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Di caldo ce ne è per tutti

In questi giorni il caldo si è fatto sentire. Quando si parla di “emergenza ondate di calore”?

In realtà a parte i giorni di caldo intenso registrati nell’ultima settimana stiamo osservando una stagione estiva anomala con temperature al di sotto dei valori medi di riferimento… Si parla di emergenza ondata di calore quando si verificano condizioni di elevate temperature per diversi giorni consecutivi; gli studi epidemiologici hanno evidenziato che la durata, più che l’intensità del fenomeno, aumentano i rischi per la salute. Quindi ci aspettiamo che l’ultima ondata di calore che ha avuto in molte città una durata di pochi giorni abbia avuto un impatto modesto.

Quindi non esiste una definizione universale di ondata di calore…

Sì, e non esistono temperature che rappresentano “un rischio” per tutte le popolazioni. Si parla di condizioni di rischio per la salute quando le temperature sono superiori ad un livello soglia specifico per quella popolazione, al di sopra del quale si osservano effetti negativi sulla salute. Gli studi epidemiologici hanno evidenziato che l’impatto sulla salute è misurabile come incremento della mortalità giornaliera. È stato anche osservato che le popolazioni non vengono colpite in maniera omogenea ma sono presenti nella popolazione sottogruppi ad elevato rischio: gli anziani, le persone non autosufficienti o affette da alcune malattie croniche, quelle che vivono in condizioni di isolamento sociale o sono residenti in aree di basso livello socio-economico. L’aumento dei decessi si verifica principalmente per cause neurologiche, respiratorie e cardiovascolari, ma anche per cause che non hanno una diretta relazione con la temperatura, in persone debilitate, vulnerabili, le cui condizioni di salute subiscono un rapido peggioramento a causa degli improvvisi aumenti di temperatura.

Sono stati presi provvedimenti a livello nazionale, regionale o locale, per contrastare gli effetti avversi delle ondate di calore sulla salute?

In seguito all’ondata di calore dell’estate 2003 che ha investito l’Europa e fatto conoscere in modo drammatico gli effetti associati agli incrementi di temperatura, il Ministero della Salute ed il Dipartimento della Protezione Civile hanno istituito nel nostro Paese un sistema nazionale di previsione e allarme e definito un piano nazionale di prevenzione in 34 città. Il Dipartimento di Epidemiologia del Lazio, dal 2004 Centro di competenza nazionale della protezione civile, coordina tale programma e da maggio a settembre elabora un bollettino per ogni città che segnala condizioni di rischio per la salute per le successive 72 ore attraverso 4 livelli di rischio crescente (dal livello 0= nessun rischio al livello 3=rischio molto elevato che identifica le ondate di calore).
Il bollettino è pubblicato sul Sito del Ministero della Salute e della Protezione Civile e viene inviato ogni giorno, via internet, ad un centro operativo locale che ha il compito di coordinare gli interventi di prevenzione mirati ai sottogruppi di popolazione a maggior rischio (anziani, malati cronici). Il programma, in collaborazione con Regioni, Comuni, ASL e Protezione Civile Locale, stabilisce che gli interventi vengano modulati in base al livello di rischio previsto consentendo il miglior utilizzo delle risorse disponibili. Secondo l’OMS il sistema italiano rappresenta un esempio di intervento di adattamento per la prevenzione degli effetti delle ondate di calore all’avanguardia in Europa.
Quasi tutte le città dispongono oggi di un piano locale per la prevenzione degli effetti delle ondate di calore, sebbene ci sia una notevole eterogeneità in termini di tipologia di interventi, servizi coinvolti e frazione della popolazione coperta dall’intervento. Le Regioni ed i Comuni dove i servizi sociali e l’assistenza domiciliare funzionano meglio e dove è stata realizzata un’integrazione tra i servizi sanitari, sociali e di volontariato, sono quelli in grado di proteggere in modo più efficace la popolazione fragile dai rischi associati al caldo.

Emergenza a parte, quali sono i passi da fare per prevenire gli effetti del caldo sulla popolazione?

Sicuramente è possibile oggi mettere le popolazioni in condizioni di adattarsi ai cambiamenti climatici per ridurre l’impatto negativo immediato. Le ondate di calore e le loro conseguenze sulla salute possono essere previste in anticipo ed il potenziamento di specifiche misure di prevenzione mirate ai gruppi più vulnerabili possono ridurre gli effetti sulla salute della popolazione. Ma c’è ancora molto da fare.

Dice?

Nonostante si stia osservando negli anni una riduzione dell’impatto sulla salute grazie agli interventi di adattamento in atto, a distanza di diversi anni dall’attivazione del programma di prevenzione, ondate di calore di particolare intensità e durata, come quella del luglio 2010 hanno ancora un significativo impatto sulla mortalità della popolazione. Servono studi per valutare l’efficacia dei singoli interventi in modo da orientare i servizi sanitari e sociali verso le azioni più efficaci. E poi non bisogna abbassare la guardia, anche quando la stagione estiva è più clemente, perché secondo gli esperti il nostro Paese rimane una delle regioni più a rischio a causa del riscaldamento globale.

Nel suo libro sottolinea che accanto alle azioni istituzionali servono anche azioni individuali. Quali?

Nel libro mi riferisco più che alle azioni di adattamento, quelle cioè per contrastare gli effetti immediati delle ondate di calore (come per esempio dotarsi di un efficiente sistema di aria condizionata) degli interventi di mitigazione per contrastare i cambiamenti climatici, ossia degli interventi per ridurre le emissioni di CO2. Gli interventi di mitigazione, a lungo termine saranno l’unica misura in grado di contrastare gli effetti negativi derivanti dai cambiamenti climatici. Quindi, ogni intervento oggi che determina aumenti dei consumi energetici e delle emissioni di CO2, come appunto incrementare l’uso di aria condizionata nelle abitazioni, potrà avere effetti positivi nell’immediato (almeno per qualcuno) ma negativi a lungo termine per tutta la comunità.
Secondo gli esperti la risposta potrà essere solo una: quella della mitigazione. E potrà realizzarsi solo attraverso uno sforzo collettivo, a livello di singoli cittadini nel modificare i propri stili di vita, ad esempio attraverso l’incremento del trasporto attivo e la riduzione del consumo di prodotti di origine animale, ed a livello di governi e istituzioni nell’avviare una svolta a livello politico nell’investimento di risorse nel campo delle energie rinnovabili e del miglioramento dell’efficienza energetica. Un ruolo rilevante poi dovrà essere svolto dalla comunità scientifica e dagli operatori sanitari che hanno il compito di definire proposte di politica sanitaria, di informare la popolazione generale su comportamenti e stili di vita da modificare, e di produrre evidenze per i decisori politici sugli interventi di mitigazione da adottare in diversi settori e sulla loro efficacia.

Come è nata l’idea di raccogliere in un libro le evidenze ad oggi disponibili sugli effetti del caldo sulla salute presentando i Piani operativi in Italia per prevenire i danni del troppo caldo sulla popolazione?

A fronte delle molte evidenze prodotte dagli studi epidemiologici sugli effetti associati all’esposizione al caldo, sui fattori di rischio individuali che aumentano il rischio della popolazione, sugli interventi in grado di ridurre gli effetti più gravi, molti degli interventi messi in atto oggi non tengono conto di tali evidenze. Servono quindi campagne di informazione e sensibilizzazione del personale medico, ma soprattutto di tutto il personale di assistenza sociale e sanitaria.
In molte Regioni sono attivi piani di sorveglianza in collaborazione con i medici di base rivolti alle popolazioni ad elevato rischio (attraverso i dati dei sistemi informativi correnti, identificando chi è stato ricoverato per specifiche patologie o chi fa uso di particolari farmaci che aumentano la vulnerabilità al caldo); questo libro vuole essere uno strumento di aggiornamento rivolto ai medici di famiglia ma soprattutto al personale sociale e sanitario che assiste sottogruppi di popolazione ad elevato rischio, come gli anziani con limitata autosufficienza, che devono sempre tener conto del caldo come possibile fattore di aggravamento per molte condizioni croniche.
Infine, uno degli aspetti più importanti da tenere in considerazione è che negli ultimi anni l’attenzione sul tema delle ondate di calore e, più in generale, dei cambiamenti climatici è diminuita. È diventata un’esposizione, come l’inquinamento atmosferico, rispetto alla quale occorre abituarsi a convivere. Mentre, soprattutto alla luce degli scenari di cambiamenti climatici che indicano nei prossimi anni un aumento della frequenza e dell’intensità di eventi meteorologici estremi la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute dovrebbe sempre essere una priorità di sanità pubblica.

Se se le chiedessero di moderare un confronto tra due nostri politici, chi inviterebbe? Quale domanda farebbe per aprire il confronto? E quale per chiuderlo?

Scelta difficile. Forse inviterei Vendola e Bocchino per sentire se su questo tema hanno qualcosa di nuovo da dire. Per aprire il confronto chiederei perché nel nostro Paese si parla così poco di cambiamenti climatici, cosa pensano del fatto che in Italia le emissioni di gas serra continuano a crescere e che non sono stati rispettati gli impegni presi con la ratifica del Protocollo di Kyoto o con l’Accordo europeo 20-20-20; che nel 2009 il Senato è arrivato perfino ad approvare una mozione che nega esplicitamente la responsabilità umana nel riscaldamento climatico?
E chiuderei chiedendo se, in caso vincessero le elezioni, nel proprio programma di Governo includerebbero interventi di mitigazione per ridurre le emissioni di gas serra nel lungo termine, e quali ambiti di priorità identificherebbero (ad esempio, produzione di energia elettrica, trasporti, ai consumi energetici nelle abitazioni, allevamento e l’agricoltura, eccetera).

20 luglio 2011

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