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Famiglie straniere e comunità straniere: dall’advocacy all’empowerment

Questa settimana Palermo ospita l’11esimo Congresso della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM). Di cosa parlerete?

Abbiamo voluto dare particolare enfasi a due temi a nostro avviso emergenti e prioritari: la salute delle famiglie straniere e le comunità straniere, in una logica di empowerment progressivo. Riteniamo importante recuperare una dimensione più corretta e più ampia della problematica del migrante, che è quella della famiglia straniera. Lo straniero non deve infatti essere visto solo in termini di lavoratore e di mano d’opera (per quanto il nostro Paese ne abbia bisogno), ma anche di famiglia. Quasi 1 milione di minori stranieri vive in Italia; un corretto sviluppo psico-cognitivo e affettivo di questi bambini può avvenire solo all’interno di famiglie tutelate nella loro coesione. E in questo le politiche possono fare molto, come ad esempio favorire il ricongiungimento familiare e cambiare la legge sulla cittadinanza. Gli stranieri nati e cresciuti in Italia, che parlano italiano e hanno frequentato le nostre scuole, quando raggiungono la maggiore età si trovano nella difficoltà di essere riconosciuti come italiani perché nel nostro Paese vige la legge dello ius sanguinis e non dello ius soli.

E riguardo le comunità straniere?

Dopo la famiglia, questo è il secondo argomento che connota il Congresso e per il quale abbiamo scelto di intitolare una sessione “Dall’advocacy all’empowerment”. Organizzazioni come la nostra fanno advocacy a favore dei gruppi più deboli, ma siamo consapevoli che sia necessario adottare interventi per mettere queste persone nella condizione di tutelarsi in modo autonomo e di autoaffermare i propri diritti, che è per l’appunto il concetto di empowerment.

Come si colloca il Congresso della SIMM nell’attuale contesto socio-politico degli sbarchi a Lampedusa?

La premessa è che dobbiamo evitare di cadere nella trappola della emergenzialità… Viviamo in un Paese dove il tema dell’immigrazione viene spesso presentato (e strumentalizzato) in modo emergenziale, quando in realtà le migrazioni esistono da decenni. Indubbiamente vi sono dei momenti di sofferenza particolare, come dimostrano i recenti sbarchi di migliaia di migranti in un’isola piccola com’è Lampedusa. Ci troviamo quindi ad affrontare delle difficoltà, che sono però superabili, soprattutto se confrontate a situazioni passate anche più tragiche e critiche (su tutte, la guerra nell’ex-Jugoslavia). Il territorio europeo, in questa fase, è meta di approdo dal Nord Africa di persone che – legittimamente dal nostro punto di vista – cercano una situazione di vita migliore. L’assenza di politiche concordate a livello di Unione Europea crea una frammentarietà negli interventi e momenti di difficoltà diplomatica tra Paesi vicini come è stato recentemente tra l’Italia e la Francia.  E l‘assenza di politiche condivise rischia di ritorcersi contro queste persone che arrivano da aree con una forte instabilità politica, che rischiano di morire in mare e che, una volta sbarcati fortunosamente, si scontrano con una realtà che può essere amaramente diversa da quella sognata. Servono strumenti legislativi operativi e politiche d’integrazione più solidi, più radicati e più condivisi, è questo il vulnus
Fatta questa premessa, diciamo che la SIMM è una Società scientifica che si occupa di salute e che non vi è certamente salute quando le persone sono costrette a scappare dalla propria terra per problemi di sopravvivenza o addirittura perché rischiano la vita, come nel caso dei richiedenti asilo. La dignità della persona è uno dei nostri principi di riferimento. Come SIMM cerchiamo di concentrarci e confrontarci sul diritto alla tutela della salute di tutti i migranti, che sono oggettivamente soggetti fragili, di fare ricerca sulle condizioni di salute e sui bisogni dei migranti, ma anche di suggerire alle istituzioni interventi che possano meglio tutelarli. È chiaro che la tutela sanitaria non è sufficiente per garantire la qualità di vita del migrante, perché la salute delle persone è fortemente influenzata anche dai “determinanti sociali” e su questi incidono soprattutto le politiche sociali.

Gli ostacoli maggiori si incontrano nello sviluppo delle politiche per la salute degli stranieri o nel superamento della non cultura all’accoglienza del diverso?

Le due dimensioni sono complementari e non separabili, come la SIMM ha riassunto nel concetto di “Sanità transculturale”. Nel nostro territorio nazionale vivono persone provenienti da 200 Paesi diversi; è impensabile coltivare approfondimenti culturali che riguardino le singole nazionalità, culture e lingue. Diventa quindi necessario un approccio transculturale, cioè che vada la di là delle specifiche culture di appartenenza, che non dia per scontate le proprie categorie di riferimento e che si avvicini alla diversità come a un valore e a una risorsa e non solo come a un pericolo. “Xenofobia” etimologicamente è la paura del diverso, di quello che non si conosce, ma dobbiamo lavorare su questo, soprattutto per sconfiggere luoghi comuni reiterati in modo acritico da quando, circa 25 anni fa, l’immigrazione ha assunto una dimensione rilevante nel nostro Paese. Abbiamo verificato che quando c’è la possibilità di instaurare un rapporto più dialettico e approfondito con gli operatori della salute, anche di aree che hanno una particolare sofferenza di prevalenza straniera, è possibile destrutturare comportamenti pregiudiziali che possono condizionare anche gli esiti di salute.

La tutela della salute non prescinde quindi dall’accoglienza?

Credo che la prima cosa che uno straniero nota quando si rivolge ad un servizio è il modo in cui viene accolto. L’accoglienza diventa quindi parte integrante della “presa in carico”, qualificante così come l’adozione di idonei interventi diagnostici e terapeutici. Da questo punto di vista dobbiamo fare in modo di includere gli immigrati nei percorsi socio-sanitari assistenziali, non solo di erogare la singola prestazione e il singolo intervento, né più né meno di quanto dobbiamo fare per i cittadini italiani. La nostra normativa di settore afferma infatti che il cittadino straniero regolarmente presente ha gli stessi diritti e doveri del cittadino italiano, pertanto anche il sistema socio-sanitario deve costruire un modo di lavorare che garantisca questa equità.

Da una parte c’è il cittadino straniero regolare, dall’altra il cittadino straniero irregolare…

Quest’ultima è la componente di cui i media parlano più spesso: occorre però ricordare che, a dispetto di una percezione diffusa, si tratta di una componente minoritaria, stimata in alcune centinaia di migliaia di persone a fronte di 5 milioni di migranti regolarmente presenti in Italia; occorre anche ricordare che la condizione di irregolarità è molto spesso il prodotto “perverso” di politiche immigratorie inadeguate. La SIMM sin dal suo inizio se ne è occupata in modo particolare, in quanto si tratta di una minoranza particolarmente vulnerabile anche sotto l’aspetto della salute e dell’assistenza; un universo all’interno del quale si annidano particolari criticità (come il rischio di infortuni occupazionali, o il tasso particolarmente elevato di IVG), di cui il nostro Congresso si occuperà. Speriamo che in futuro non sia più necessario contrastare proposte assurde dal punto di vista della Sanità pubblica oltre che discutibili sul piano etico, come quella che voleva rendere possibile la denuncia, da parte degli operatori della salute, dei pazienti clandestini.

18 maggio 2011

XI Congresso della Società italiana di Medicina delle migrazioni
Salute per tutti: da immigrati a cittadini. Aprire spazi… costruire traiettorie
Palermo 19-21 maggio 2011
Programma (PDF: 548 Kb)

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