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Il carpaccio di polpo nella borsa del medico

Basta che una rivista sia indipendente o è meglio che sia anche utile? Quale deve essere il punto di partenza? Quale il traguardo e – soprattutto – come raggiungerlo? Intervengono Antonio Addis e Luca De Fiore, al ritorno  dal Forum della ISDB sul ruolo dell’informazione indipendente, segnalato su Va’ Pensiero della scorsa settimana…

L’opinione di Antonio Addis

L’informazione sui farmaci nella borsa del medico

Informazione e indipendenza, strumenti per il trasferimento delle conoscenze e conflitto di interessi, pubblicità e formazione degli operatori. È di questo che si è discusso venerdi scorso a Verona al convegno organizzato dall’International Society of Drug Bulletins.

Lo si è fatto dalla prospettiva di chi scrive, dedica risorse e professionalità al trasferimento non solo delle semplici “novità” nel pianeta farmaco ma anche ben più difficile ponendosi come strumenti utili a valutare tutta questa enorme messe di dati che ci sommerge.

Infatti, il rumore, anzi, il frastuono informativo sui farmaci è tale da non riuscire spesso a capirci niente, o meglio, tale da creare una frustrazione che spinge gli operatori a non dare ascolto più a nessuno. Al contrario, molti dei quesiti che fanno parte della normale pratica clinica non trovano nessuno spazio, da nessuna parte. In questo contesto l’antica diatriba tra informazione che si dice indipendente e quella che si nasconde tra le pieghe della pubblicità.

È chiaro che una giornata non può bastare ma si è trattato di un evento ed uno stimolo da non lasciare alla sola memoria degli atti congressuali. Immancabilmente rimane il cruccio di non aver avuto l’occasione di poter approfondire aspetti che vengono messi a fuoco solo una volta a casa, ripensando alle cose dette.

Ad esempio, personalmente ho avuto l’impressione che persista la semplice visione di uno scenario diviso tra i buoni informatori ed i perfidi persuasori del mercato.

Vi è un altro problema che occorre porsi in maniera pressante: quanto riusciamo ad essere un utile strumento di informazione. Un’informazione sui farmaci talmente necessaria da essere portata sempre dietro con sè, nella borsa del medico, non come un semplice catalogo/prezzario. Questo non è un tema più importante dell’indipendenza dal privato o dalla capacità di un sistema di verificare tutto ciò che si dice?

A giudicare dall’osservatorio di un centro di informazione sui farmaci i quesiti sulla sicurezza ed efficacia dei farmaci sono sempre più complessi e non trovano facile soluzione nelle fonti informative ufficiali. Se poi dovessimo ragionare sulla base delle “evidenze” registrative capiamo che il grado di incertezza è tale da richiedere spesso un supporto investigativo importante post-marketing per gestire altrimenti indicazioni terapeutiche ambigue.

Quanto è utile continuare ad opporre a strumenti promozionali pensati solo per convincere format informativi esclusivamente difensivi? In tutto questo chi l’informazione sul farmaco la deve semplicemente usare – oggi l’operatore sanitario, domani forse più direttamente il paziente – continuerà a vedere l’attività di informazione sui farmaci, tutta intera, come poco rispondente ai quesiti che forse sono semplicemente altri.

Potremmo tutti cavarcela semplicemente chiudendoci nei differenti ruoli istituzionali, accademici, associativi o di mercato. Oppure, per chi vuole ancora credere che tutto questo possa avere ancora un peso nel corretto uso del medicinale, pensare che la sfida è grande e richiede uno sforzo importante. Necessitano idee e approcci differenti, nuovi, che non conquistino semplicemente attraverso il marchio della “indipendenza” ma attraverso la capacità di rispondere alle domande utili alla pratica clinica.

È  un dato di fatto che l’attività promozionale nel campo dei farmaci è enorme. Sarà impossibile contrastarla con un’informazione “antagonista”. L’unica speranza è di sviluppare strumenti più vicini al reale bisogno di chi di informazione sui medicinali, e non solo, ne ha comunque necessità.

L’opinione di Luca De Fiore

Carpaccio di polpo e le riviste indipendenti

“Il carpaccio di polpo non l’ha convinta?” Hai voglia a spiegare al cameriere del ristorante di Verona che da un polpo bollito non ci si aspetta di essere convinti; piuttosto, che abbia un sapore, quel poco che basterebbe a farci proseguire l’antipasto dopo l’iniziale assaggio. Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti, e di sicuro è ancora di questa opinione dal momento che sempre più spesso sono usate a sproposito. Un polpo lessato e non crudo – sarà magari ottimo, ma non è carpaccio.

Non solo alla Bottega del vino, ma anche al convegno sul ruolo dell’informazione indipendente, segnalato su Va’ Pensiero della scorsa settimana, si è discusso di significati di parole; per esempio:

  • di disclosures insufficienti a garantire trasparenza,
  • di informazione che troppe volte è semplicemente pubblicità,
  • di linee-guida costruite per condurre a un maggior consumo di farmaci e non a più salute,
  • di indipendenza, soprattutto, per riaffermarne il valore e la centralità nelle attività di formazione del personale sanitario.

Già sul Bollettino di informazione sui farmaci nella primavera del 2004, veniva ricordata l’esigenza di “una informazione indipendente, il che non significa una contro-informazione, bensì una informazione ed una comunicazione a carattere pubblico  che risponda alle esigenze ed agli obiettivi del Servizio Sanitario Nazionale.” Perfetto: la stella polare sono il SSN e la salute dei cittadini. Ben sapendo, però, che i pericoli per un’informazione onesta sui medicinali non provengono solo dalle aziende farmaceutiche,  basti pensare ai condizionamenti esercitati

  • da enti governativi (pensiamo a quanto è accaduto negli Stati Uniti a proposito dell’approvvigionamento di farmaci antivirali “anti-pandemici”),
  • da società scientifiche (quando gli editor delle riviste si possono licenziare, sono proprio i chairmen delle Associazioni ad occuparsene),
  • da istituzioni religiose.

L’indipendenza dall’influenza industriale non è un traguardo ma un punto di partenza; si potrebbe dare (quasi) per scontato, soprattutto nell’ambito di incontri come quello organizzato dal Forum della ISDB Italia, che ha comunque dato spunti troppo importanti per non auspicare di ritrovarsi presto per proseguire il confronto dandosi nuovi obiettivi.

  1. Ottenere, in qualità di direttori di riviste, bollettini e siti web un pieno mandato dai propri editori e dalle istituzioni committenti che garantisca la completa autonomia della politica editoriale: è un passo essenziale in direzione di una più completa indipendenza.
  2. Comprendere meglio in che modo la produzione culturale di una rivista di informazione sui farmaci possa di per sé costituire una condizione sufficiente a motivare la prosecuzione del percorso, anche in assenza di risultati convincenti in termini di diffusione non gratuita;
  3. Studiare modi nuovi per coinvolgere di più i medici e i farmacisti in questi progetti, nella convinzione che l’indipendenza, per essere davvero tale, non può prescindere dal consenso dei lettori.

“Finché non ci sono lettori che vogliono leggere di questi argomenti, che pretendono di capire i meccanismi, queste cose non saranno mai veramente raccontate. Perché un giornale decida di mettere in prima pagina un articolo su queste vicende, sapendo che potranno arrivare querele, pressioni, grane politiche, sapendo che potrà andare incontro alle forme più assurde di boicottaggio pubblicitario? Lo fa solo se è certo che i suoi lettori lo chiedono. È in questo che sta la sua forza”. Roberto Saviano parla di camorra in queste righe tratte dal piccolo libro che troviamo allegato a Internazionale di questa settimana; potrebbe però riferirsi ad altre industrie, quella alimentare o quella farmaceutica, per esempio, tra le protagoniste di quella Economia canaglia che sta cambiando il mondo, descritta nel libro di Loretta Napoleoni, citato da Gianni Tognoni nel suo intervento al convegno.

Solo il recupero di una motivazione forte da parte dei cittadini-consumatori di farmaci e di disinformazione può tutelare la nostra vera e più profonda indipendenza; per ottenere questo ritorno di interesse non basta rivisitare i percorsi già fatti: occorre immaginarne di nuovi, avventurandosi anche su itinerari per noi sconosciuti o che ci sembrano poco promettenti o improbabili. È ai medici nuovi che dobbiamo rivolgerci, ai farmacisti appena laureati o in formazione: sono loro che dovrebbero dirci di quale informazione hanno bisogno; devono indicarci anche le forme di una nuova comunicazione che formi davvero, capace dunque – come ricordava Luciano Vettore nella sua relazione al congresso – di far cambiare i comportamenti.

Fiona Godlee, editor del BMJ, pur non essendo al convegno (del resto, quello da lei diretto non è un bollettino indipendente), è come se fosse intervenuta utilizzando la sua Editor’s Choice di venerdì scorso: “What of the future for medical journals? We have lots of plans, especially for developing the BMJ online. But are we the right people to see what lies ahead, given that almost all of us are over 40?” Non è una domanda retorica: e se dare risposte utili ai quesiti proposti al congresso di Verona fosse anche (soprattutto?) una questione generazionale? È sicuro che, oggi, fa di più un video sui rischi della nimesulide postato su YouTube che dieci articoli sulle riviste tradizionali. Le industrie farmaceutiche, infatti, ci hanno già pensato:

  • manager che curano blog nei quali dicono del loro impegno per un mondo libero dalla malattia,
  • uffici del marketing che intervengono su Wikipedia per alterare le voci dedicate ai loro farmaci, enfatizzandone le qualità,
  • direzioni mediche che implementano su Slideshare.net set di diapositive presentate ai congressi…

Forse sarebbe il caso di pensarci: noi che abbiamo passato i quaranta potremmo lasciare il campo, dedicandoci ad altre attività per le quali siamo più portati. Per esempio, aprire un ristorante che serva a regola d’arte un carpaccio di polpo. Crudo, però.

 

14 maggio 2008

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