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ECM: le sfide per gli infermieri

Se abolissimo l’ECM? Ce lo siamo chiesto qualche tempo fa insieme a Joseph Gonnella, Franco Vimercati e Maria Linetti. Torniamo sull’argomento occupandoci della professione infermieristica. Un contesto complesso in cui gli interessi in gioco nel contribuire alla realizzazione dell’offerta formativa sono ancora più scarsi. A confronto: Luisa Saiani e Gennaro Rocco.

Luisa Saiani

Ho seguito con interesse le diverse prospettive con cui Gonnella, Vimercati e Linetti hanno affrontato la tematica del sistema ECM.
Vorrei contribuire con alcune osservazioni che risentono della mia appartenenza ad una professione sanitaria non medica, quella infermieristica, visto che collaboro con alcune Regioni seguendo da vicino la realizzazione del sistema ECM.
La prima ipotesi che vorrei sostenere è che in Italia il sistema ECM ha rappresentato una conquista importante.
Molto si è già detto sul fatto che l’aggiornamento è un dovere deontologico dei professionisti sanitari, e nello stesso tempo, per realizzarlo, ha bisogno anche di essere salvaguardato come diritto. Questo non sempre è garantito, soprattutto per le professioni non mediche e tra queste, in particolare, per quella infermieristica. Le cause sono diverse: carenze, carichi di lavoro, difficoltà a garantire coperture della presenza giornaliera e, quindi, la continuità assistenziale. Lo stesso discorso vale anche per quelle professioni molto specialistiche e poco rappresentate dal punto di vista numerico nelle Aziende (ad esempio igienisti dentali, logopedisti, ortottisti, etc).
Il sistema ECM ha obbligato le Aziende sanitarie, ma anche le strutture sanitarie private, a porsi il problema della formazione continua dei propri professionisti; alcune si sono attrezzate con efficienti servizi, altre sono ancora latitanti. Il vero rischio, che va evitato, è che scatti un sistema di sanzione verso le aziende o le cliniche private che non garantiscono questa funzione.
Nel nostro paese i sistemi di valutazione e accreditamento professionale sono storicamente assenti e il garantismo del posto di lavoro per tutti è molto radicato, pertanto non possiamo applicare l’approccio suggerito da Gonnella e utilizzato in altri Paesi.
Le esperienze di ECM di altri paesi sono soprattutto rivolte ai medici, la novità del nostro sistema è quella di aver esteso a tutte le professioni sanitarie questo dovere/diritto.
Quindi nel nostro Paese è più realistico obbligare l’aggiornamento attraverso la certificazione con un sistema di crediti anziché basare tutto il sistema sulla valutazione continua delle prestazioni professionali, con conseguente licenziamento dei professionisti incompetenti, anche se non è da escludere la necessità di attivare entrambi i processi.

La mia seconda ipotesi è che il sistema ECM dovrebbe superare la fase sperimentale ed entrare a regime richiamando i diversi attori a fare la loro parte. Sarebbe auspicabile:

  • Maggiore determinazione a livello politico e ministeriale a fornire direttive, a non frenare le Regioni e province autonome che si stanno impegnando nella articolazione operativa del sistema, ma stimolarle a ricercare strategie per alleggerire la macchinosità dell’accreditamento degli eventi, supportare ed eventualmente sanzionare le regioni che non stanno proponendo iniziative in questa direzione
  • Autorizzare un numero limitato di provider con criteri di serietà formativa, obbligando le Aziende sanitarie a dotarsi di uffici formazione con competenze metodologiche e di progettazione formativa rigorose. Attualmente, molte Aziende assegnano a questo servizio solo competenze amministrative, introducendo così marcate distorsioni al sistema ECM che appare troppo centrato sulle procedure anziché sulla qualità dell’offerta formativa.
  • Attivare gli Ordini e i Collegi professionali a controllare costantemente, a livello locale, le opportunità di aggiornamento offerte ai professionisti dalle Aziende sanitarie e a farsi interpreti di bisogni di aggiornamento. Offrire supporto al professionista sulle strategie di sviluppo professionale, sulle capacità di scelta dei percorsi formativi, sull’uso del portfolio per documentare le proprie competenze e gli apprendimenti dall’esperienza, sulle fonti disponibili per l’aggiornamneto.
  • Aprire un dibattito con le Università sulla necessità di migliorare le capacità di autoformazione dei professionisti e la consapevolezza del proprio diritto-dovere di autoaggiornarsi. In particolare le professioni sanitarie non mediche devono assumere con maggiore responsabilità lo sviluppo delle proprie competenze, non riconducendo tutte le aspettative al sistema ECM. Piuttosto lo studio individuale, il confronto, la ricerca di informazioni rigorose ogni volta che un problema o una decisione richiedono nel quotidiano una risposta creativa e non routinaria, devono essere la norma.

Gennaro Rocco

Credo di poter affermare che le diverse prospettive con cui si guarda all’ECM e al suo futuro siano tutte di grande interesse. In questa chiave, ho trovato interessanti gli spunti forniti al dibattito da Gonnella e Vimercati, come pure quelli di Saiani e di Linetti, alle cui riflessioni mi sento particolarmente vicino.
Sulla questione ECM la mia ottica non può che essere duplice: quella di chi, esercitando l’attività infermieristica, si imbatte in una quantità di problemi logistici – di tempo e di servizio – che rendono difficilmente compatibile l’aggiornamento continuo con l’esercizio professionale quotidiano. Ma anche quella di chi è chiamato a presiedere un Collegio che ha fra i suoi compiti proprio la promozione dell’aggiornamento. Si tratta di aspetti che possono apparire in contrasto, ma che invece convergono nel processo di crescita continua della professione. Un interesse, questo, che coincide perfettamente per il singolo professionista e per la professione nel suo insieme.

Naturalmente ribadisco la grande importanza dell’ECM e mi associo a quanti la considerano una conquista irrinunciabile per una sanità al passo con i tempi e con la qualità dei servizi richiesta dai cittadini. Una conquista che va difesa. Ma anche molto migliorata e resa davvero fruibile, cosa che oggi non accade.
La pratica dell’ECM è infatti costellata di criticità, con problemi talvolta insormontabili che finiscono per scoraggiare i professionisti, svilendo ai loro occhi la funzione stessa dell’aggiornamento continuo. A partire da un’offerta di eventi a macchia di leopardo sul territorio nazionale, con significative differenze fra regione e regione e con un livello di efficacia fin troppo variegato. Per passare poi al problema dell’individuazione dei provider che, a distanza di anni, resta ancora incredibilmente lontano dalla soluzione.

Accade così che all’offerta di per sé scarsa e problematica si aggiungano mille difficoltà operative e logistiche: in particolare per gli infermieri, i carichi di lavoro dovuti alla gravissima carenza di personale e la difficoltà a garantire la copertura del servizio. In alcune realtà partecipare agli eventi ECM è divenuto ormai un lusso che in pochi possono permettersi: una contraddizione in termini con gli obiettivi del Programma ECM che non può non essere denunciata con forza.
Occorre mettere in condizione i professionisti di ottemperare al loro dovere di aggiornamento. Anche sul fronte dei costi economici, la situazione attuale non è plausibile né procrastinabile, pena il fallimento dello stesso strumento ECM. Troppo grava oggi sulle spalle del singolo professionista, in termini di costi di iscrizione e di sacrifici da sostenere per gli spostamenti, spesso lunghi e disagevoli.
In questo quadro, la risorsa rappresentata dalla formazione a distanza, ancorché caldeggiata da più parti, non è stata presa in seria considerazione contrariamente a quanto avviene nei Paesi a sanità più avanzata.

Il Collegio IPASVI che presiedo e la Federazione Nazionale IPASVI sono molto impegnati sul fronte dell’ECM. Il contatto quotidiano con gli iscritti consente di raccoglierne i bisogni specifici di aggiornamento, di fornire assistenza nella scelta dei percorsi formativi, dei testi e degli eventi. L’attività di promozione della cultura dell’ECM è costante e il diritto-dovere di autoaggiornamento viene sostenuto con ogni mezzo e in ogni occasione. Uno sforzo che si scontra però con la realtà operativa, con i gravi disagi che gli infermieri affrontano per garantire a loro stessi e ai cittadini gli effetti benefici di tale diritto. L’ECM finisce così per rappresentare a volte un peso insostenibile, vanificando ogni sforzo di promozione o comunque riducendone gli effetti.
Un po’ di speranza viene dalla tardiva ma provvidenziale sottoscrizione dell’accordo in Conferenza Stato Regione e che finalmente ha fornito gli strumenti per transitare il programma ECM dalla fase sperimentale a quella a regime. Sono ottimista sul miglioramento della qualità della formazione e sulle sue positive ricadute nell’esercizio professionale e sono soddisfatto del ruolo che viene riconosciuto agli Ordini e Collegi quali Enti terzi dello Stato,che saranno i “certificatori” dei crediti ECM acquisiti dai professionisti.
Alla costituenda nuova Commissione Nazionale ECM il compito di tracciare linee operative coerenti con le necessità del sistema e quelle degli operatori che devono ritrovare nell’educazione continua uno strumento imprescindibile per garantire ai cittadini prestazioni di qualità e fondati sulle migliori evidenze che la scienza mette a disposizione.

17 ottobre 2007

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