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Il Pensiero delle donne

La prima volta che ho votato

La prima volta che ho votato, ho deciso di dare la mia preferenza a candidate di sesso femminile: il proposito era di continuare a farlo almeno finché non si fosse raggiunta la quasi parità tra deputati uomini e donne. Sono passati quasi trent’anni, le donne nel parlamento italiano non raggiungono il 20% (Arcidonna – Osservatorio di genere: le istituzioni), e alle ultime elezioni mi è stata negata anche la possibilità di scegliere chi votare.

Arabella

Parità di doveri prima che di diritti

La “festa” della donna non mi è mai piaciuta. Tanto meno ora che è diventata soltanto un’occasione per vendere cioccolatini e mazzetti di mimose. Un riconoscimento del tutto esteriore e inutile, che forse può far piacere alle adolescenti o a chi pensa che possa bastare una giornata celebrativa per dare dignità e centralità all’altra “metà del mondo”… Ma il riconoscimento dovrebbe essere molto più profondo, quotidiano, sociale, culturale; dovrebbe essere tale da permettere alle donne di non doversi trovare ad operare delle scelte tra la realizzazione lavorativa ed i figli, tra il proprio destino biologico e la propria capacità di autodeterminarsi. La parità è diventata per le donne parità di doveri prima che di diritti, ed è un problema con cui una madre – soprattutto se lavora – si scontra continuamente. Secondo me, e lo dico con lucidità non con velleità polemiche, attualmente c’è ben poco da festeggiare… Speriamo possa essere diverso per le nostre figlie!

Bianca

Fija fimmina inchie na casa

Wonder woman, donne con le palle (attributo maschile usato in senso elogiativo perché “donne” da solo non basta), madri, mogli, lavoratrici. Incazzate. Mascoline, a volte nell’animo e a volte nell’atteggiamento. Abbrutite dentro ma belle fuori se no gli uomini non le guardano. Sterili e se continuano così sterilizzate dalla vita visto che prima di avere un lavoro decente e di fare un figlio bisogna superare la soglia dei trenta.
Mi sono rimasti 98 ovuli disponibili. Ho stimato che mi sono rimasti cinque anni per provare a realizzare un paio di progetti a cui tengo. Mi sono rimasti tre minuti per scrivere altrimenti perdo la lezione di tennis e con essa lo sforzo di restare in forma e lottare contro la forza di gravità. Tristi valutazioni? Per nulla. Io sono contenta per un sacco di motivi.
Primo. Perch il climate change ha fatto fiorire la mimosa di fronte a casa il 10 febbraio quindi domani non vedrò l’albero in fiore
Secondo. Perch oggi per strada ho visto riflesso su una vetrina il mio viso e mi sono detta che il mese prossimo faccio l’abbonamento dell’ATAC da 18 euro che è quello da studenti, tanto nessuno mi darebbe più di 26 anni
Terzo. Perch le parole serie sulla festa della donna non servono l’otto marzo e io non le scrivo.
Comunque mia nonna diceva sempre: “fija fimmina inchie na casa, fiju masculo la scija”. E se uno dei 98 ovuli attecchisce “speriamo che sia femmina”…

Emanuela

Mi ricordo la zia Maria…

Mi ricordo la zia Maria, o meglio la prozia Maria (zia di mia madre).
Classe 1898, morta nel 2001, a 103 anni, come forse tutti vorrebbero morire: nel sonno, dormendo.
Si è addormentata e semplicemente il suo cuore si è fermato, il respiro anche, e lei se ne è andata, così senza soffrire, forse sognando…
E chissà cosa sognava – se sognava – la prozia Maria mentre moriva? Me lo domando ora, per la prima volta.
Mi piace pensare che sognava dei suoi 103 anni vissuti intensamente in un Italia che ha visto cambiare così tanto lungo un secolo di storia.
Di origini pugliesi, veniva da una famiglia contadina. Brava a scuola, fin da subito la prozia Maria; tanto che alla conclusione degli studi magistrali il professore d’italiano convocò il papà di Maria e gli disse: “sua figlia deve assolutamente continuare a studiare Signor Signore!” (perché così si chiamava la prozia Maria: Maria Signore – come Signore era d’altronde il cognome di mia madre…).
E così fu: eccezionalmente Maria studiò. Perch a quell’epoca certo lo studio non era “donna”, men che meno quello universitario. E invece Maria studiò con grande sacrificio ma anche gran vanto e orgoglio della famiglia. Studiò e poi insegnò. Non solo a Roma. La prozia Maria si spostò addirittura: insegnò perfino in quel del Nord, a Chioggia in provincia di Venezia.
Mi ricordo le lunghe chiacchierate sul divano con la prozia Maria: “sai Manuela” mi diceva “quando Pirandello entrava in aula si capiva subito se sua moglie passava o meno un buon periodo… a volte durante le lezioni… è come se si… assentasse. Immagina il dolore che si portava dentro per la malattia mentale della moglie…”.
Oppure: “eh Manuela”, si lamentava, “che peccato fu non poter discutere la tesi con Gentile! Non fu nominato Ministro proprio in quell’anno?!”.
Eh sì, perché la prozia Maria era un pezzo di storia vivente: mi parlava di personaggi che io avevo conosciuto nei libri di storia o di cui avevo letto romanzi, novelle e pièce di teatro.
Andava per epidemie, la prozia Maria, a cominciare dalla spagnola degli anni 1918-19, fino all’asiatica della fine degli anni ’50, alla cinese degli anni 1968-69. Fino agli anni ’80, con l’Aids. Eh sì, le aveva viste tutte le epidemie (come le guerre!) Maria, così come aveva visto andarsene tutti i fratelli: chi per la spagnola, chi per la tubercolosi… E di nulla si scandalizzava, seppur religiosa. Mi piace pensare che non si sarebbe scandalizzata dei DICO, che avrebbe sostenuto una legge sull’eutanasia, così come avrebbe votato 4 sì al referendum sulla procreazione assistita del 2005… Ma forse questa è la mia storia, non la sua; questi i miei tempi, non i suoi…
Comunque aveva una gran bella testa la prozia Maria; e d’altronde – penso – come puoi non averla se hai attraversato un secolo intero e oltre! E poi che secolo! Non uno qualsiasi…
Al 100esimo compleanno ricordo il suo viso gioioso e il colorito rosso (anche per il vinello e lo spumante…), e quell’aria un po’ fanciullesca con cui ripeteva: “100 anni?! bè se così vuole il buon dio…”.
Gli ultimi anni, sedute sul divano, mi diceva di tanto in tanto: “sai Manuela, mi sento un po’ una… sopravvissuta. Se ne sono andati tutti…”.
Mi ricordo la zia Maria, anzi la prozia Maria. Una vita lunga e in salute, tra gli affetti dei suoi cari e le gioie di un lavoro che amava. Ma senza un marito, e senza dei figli. Perch Maria era una donna un po’ particolare: aveva scelto di studiare, di lavorare, di insegnare e quindi – va da s – di non sposarsi. Ai primi del Novecento, capirai!
E allora in ricordo della prozia Maria, in ricordo della moglie di Pirandello, così come di quella Ministra dell’Istruzione che l’Italia non ha avuto negli anni Venti (e che anche oggi insomma…), alcuni desideri al femminile per questo 8 marzo e per i tempi prossimi a venire:
1. tempi del lavoro e tempi della famiglia e della maternità (in quanto essere madri) sempre più concilianti e conciliati;
2. rimessa in discussione della legge 40 sulla procreazione assistita;
3. attenzione particolare alla salute mentale delle donne;
4. azioni forti ed efficaci contro la violenza sulle donne, in particolare quella domestica;
5. maggiore accessibilità delle donne alla politica;
6. …
7. …
8. …

Manuela

Ancora un altro 8 marzo

Io lo dedico a tutte le donne straniere clandestine in Italia, alla ricerca di un lavoro e di una casa dove poter vivere: lontano dai loro figli e dai loro affetti, che arrivano nel nostro paese e che spesso rimangono troppo a lungo senza un’identità.
Semplicemente non esistono: n negli affetti, n all’anagrafe.
Il mio pensiero va a tutte queste donne, che con coraggio sacrificano un periodo della loro vita, per mandare soldi in patria a figli, mariti, madri e fratelli e non pretendono di essere regolarizzate dai propri datori di lavoro italiani.
Vivono nelle nostre case, si occupano dei nostri bambini e dei nostri anziani, ci rassicurano e ci consentono il lusso di rilassarci.
Vorrei che fosse normale pretendere il diritto al permesso di soggiorno!

Maria

La grande anima delle donne

Dostoevskij diceva: “la bellezza salverà il mondo”, bellezza non certo riferita alle misure di miss Italia ma alla grande anima che abita ciascun essere umano. L’auspicio per questo giorno, ed esteso ai restanti 364 dell’anno, è che in ogni angolo del mondo la grande anima delle donne possa trovare le condizioni per fiorire, lontano da violenza, umiliazione, fatica, sofferenza, per poter camminare a testa alta, nella dignità e nel rispetto.
Buon otto marzo a tutte le donne

Maria Lidia

Impariamo a festeggiarci ogni giorno

L’8 marzo? Una festa vissuta con gioia e difesa con forza molti anni fa, ma che ora abolirei: mi fa pensare al festival di Sanremo: istituzionalizzata, commemorativa, inutilmente celebrativa. Non abbiamo bisogno di celebrazioni una volta l’anno, ma “semplicemente” e quotidianamente di rispetto e considerazione, a casa e sul posto di lavoro.
Come fare? Dobbiamo noi per prime imparare a festeggiarci un poco tutti i giorni…

Silvana

Le donne dovrebbero fare squadra

Mi piacerebbe che ci fosse maggiore solidarietà e complicità tra le donne. Ho sempre creduto fortemente nell’aiuto reciproco fra donne di qualsiasi età ed etnia, perchè ritengo che abbiamo delle risorse e delle doti che mancano agli uomini. Non voglio con questo fare la paladina delle femministe, ma semplicemente esprimere un mio pensiero che ritengo molto plausibile. Purtroppo nella realtà non è sempre così facile riuscire ad andare d’accordo tra donne, soprattutto perchè c’è sempre l’invidia che la fà da padrone…
Comunque, non demordo e sono fiduciosa al riguardo, anche perchè se vogliamo veramente conquistare certi livelli di potere nel lavoro, dobbiamo essere unite e grintose verso questo comune obiettivo…

Tiziana

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