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La salute a Cuba: paura del "buon esempio"?

Il comunicare “lavorando di accetta”, come dice Maciocco nella sua recensione, è molto efficace per passare un messaggio, ma tralascia informazioni importanti a volte quanto il messaggio stesso. È quello che succede al film-documentario “Sicko” di Michael Moore. Fare del sistema sanitario cubano un mito, il paradiso degli americani senza assicurazione sanitaria, non rende giustizia alla realtà e impedisce di cogliere possibili insegnamenti.

Il paradosso di Cuba (assieme ad altri paesi come Costa Rica, Sri Lanka e lo stato indiano del Kerala) consiste nel fatto che pur essendo povera riesce ad assicurare alla sua popolazione una salute simile a quella di paesi molto più ricchi, smantellando la teoria imperante secondo cui, prima di investire nel benessere fisico e sociale dei cittadini, si debba creare ricchezza.

Il sistema sanitario cubano costituisce soltanto una parte di questo successo. La sua principale qualità sta nella accessibilità, praticamente universale, dovuta ad una rete capillare di servizi distribuiti su tutto il territorio. Ciò consente il riconoscimento e l’intervento precoce sulla maggior parte delle condizioni che, se lasciate progredire, sarebbero molto più costose da curare in ospedali di secondo e terzo livello. La salute a Cuba tuttavia viene vista come un problema sociale non limitato al bisogno di servizi sanitari. Il governo si assume la responsabilità non soltanto della assistenza sanitaria, ma anche degli altri determinanti sociali, come istruzione, nutrizione, posto di lavoro, il cui profondo impatto sulla salute è ormai universalmente dimostrato. La classifica dei sistemi sanitari presentata nel film (che vede gli USA al 37° posto e l’Italia al 2°) è tratta da un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, aspramente criticato da molti esperti e virtualmente defunto. La sua scarsa credibilità “scientifica” offre quindi scarso supporto alle argomentazioni dell’autore.

Il calcare troppo la mano sul “turismo sanitario”, inoltre, rischia un altro autogol per l’immagine della Cuba socialista simbolo dell’equità. In effetti questo fenomeno, a cui è deputata una serie di ospedali a prezzi molto contenuti ma non accessibili al cittadino comune, è fonte di una discreta entrata di valuta estera. Pur nel suo pragmatismo, tuttavia, non credo annulli la sostanziale equità del sistema.

Quello che Cuba ha fatto è mettere in pratica la Dichiarazione di Alma-Ata (PDF), snobbata come utopistica per il suo approccio troppo “sociale” e “comprensivo”. Ciò che colpisce, nonostante gli elogi della rivista Nature al successo cubano, attraverso “Socialism in one country”, è l’incapacità della comunità scientifica internazionale di imparare dal suo esempio, come invece un sano approccio evidence-based suggerirebbe.

Non rimane che chiedersi se questa “paura del buon esempio” rifletta il timore dell’establishment medico di vedere squalificate le soluzioni esclusivamente tecniche che immancabilmente offre come unica risposta ai problemi della salute umana.

Per saperne di più…

Le critiche a ” The world health report 2000 – Health systems: improving performance

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