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Da vicino nessuno è normale

Riceve più di 400 mila visitatori all’anno. E viene preso come modello di museo multimediale sulla salute mentale, anche all’estero. è il Museo Laboratorio della Mente, che, attraverso un percorso di “storie", insegna che la diversità è una risorsa. Il percorso è in fase di ampliamento. Il 15 novembre è stata presentata in anteprima una nuova installazione Portatori di storie, un racconto collettivo, a più voci, sulle alterità mentali, di come sono percepite e vissute nella nostra società, dei condizionamenti storici e culturali a cui sono soggette.


Come è nata l’idea del Museo Laboratorio della Mente?

Questo museo è nato 12 anni fa subito dopo la chiusura dell’Ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà di Roma. Ci si poneva il problema di lasciare una traccia di questo luogo e soprattutto di conservare il patrimonio storico documentale e scientifico che questo luogo conserva. L’Azienda Sanitaria Locale Roma E quindi ci ha affidato questo compito e noi abbiamo cominciato a lavorare sull’idea iniziale un po’ pioneristica, non essendo n esperti n curatori di musei ma clinici ossia provenienti tutti dall’area della salute mentale e lavorando comunque nel territorio con i pazienti ci siamo inventati una sorta di area espositiva molto primitiva e quindi molto naive. Negli anni ha funzionato abbastanza ma ci siamo resi conti che non era particolarmente efficace soprattutto sotto il profilo della comunicazione. Quindi ci siamo affidati, dopo averli incontrati di persona, ad un gruppo di artisti di Milano – Studio Azzurro – e con loro abbiamo reinventato e riscritto il percorso di questo museo costruendo una nuova idea della comunicazione in salute mentale e così facendo realizzando anche dei nuovi exhibit basati molto sull’interazione e sull’esperienzialità.

A chi si rivolge il Museo?

È un museo per tutti, principalmente è frequentato da giovani e da studenti ed è molto importante per noi perché non perdiamo la nostra mission di operatori della salute mentale, ma credo che siamo riusciti a costruire un progetto veramente innovativo dove l’esperienza della salute pubblica e nella fattispecie della salute mentale può essere discussa, raccontata; noi raccogliamo molte suggestioni dai nostri visitatori e siamo impegnati molto con progetti educativi soprattutto nelle scuole superiori.

Chi vi supporta in questo progetto?

È un’iniziativa questa che ci espone molto e tale esposizione non è sostenuta sufficientemente bene dalle istituzioni. Abbiamo molte difficoltà dal punto di vista delle risorse umane, delle risorse economiche, anche perché – come potete immaginare – non c’è museo al mondo che riesca a fronteggiare le proprie spese con i ricavi dei visitatori. Siamo in una fase di crescita e dobbiamo confrontarci con le difficoltà del paese, con la crisi economica, non riusciamo ancora a consolidarci molto bene pur essendo un “vero" museo, integrato nel sistema museale della Regione Lazio. Siamo un’Unità Operativa della ASL Roma E, ma lavoriamo come un servizio sovraterritoriale (locale, regionale, nazionale e internazionale) e per questo dobbiamo avere maggiore sostegno. Siamo sempre aperti e riceviamo mediamente quasi 40.000 visitatori l’anno, ma nel 2013 ne avremo molti di più proprio in virtù dell’apertura con orario continuato. Dobbiamo trovare un aiuto sinergico da istituzioni pubbliche e privati perché altrimenti non si riesce ad andare avanti.

Che genere di percorso offre il Museo?

È un percorso narrativo, come chiunque potrà immediatamente rendersene conto entrando e facendo il percorso in prima persona. Non si entra in un museo tradizionale ma in un laboratorio, dove le cose si fanno insieme a noi, i visitatori possono interagire con le esperienze che abbiamo realizzato. Effettivamente il filo conduttore del Museo è il racconto: del dentro e del fuori, del prima e dell’oggi. È una metafora che abbiamo scelto quella che colpisce il visitatore quando entra: uscire fuori, entrare dentro. Abbiamo costruito un muro che separa il percorso museale e che permette ai visitatori di sentirsi parte di questa esperienza entrando dentro per la prima volta in un mondo che è a loro estraneo quindi percorrono tutto il Museo al di fuori del muro e poi attraversano l’interno del Museo entrando dentro il muro, svelando il Museo ciò che un tempo il manicomio nascondeva e svelando anche i rischi potenziali che ci sono ancora di poter ricreare di nuovo dei manicomi che non sono dati semplicemente dalla grandezza degli edifici ma dai modelli di lavoro che vengono adottati. Quando si lavora con una logica antimanicomiale si riescono a far molto bene le cose e soprattutto si riesce a gestire molto bene la condizione della gravità psichica. Questo è un museo che insegna alle persone anche l’importanza della comunità e che fa capire una cosa molto importante: che noi non avevamo bisogno dei manicomi e che non abbiamo bisogno dei manicomi. Perch i manicomi servono solo a nascondere i fallimenti e i limiti. La psichiatria è una disciplina che si scontra con i limiti e noi non dobbiamo nasconderci dobbiamo affrontare spesso le situazioni limite e non possiamo farlo sempre da soli, non possiamo sempre delegare la gestione della difficoltà psichica alla psichiatria ma dobbiamo chiamare a un lavoro comune i cittadini, la comunità; in questo modo non ci dobbiamo vergognare dei limiti ma dobbiamo condividere i limiti e le esperienze. Perch solo insieme possiamo riuscire a fare quello che nessuno psichiatra può fare da solo. E questo devo dire che questo Museo lo rende molto bene. Il percorso di costruzione del Museo è in fase di realizzazione e completamento. Con Studio Azzurro abbiamo già ideato e progettato tutto il percorso del piano superiore che è incentrato sull’oggi, sulla realtà odierna e a novembre avremo l’anteprima di una di queste nuove installazioni che si intitola “Portatori di storie".

Così come lo avete ideato e realizzato, su quali concetti e dimensioni il Museo porta a fare esperienza?

La dimensione che a noi sta più a cuore è sicuramente quella della diversità che è l’aspetto fondamentale su cui lavora questo Museo. La diversità come elemento includente non escludente, quindi il contrario di come di solito si immagina la diversità. La diversità è una risorsa sia sotto il profilo biologico (nel mainstreaming della teoria evoluzionista) sia sotto quello della componente umana in quanto lì sta il fascino dell’essere tutti diversi. Ma come diceva Franco Basaglia “da vicino nessuno è normale“ proprio perché siamo tutti diversi: ossia quando guardo qualcuno da vicino non è mai veramente come io voglio che sia, non è mai normalizzato come io tendo a farlo diventare perché resterà sempre un individuo diverso da me, se è diverso da me non è normale, non è simile a me, non è come io intendo la normalità. Posso quindi trovarmi in continuazione a fianco ad altre persone che io reputo non normali solo perché sono normalmente diverse. Come si fa ad accettare la diversità? Scardinando l’idea della normalità. Questo però non vuol dire negare la differenza e negare la malattia mentale, vuole dire semplicemente prendere coscienza che esistono persone che hanno condizioni e caratteristiche proprie e che quindi ogni persona ha la sua. Pertanto nel percorso di avvicinamento alla malattia mentale chiunque voglia comprendere l’altro deve fare in modo che l’altro si caratterizzi proprio per essere altro e non simile a me, perché se lo faccio simile a me tolgo tutte le componenti essenziali della sua alterità. L’alterità è un elemento fondamentale della nostra esperienza: incontro l’altro e mentre incontro l’altro incontro me stesso e mi conosco meglio, anzi divento io stesso migliore perché capisco e comprendo di più. E proprio su questo concetto si fonda l’idea di cura intesa come sempre individuale, specializzata e assolutamente peculiare, così come l’osservazione e la comunicazione.

Come reputa l’esperienza di questi anni?

Molto positiva perché ha dato forma a una rete italiana di esperienze anche se ancora non fortemente consolidata, e poi ad una rete europea con la quale siamo in contatto e dove cerchiamo di far valere anche le prerogative del nostro paese, soprattutto dell’esperienza italiana; non dobbiamo mai dimenticare che soprattutto nel campo della salute mentale l’Italia è un’eccellenza nel mondo e siamo molto orgogliosi di poterlo mostrare anche in questo Museo. Molti dei visitatori che noi accogliamo sono stranieri, vengono dai paesi europei, dagli Stati Uniti, dal Sudamerica, dall’Australia. E proprio il caso dell’Australia è particolare. I colleghi australiani di Sidney stanno costruendo un Museo e sono venuti a trovarci e a chiederci di aiutarli a realizzare un percorso simile a quello del Museo Laboratorio della Mente. I riscontri al nostro lavoro sono molto positivi. Pensiamo di essere un anello fondamentale della catena del laboratorio italiano della salute mentale e siamo molto contenti che altre esperienze si stiano progettando sulla scia della nostra attività. Crediamo che sia utile non tanto costruire molti musei ma fare in modo di consolidare una rete di esperienze che possa permettere alle persone di avere molti elementi di conoscenza. La promozione della salute mentale è un cardine dell’attività della salute mentale, fare promozione e prevenzione è quello che facciamo noi. Il Museo Laboratorio della Mente è, e diventerà sempre di più, uno strumento estremamente significativo per l’empowerment di tutti i cittadini e per gli operatori sociali e della salute pubblica. I miei collaboratori sono tutti operatori con esperienza che vengono dalla salute mentale, dall’antropologia, dal campo storico-artistico e museale. Non serve solo la la psichiatria (il ventre molle della medicina) come afferma il mio amico e collega Pier Francesco Galli. Proprio dalla lezione basagliana abbiamo imparato che non può darsi salute senza salute mentale, senza diritti, giustizia, lavoro, educazione, legalità e solidarietà.

21 novembre 2012

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