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Equilibrio, colore e ironia: ecco cosa desideriamo

Health is just not necessarily how I want to spend my time.” Quanti di noi avrebbero detto la stessa cosa confessata da Sergey Brin nell’intervista a Vinod Khosla. Almeno a fine anno avremmo potuto fare a meno di parlare di salute e malattia, ma è il caso di fare il punto su quello di cui abbiamo parlato in questo 2014.

Abbiamo parlato di cancro: delle prospettive della ricerca, degli effetti delle terapia sulla sopravvivenza dei malati, della sostenibilità delle cure. Non bisognerebbe dimenticare la complessità, leggibile in questa frase che Forbes ha giudicato tra le 10 più importanti del 2014 in tema di salute: “Cancer is really a slew of rare diseases. Lung cancer has 700 sub-types, breast cancer has 30,000 mutations which means that every cancer in its own right is a rare disease. Sharing data globally in this context is really important from a life-threatening perspective” (qui il video, al minuto 14:32).

Abbiamo parlato di cuore: moriamo soprattutto per i suoi capricci. La ricerca è tornata a promettere risultati importanti ma i dubbi restano. Ci aspetta un 2015 pieno di sorprese ma ancora non sappiamo se saranno positive o negative. L’ideale sarebbe che fossero positive, sia per i malati sia per l’industria, perché vorrebbe dire che finalmente qualche medicinale funziona senza costare il manto del Papa. Ma, tra le tante, è l’ipotesi meno probabile.

Abbiamo parlato di salute globale: è stato necessario il dramma di Ebola per farci accorgere che tutto il mondo è paese. Ma se la malattia resta confinata in poche nazioni africane torniamo a dormire sonni tranquilli. A Ebola è dedicato uno dei migliori pezzi di giornalismo scientifico degli ultimi anni: scritto dall’infettivologo Paul Farmer per la London Review of Books. È la conferma che la competenza scientifica e uno sguardo compassionevole sul mondo contano più di cento scuole di scrittura.

Abbiamo parlato di bambini e di adolescenti. Coccolati, trascurati, oggetto di violenza: torneremo a farlo spesso nel prossimo anno perché da loro bisogna ripartire.

Abbiamo parlato di evidenze. Vanno sempre meno di moda, le “prove”, al punto che un articolo preparato dal Gruppo per il Rinascimento della EBM e pubblicato su The BMJ è tra i più letti degli ultimi anni. Davvero non abbiamo più bisogno di una valutazione di efficacia degli interventi sanitari? Ricercare, verificare, condividere e applicare le prove è un esercizio superfluo?

Abbiamo parlato di dati: della necessità di raccoglierli, di saperli presentare e, quindi, di condividerli, anche con i social media. Ma soprattutto dell’importanza di saperli interpretare e del coinvolgimento del ricercatore nell’attività di condivisione e di discussione dei risultati della ricerca.

Abbiamo parlato di libri. Per una volta, però, citiamo quelli degli altri. Innanzi tutto, Being mortal, di Atul Gawande. Il chirurgo di Harvard indica un mondo dove il fine vita non si consumi attaccati a una macchina e circondati da lucine intermittenti. È tra i 100 migliori in assoluto per il New York Times e il più bel libro scientifico per Wired USA. Altro (neuro)chirurgo che scrive (bene) è Henry Marsh: Do not harm è il titolo del suo libro, ovunque citato tra i migliori dell’anno (anche se nella eccellente e ricca selezione di New Statesman è anche la moglie Kate Fox a raccomandarlo). Poi, The big fat surprise, di Nina Teicholz: può innervosirci, ma il libro che giura che burro, carne e formaggio siano alla base di un’alimentazione sana si è conquistato le copertine e le pagine dei più diffusi giornali del mondo. I think you’ll find it’s a bit more complicated than that: splendido titolo per quello che l’autore – Ben Goldacre – definisce il libro ideale per favorire l’impronunciabile bisogno. Vero: la raccolta di articoli (per lo più usciti su The Guardian) è leggibilissima e perfetta per i tempi (normali) di permanenza alla toilette. Ne esce un quadro devastante dell’affidabilità della comunicazione scientifica, per chi ancora avesse dei dubbi.

Ma non esiste solo la medicina e non si può non citare Il capitale di Thomas Piketty, che con le sue interminabili 700 pagine è il più improbabile tra i bestseller. Chi ha fretta può leggere la sintesi del libro di Piketty preparata sempre dall’Economist: in quattro paragrafi. Uscito nel 2013 in Francia, The Economist lo ha ovviamente inserito tra i libri del 2014 essendo da poco stato tradotto in inglese: quello del settimanale britannico è un elenco da studiare per bene, soprattutto per rassicurarci del fatto che la Politica e l’Economia vanno oltre ciò che da mesi si discute a sud delle Alpi.

Dei dieci libri migliori del 2014 secondo gli editor del New York Times uno parla di medicina (On inoculation, di Eula Biss, e parla di vaccini: è proprio “il” miglior libro dell’anno per Publishers Weekly) ma raccogliamo l’invito nel titolo di un’altra opera citata (Can’t we talk about something more pleasant? di Roz Chast) e guardiamo altrove. Nella lista più ampia, sempre del New York Time, che ne segnala 100, di volumi. Nessun premio Nobel, pochi autori noti (il vincitore del Man Booker Prize Richard Flanagan con The narrow road to the deep north, Siri Hustvedt, Richard Ford e Murakami Haruchi tra gli altri) e un solo nome italiano, quello di Elena Ferrante, alla quale la New York Review of Books ha dedicato di recente un ampio articolo.

Per chi non ha tempo di leggere ma solo di guardare le figure ecco i 10 libri per bambini con le illustrazioni più belle. Neanche le figure? D’accordo: le dieci copertine più belle dell’anno sono una battaglia tra le sottrazioni di Peter Mendelsund e la carica di Chipp Kidd con l’inserimento di Oliver Munday a fare da terzo incomodo. Non ti piacciono i libri? Proviamo con le fotografie e rivediamo l’anno in quelle che secondo il Wall Street Journal sono le più significative. Ti stanno antipatici i quotidiani economici? Vai con The Atlantic, che ha diviso i 365 giorni in quattro gallerie di fotografie. Questa è quella conclusiva.

Per finire: i dieci migliori film dell’anno che si chiude. Evviva: per il New Yorker, il più riuscito è The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson. È proprio vero: abbiamo un disperato bisogno di equilibrio, di colore e di ironia.

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