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Fitoterapia: c’è da fidarsi?

Giorgio Dobrilla, professore di Metodologia clinica alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma, gastroenterologo emerito dell’Ospedale regionale di Bolzano

Una grande parte dei farmaci convenzionali deriva per estrazione da organismi vegetali o per sintesi o emisintesi dei principi attivi in essi identificati. Basta pensare alla digitale o ai salicilati, agli anticoagulanti dicumarolici, agli alcaloidi antitumorali della vinca, alla caffeina per citare solo alcuni nomi. Se questa è fitoterapia c’è da fidarsi di sicuro, dando però per scontato che il principio attivo, una volta identificato, sia stato poi sottoposto a studi di purezza, di farmacodinamica e di farmacocinetica che ne consentano un impiego mirato, consapevole e documentatamente vantaggioso per il paziente.

I fitocomposti, se adeguatamente studiati, sono farmaci a tutti gli effetti che possono risultare sicuramente preziosi, ma non in quanto "naturali, ma perché la loro efficacia e la sicurezza sono emerse da studi specifici ormai standardizzati in tutto il mondo. Inoltre, è evidente che l’attributo "naturale" non è necessariamente sinonimo di "benefico e "sicuro". Dovrebbe essere pleonastico ricordare che naturali, ma anche letali, sono pure la cicuta, l’atropa belladonna, i semi di oleandro, i virus, i batteri, i funghi velenosi, il curaro, i veleni dei serpenti e degli insetti e via dicendo. Quindi, sbaglierebbe quel consumatore che assumesse tranquillo un rimedio solo perché si tratta di un trattamento "naturale".

Qualcuno ipotizza che il fitoterapico ha dei plus in quanto, oltre al principio attivo essenziale, contiene altri ingredienti che ne possono modulare o potenziare l’azione. Questo potrebbe anche essere vero, ma al solito deve essere dimostrato e non solo ipotizzato. Va infine rilevato che le pubblicazioni serie in tema di fitoterapia sono un’esigua minoranza e solitamente si trovano relegate sugli scaffali degli istituti di ricerca, mentre quelle che sono motivo di confusione (e non di informazione!) per il paziente o persino miracolistiche, sono una vera pletora e abbondano in ogni edicola. Di questo tipo di fitoterapia non c’è davvero da fidarsi. Il sito molto puntuale Farmacovigilanza.com, con le notizie che puntualmente dà cliccando su "fitovigilanza", dimostra che questa prudenza è pienamente giustificata.

Fabio Firenzuoli, dirigente dell’Unità Ospedaliera Medicina naturale, Ospedale S. Giuseppe di Empoli, professore Master II^ livello in Fitoterapia clinica, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di Firenze

La fitoterapia può esser considerata oggi parte della Medicina, così come lo sono la scienza dell’alimentazione, la chemioterapia, la terapia chirurgica, la radioterapia, e via dicendo. E, al pari di ogni disciplina medica, è normale che presenti luci ed ombre, indicazioni e controindicazioni, limiti e rischi. L’argomento ha talvolta creato disappunto e talvolta reazioni abnormi di rigetto sic et simpliciter perchè si occupa di "erbe medicinali", in altri termini di cose banali in termini di efficacia e inaffidabili in termini di sicurezza.

Tuttavia credo che in Medicina non convenga mai a nessuno innalzare muraglioni ideologici o vere e proprie crociate, perché quello che sembra vero oggi può non esserlo più domani, e l’esatto contrario. Per la Fitoterapia sta succedendo un po’ lo stesso: oggi abbiamo la possibilità di utilizzare non tanto le tisane della nonna quanto piuttosto medicinali veri e propri, galenici oppure registrati e autorizzati dal Ministero della Salute, come qualunque altra specialità medicinale. Questi si chiamano fitoterapici e rispondono alle stesse regole e controlli previsti per il farmaco di sintesi. Non è una mia illusione ma una realtà verificabile nel sito stesso del Ministero. Una specifica commissione sui medicinali vegetali esiste pure in seno all’Agenzia europea del farmaco (EMEA). Questo dovrebbe sgombrare il campo da pregiudizi di natura regolatoria. Non hanno invece attinenza con la fitoterapia i prodotti erboristici, così come non ce l’hanno la frutta e la verdura acquistabili al mercato ortofrutticolo.

Pressoché in ogni sede universitaria, anche italiana, vi sono laboratori o istituti dove si fa regolarmente ricerca sulle piante: dalla biologia alla botanica, dalla fitochimica alle tecnologie estrattive e farmaceutiche, dallo studio del meccanismo d’azione farmacologica agli aspetti più squisitamente tossicologici, per finire ai trials clinici. Sono queste le discipline biomediche alla base della Fitoterapia clinica, le stesse che permettono di identificare i principi attivi responsabili dell’attività farmacologica di un preparato, renderlo stabile e biodisponibile sfruttando le più moderne tecnologie, e di utilizzarlo alle dosi dichiarate efficaci dagli studi clinici, piuttosto che dalla tradizione della medicina popolare. È verificabile che in Medline sono attualmente disponibili oltre 40.000 studi pubblicati, di cui 1.800 clinical trials e oltre 70 metanalisi sulle piante medicinali. Ed è in relazione a questa realtà che la Conferenza dei presidi delle Facoltà di Medicina e Chirurgia nel 2004 ha invitato le Facoltà ad inserire nei corsi di Farmacologia e di Medicina interna insegnamenti di Fitoterapia, che dal canto loro gli Ordini dei medici avevano dichiarato di competenza medica già nel 2002.

L’uso delle piante medicinali è quindi possibile seguendo un percorso rigorosamente scientifico; quello che emerge come evidenza scientifica, e solo quello, appartiene alla fitoterapia, utilizzabile quindi al pari delle altre risorse terapeutiche. Che poi serva un’educazione del cittadino che impropriamente vive i "prodotti naturali come alternativa sicura ed efficace ai farmaci di sintesi, questa è un’altra cosa. Così come è necessaria l’implementazione di un sistema di fitosorvegliana voluto dall’Istituto superiore di sanità e dall’Agenzia italiana del farmaco, al quale peraltro stiamo collaborando da oltre 5 anni.

 

18 luglio 2007

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