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Comunicare il rischio: un approccio centrato sul paziente

La comunicazione del rischio, soprattutto se individuale, presuppone anche un approccio "centrato sul paziente", che può condizionare il conseguimento degli obiettivi di diagnosi e cura in modo positivo. Per cosa si caratterizza un approccio di questo tipo?

Secondo l’approccio “centrato sul paziente” il medico indaga attivamente il punto di vista del paziente, facilitandolo nell’esprimersi e cercando di coinvolgerlo nelle decisioni relative al trattamento. Ciò significa che durante il colloquio le domande del medico dovrebbero seguire la direzione suggerita dagli interventi del paziente in modo che entrambi gli interlocutori controllino il contenuto e la direzione del colloquio nelle specifiche aree di competenza. Il medico procede infatti sulla base dei sintomi e della formulazione di ipotesi diagnostiche; il paziente, viceversa, ragiona in termini di "problemi". Ciò determina una sorta di "contrasto cognitivo", nel modo di procedere dei due interlocutori, la cui riduzione qualifica l’efficacia della comunicazione tra medico e paziente. L’abilità del medico deve essere quella di aiutare il paziente a descrivere il "problema", rendendolo chiaro ed esplicito. Le chiarificazioni richieste e poi fornite in termini di riformulazioni e informazioni aggiuntive aiuteranno il paziente a percepire un maggior controllo sulla malattia e a gestirla con maggiore tranquillità, aumentando la probabilità di adesione al trattamento.

Nell’intervista a Salvatore Panico si sottolineava che applicando uno strumento come la Carta del Rischio cardiovascolare il medico «in meno di un minuto è in grado di identificare la condizione di rischio del paziente». In questo caso la scelta di un approccio centrato sul paziente non rischia di dilatare i tempi del consulto?

Centrare l’approccio sul paziente non significa che il medico debba svolgere consultazioni estremamente lunghe o che debba acquisire competenze psicologiche che non gli sono proprie. Si tratta di un approccio in cui, utilizzando appropriate tecniche d’intervista (domande aperte, ascolto attivo, richieste relative all’opinione o alle aspettative del paziente) e strutturando il processo di consultazione in modo coerente (una prima fase aperta, in cui si indaga il motivo della richiesta e si sollecita il punto di vista soggettivo del paziente, della durata di alcuni minuti, seguita dalla definizione del/i problema/i principale/i e dalla relativa indagine, concludendo con la negoziazione o meno delle indicazioni terapeutiche) si raccolgono tutte le informazioni utili ad inquadrare il problema del paziente in un contesto più ampio.
Tale approccio si basa sul modello "biopsicosociale" delle malattie (Engel, 1977; 1980), in cui l’interazione tra componenti biologiche, psicologiche e sociali è ritenuta necessaria a definire il modello di malattia. Questo significa che l’attività del medico non si configura più come esclusiva applicazione di conoscenze biomediche, ma anche come prassi centrata sulla persona malata.

Esistono parametri che permettono di individuare le competenze comunicative dei singoli medici?

Certamente. A tale proposito, il nostro gruppo di ricerca da alcuni anni ha implementato dei corsi accreditati in cui utilizzando un sistema di classificazione della consultazione medica da noi elaborato è possibile analizzarla e definirne la qualità in modo "oggettivabile". I Medici di medicina generale che hanno frequentato questi corsi hanno mostrato di acquisire competenze comunicative che hanno permesso loro di condurre meglio la consultazione e di gestire con più competenza la relazione con il paziente, senza variazioni sostanziali nel tempo dedicato a ciascuna consultazione.

Secondo la sua esperienza, le donne medico utilizzano queste competenze in modo diverso rispetto ai colleghi uomini?

Per quanto attiene le "competenze" comunicative, non ho notato sostanziali differenze tra i due generi. Dipende molto dalla formazione specifica e dai modelli ai quali uomini e donne fanno riferimento nella loro prassi medica. Certamente, uomini e donne hanno spesso sensibilità e interessi diversi, che possono riflettersi nel modo di relazionarsi al paziente.
Vorrei citare a tale proposito una revisione sistematica pubblicata sul JAMA, in cui si analizzano gli effetti del genere sulla comunicazione in medicina. Da questa metanalisi, svolta in diversi ambiti medici, è emerso che le donne tendono ad assumere più spesso degli uomini, comportamenti che sollecitano la partecipazione del paziente, si mostrano più attente a tematiche di tipo psicologico e tendono a focalizzarsi più di frequente su aspetti emotivi. Non sono state rilevate differenze nella quantità di dati a contenuto biomedico raccolti e nelle informazioni fornite. Le consultazioni svolte dalle donne sono in media più lunghe (due minuti). Tuttavia vi sono significative variazioni in relazione al setting. Ad esempio due studi svolti in ambito ginecologico vengono evidenziati dall’autrice proprio perché in controtendenza rispetto a tutti gli altri presi in esame. I medici ginecologi tendono a mostrare più spesso delle colleghe comportamenti focalizzati sulle emozioni…

L’approccio del medico nei confronti del paziente muta a seconda che si tratti di un uomo o di una donna?

A questo riguardo i dati in letteratura sono più controversi e meno univoci, entrando in gioco molte variabili, legate al contesto culturale, alla personalità, ai ruoli e alle aspettative reciproche. Sicuramente vi è una relazione speculare tra comportamenti messi in atto dal medico e atteggiamenti del paziente, per cui un milieu facilitante sollecita una maggiore comunicatività del paziente e la disponibilità a mettere in gioco aspetti intimi.

 

30 giugno 2004

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