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Il valore dell’informazione low cost

AntibioticiSul BMJ avete pubblicato i risultati della campagna informativa “Antibiotici. Soluzione o problema?” finanziata dall’AIFA, che avete condotto nelle province di Modena e Parma da novembre 2011 a febbraio 2012. Perché fare una campagna informativa sugli antibiotici?

Perché la prescrizione di antibiotici è molto legata a fattori culturali, considerando che nel mezzogiorno se ne prescrivono fino a tre volte di più rispetto ad alcune Regioni del nord e che differenze simili si osservano confrontando la Grecia, la Francia o la stessa Italia con alcuni paesi del nord Europa, dove peraltro hanno iniziato a fare campagne informative da moltissimo tempo. L’uso eccessivo di antibiotici è un problema rilevante per la sanità pubblica e può essere affrontato anche cercando di influenzare le conoscenze e le abitudini attraverso campagne di comunicazione. Più in generale volevamo anche capire se, a livello di aziende sanitarie, la disponibilità di informazioni su un argomento importante e l’attenzione a una loro corretta comunicazione possono rappresentare un valore aggiunto ed essere realizzate con le risorse a disposizione.

Quali sono stati gli effetti di questa campagna informativa low cost?

Dal punto di vista dell’uso degli antibiotici, abbiamo osservato una lieve riduzione rispetto al resto della Regione, cioè intorno al 4-5%: lieve, ma in linea con ciò che si è ottenuto con altre campagne fatte in altri paesi, sia a livello regionale che nazionale. C’è stata anche una scelta un po’ più oculata nel tipo di antibiotici prescritti, e qui potrebbero aver funzionato le informazioni date ai medici sulle resistenze batteriche locali. Invece non c’è stato alcun impatto sulle conoscenze e sulle attitudini dei cittadini, a cui era principalmente rivolta la campagna. In altri termini, questo intervento stagionale sembra aver creato un clima favorevole a una prescrizione accorta ma non ha influenzato la consapevolezza dei cittadini sul “problema antibiotici”, in particolare sulle resistenze batteriche. Per quanto riguarda infine la sostenibilità economica, le stime ci dicono che la campagna dovrebbe essersi ampiamente ripagata grazie a una riduzione nella spesa per gli antibiotici.

La campagna informativa come è stata recepita dai medici di medicina di generale? Come un segno di sfiducia nella loro pratica prescrittiva?

Non direi. La campagna era rivolta ai cittadini allo scopo di creare un clima favorevole a un uso appropriato degli antibiotici, dando ai medici qualche strumento in più per limitare le “insistenze” dei pazienti che vogliono l’antibiotico sempre e comunque. I medici non erano il target della campagna: non volevamo che si sentissero sul banco degli imputati. Abbiamo invece chiesto loro di essere partner di questo progetto.

Come?

Già nella fase di progettazione abbiamo ragionato con un gruppo di medici indicati dalle ASL partecipanti per capire meglio il contesto nel quale avviene la prescrizione, gli elementi che la possono influenzare e di conseguenza quali obiettivi, strumenti e messaggi chiave dovessimo considerare per la campagna. Successivamente, durante incontri distrettuali rivolti a tutti i medici, specialisti in counselling ci hanno aiutato a sottolineare il ruolo fondamentale che i medici hanno come mediatori dell’informazione, suggerendo alcune tecniche per favorire il dialogo con i pazienti e la loro condivisione rispetto a scelte prescrittive “sensate”. In sintesi, in questa campagna informativa abbiamo cercato di non calare le informazioni dall’alto, ma di favorire la condivisione con i professionisti e tra professionisti e cittadini.

Nel vostro studio avete misurato gli effetti della campagna informativa sulla base del tasso medio della prescrizione. Possiamo quindi dire (o confidare) che – anche in un’epoca di risorse sempre più limitate – nelle politiche sanitarie regionali e locali la valutazione dell’appropriatezza viene prima del contenimento dei costi?

Senz’altro: il vero obiettivo non era ridurre la spesa. Certo, abbiamo anche misurato la spesa per gli antibiotici per avere informazioni utili sulla sostenibilità dell’intervento. Questo è uno dei tanti casi in cui si può migliorare l’assistenza sanitaria riducendo la spesa, o meglio liberando risorse per un’assistenza sanitaria ancora migliore.

Forti di questa esperienza come pensate di procedere? Su quali fronti pensate di intervenire come Agenzia sanitaria regionale? E quali i principali ostacoli da superare (economici, gestionali, culturali)?

Probabilmente questo progetto ci suggerisce che la disponibilità di informazioni e la collaborazione con i professionisti (medici e anche farmacisti) sono due elementi fondamentali per la promozione della salute. L’auspicio è di continuare in questa direzione: produrre informazioni adatte ai diversi target (sia cittadini che professionisti) e creare un clima collaborativo per il loro migliore utilizzo. Forse il principale ostacolo, che è anche una grande opportunità, è proprio quella di creare un contesto adatto all’uso delle informazioni: fare in modo che siano considerate un valore aggiunto. È soprattutto una questione culturale e la sanità pubblica può fare molto per promuovere un cambiamento culturale, partendo dal proprio interno. Se si crea un contesto adatto, le campagne informative possono facilitare il cambiamento. Certo, per quanto riguarda gli antibiotici, una campagna stagionale può fare poco e servirebbe ripeterla per parecchi anni, così come succede altrove.

Vi siete chiesti in quale misura i social network potrebbero integrare o sostituire i mezzi informativi tradizionale come brochure e locandine? I social network quale luogo di scambio, di rapporto dinamico e di condivisione di obiettivi: ha ancora senso oggi in Sanità parlare di campagna di informazione e non di campagna di comunicazione?

I social media possono essere importantissimi perché favoriscono una notevole diffusione e condivisione delle informazioni, costano relativamente poco e possono essere molto immediati e “comunicativi”. Naturalmente, non basta semplicemente essere su Facebook o Twitter: un messaggio che abbia un appeal, che sia chiaro e che possa orientare al cambiamento deve essere costruito con attenzione, usando sia la conoscenza dei contenuti sia la fantasia. Nella nostra campagna non abbiamo utilizzato i social network perché avevamo bisogno di un gruppo di controllo e questi network ovviamente oltrepassano i confini territoriali. Ma senz’altro il potenziale dei social media è notevole, anche perché non sono necessariamente unidirezionali, possono favorire l’interazione e la condivisione: quegli aspetti cioè di cui dovremmo preoccuparci di più in sanità pubblica.

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