanitaria, che coinvolgano tutte le componenti della società.

Quali indicatori misureranno nel tempo l’efficacia del programma di promozione della salute del Progetto Cuore?

Sono in programma numerosi progetti valutativi locali sull’implementazione della Carta del Rischio e sulle modificazioni di indicatori di "miglioramento" della condizione di rischio. È in programma anche un progetto su scala nazionale, in cui sono coinvolti il Ministero della Salute ed alcune società scientifiche professionali, con obiettivi analoghi. Sarà possibile parlare di successo dell’uso della Carta del Rischio quando si potranno valutare miglioramenti dei tassi di incidenza delle malattie cardiovascolari in varie aree del Paese e in differenti classi sociali, e si assisterà ad una graduale, ma costante, compressione della morbosità in epoca più vicina a quella di morte. Esiste a tal proposito una notevole esigenza di attivare programmi di sviluppo in questa direzione nei Servizi sanitari regionali.

La Carta consente una valutazione del rischio "individuale"; a suo giudizio, esiste la possibilità che il cittadino o il paziente si senta eccessivamente "colpevolizzato" successivamente all’uso dello strumento? Nel caso, ciò costituisce un… rischio o un’eventualità favorevole per un cambiamento dello stile di vita?

Il rischio esiste se la carta non viene utilizzata secondo il vero fine al quale è destinata: aiutare il medico o altri qualificati operatori sanitari a migliorare la tipologia dell’intervento preventivo cardiovascolare individuale. Se usata così la carta può essere un utile riferimento anche per il paziente nella verifica dell’efficacia delle sue modificazioni dello stile di vita.

L’emergere del concetto di "essere a rischio" ha coinciso con la rottura della relazione tra una scelta personale e un conseguente azzardo; "essere a rischio" non ha più solo a che fare con "ciò che si fa" ma anche con "ciò che si è". Per esempio, scegliere di fumare è ben diverso dall’essere diabetico. Nella sua esperienza clinica, il far presente al paziente l’autonomia del rischio dai comportamenti personali può talvolta determinare panico o angoscia?

Nella mia esperienza trentennale con pazienti metabolico-vascolari (diabetici, iperlipidemici o ipertesi) il problema di discutere con serenità di una condizione morbosa acquisita è sempre stato al centro della relazione medico-paziente. La capacità di comunicare del medico svolge un ruolo essenziale, esattamente come potrà accadere quando comparirà anche la Carta del Rischio nello scenario. Il mio convincimento, anzi, è che, di fronte alla documentata potenzialità dell’intervento sui fattori di rischio, il paziente (come il medico) possano trarre un vantaggioso stimolo.

 

16 giugno 2004

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