In primo piano

Il lessico che promuove la salute

Presidente, cominciamo con lo spiegare la gestazione del Codice deontologico: da dove è scaturita l’esigenza di “rimetter mano” all’edizione del 2006?

Credo che a nessuno sfugga lo stretto legame che esiste tra l’evoluzione della medicina, della sanità, dell’esercizio professionale: la medicina è sottoposta ai progressi delle Scienze biotecnologiche; la sanità è l’organizzazione etica e sociale di risposta ai bisogni di salute, influenzata dunque dai cambiamenti di prospettiva nei valori, nelle richieste, nelle offerte di servizi. A questi mutamenti non può non corrispondere un’evoluzione dei profili tecnico scientifici, civili e deontologici dell’esercizio delle nostre professioni. La complessa dinamica di queste relazioni richiede lo sviluppo continuo di nuove competenze e l’acquisizione di sempre nuovi saperi, rimodella le organizzazioni del lavoro, amplifica l’esposizione sociale del ruolo del medico quale garante della tutela della salute.

Alcune anticipazioni sulla bozza del Codice deontologico sono trapelate attraverso i media, così come sono state mosse, da alcune parti, critiche su tali anticipazioni. Cosa risponde?

Per cultura personale e per esercizio di ruolo, considero le critiche un utile e prezioso contributo al dibattito. E, nell’accoglierle con questo spirito, mi permetto alcune considerazioni. Quelle che hanno ricevuto una certa evidenza, rimbalzando sostanzialmente sovrapponibili su alcuni mass media, non mi paiono calibrate – nello spirito e nella lettera – su quanto è stato proposto in discussione. Ad esempio, sulla paventata deriva contrattualistica della relazione medico-paziente, mi sembra che le modifiche intendano perseguire l’obiettivo opposto: quello cioè di una relazione di cura equilibrata tra due soggetti, entrambi portatori di autonomie e responsabilità. Il fine comune della tutela della Salute impegna l’uno e l’altro nella ricerca di quella Alleanza su obiettivi condivisi e su scelte che reclutino i valori, le competenze, e le responsabilità di entrambi. Questi sono i termini di un’Alleanza, che scadrebbe invece in una mera contrattualità se gli uni non riconoscessero agli altri questi diritti-doveri.

L’attenzione si è molto soffermata sulla modifica di definizione da “paziente” a “persona assistita”. Può spiegarcene il significato e l’intento?

La proposta di inserire nel codice il termine “persona assistita” non è antinomica alla tradizionale definizione di “malato/paziente”, ma si sforza di dare coerenza, anche nella scelta delle parole, al cambio di paradigma della medicina moderna, che passa da esclusiva azione di cura della malattia, a quella più vasta di promozione e tutela della salute.
La medicina e l’esercizio professionale coinvolgono infatti oggi, sempre di più, anche le persone sane, proponendosi l’obiettivo di mantenerle tali (attraverso strategie di educazione e promozione della salute, di prevenzione primaria, secondaria, terziaria), pur scontando – ed è un problema anche deontologico – alcuni paradossi, quali i presunti malati o presunti sani che ci consegna la medicina predittiva, i “super-sani” che vorrebbe consegnarci la medicina potenziativa, i sani e malati su traccia elettronica prodotti da un possibile uso esasperato della Information and communication technology in sanità. Da qui la proposta di un nuovo termine, che diversamente qualifichi il soggetto al centro della attività mediche: il malato è senza dubbio una persona assistita, ma anche il sano è una persona assistita. Ci siamo posti e abbiamo posto una questione che non è meramente lessicale.

Per la prima volta, avremo un Codice Deontologico senza i “deve”, oltre che minuziosamente dettagliato: non rischia di ridursi – come da qualche parte si paventa – a un ridondante mansionario?

Colgo gli imbarazzi di quanti non ritrovano nella proposta di revisione del codice, ad ogni articolo, l’incipit “il medico deve”, paventando in questo diverso lessico una caduta degli obblighi verso mere raccomandazioni comportamentali. Non è così. E chiedo scusa per il paragone, ma la nostra costituzione, che pure è la madre di tutte le leggi, l’architrave di tutto l’ordinamento della nostra convivenza civile, che pure parla di diritti e di doveri, forse mai usa il termine “deve”. Il rilievo di un eccessivo dettaglio delle norme ci richiama ad un più attento lavoro di sintesi, che cercheremo di attuare nella fase conclusiva della proposta.

Cos’altro vuole dire per concludere?

Vorrei aggiungere un’ultima considerazione, che nasce dall’insieme delle precedenti: la Deontologia professionale è, per definizione, una straordinaria occasione di incontro, ascolto, tolleranza all’interno di principi condivisi. Cogliamola, questa occasione, con trasparenza, con rigore e con passione. Ma, soprattutto, con responsabilità e coraggio, perché è uno dei pochi strumenti che abbiamo a disposizione per conservare a questa Medicina, a questa sanità, a questa Professione – e senza nulla voler togliere alle sensibilità e ai valori di ciascuno – quel ruolo di motore della convivenza civile intorno a un bene primario: quello della salute.


Tratto dall’intervista (PDF: 545 KB) realizzata da Simona Dainotto, Ufficio stampa e informazione della FNOMCeO.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.