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Né paziente né assistito ma…

Dal 2002 nella sala di attesa di alcuni ambulatori di medicina generale del torinese è presente questo manifesto: “Il medico di famiglia è un medico specialista della persona”. Questo a seguito di una elaborazione, che per l’Italia è partita dal 1983 con la fondazione della Società Italiana di Medicina generale SIMG (braccio scientifico del maggior sindacato dei medici convenzionati col Sistema sanitario nazionale, la FIMMG) e che ha portato all’elaborazione della medicina generale come disciplina autonoma. Proprio nel 2002 esce la Definizione Europea di Medicina Generale/ Medicina di Famiglia di WONCA EUROPE e qui proprio si legge che questa disciplina:

Sviluppa un approccio centrato sulla persona, orientato all’individuo, alla sua famiglia e alla comunità alla quale appartengono.”

La medicina di famiglia si occupa di persone e dei loro problemi nel loro contesto di vita, non di patologie impersonali o casi.

In questo documento, quando si usa il termine “paziente” lo si fa nell’accezione di patient oriented, cioè di approccio centrato sul paziente. Il medico di medicina generale si occupa di persone, malate o sane, nel loro ambiente naturale. Dire che uno è un paziente significa farlo entrare in una categoria, stigmatizzarlo con un etichetta: un epilettico non un malato di epilessia, un ulceroso non una persona affetta da ulcera duodenale. Ma in questo modo una persona diventa oggetto di cura, protocolli, linee-guida. Cioè perde la sua individualità, la sua fragilità, la sua debolezza.

Nel termine “paziente”, colui che soffre, è implicito anche il concetto di pazienza di sopportazione. Mi viene in mente che il contrario di paziente è “esigente”. Il termine “paziente” rimanda all’immagine di una persona stesa nel letto, su cui sovrasta fisicamente un’autorità, un altro diverso, con un camice, deciso in nome di una scienza, che si propaganda esatta, e che esatta non è mai nella pratica clinica (la parola “clinica” dal greco KLINICÒS che si fa presso il letto, e questo da KLÍNÊ, letto), a esercitare una forma di governo che giustifica tutti suoi giudizi e le sue decisioni con il bene del malato. È il paradigma delle malattie infettive, su cui si è costruita la clinica come la intendiamo noi a partire dall’Ottocento. Questo paradigma entra in crisi negli anni ’70 del secolo scorso, proprio quando da noi sembrano vinte le malattie infettive.

Il manifesto

Il medico di famiglia non è un medico generico, nè un medico pratico, è un medico specialista della persona, fornito di competenze tecniche adeguate per interpretare segni e sintomi di malattia, capace di comprendere disturbi organici e disagi comportamentali, attento all’osservazione globale della persona malata o sana che sia, determinato a perseguire metodi di cura di comprovata efficacia. La medicina generale è centrata sul paziente. Il rapporto di fiducia tra medico e cittadino ne è condizione indispensabile.

Il rapporto medico/paziente è sempre un rapporto asimmetrico, un up/down, ma se l’altro è solo oggetto di cura tutto ciò che il medico nella sua soggettività, nella sua limitatezza e nella sua inevitabile fallibilità decide è giustificato. L’up/down è sproporzionato. Se l’altro è persona, cioè soggetto adulto, autonomo capace di intendere e volere, disposto a esercitare interessi e desideri, provvisto di diritti, entra nella relazione come essere senziente, degno di sincerità e rispetto (sincerità e rispetto sono le parole che sintetizzano tutto il nostro codice deontologico: nella versione attuale del 2006 la parola “rispetto” è ripetuta 37 volte).

Quando un mio assistito entra nel mio studio medico non è ancora un paziente, è un soggetto portatore di un problema, per cui si sente meno persona secondo la sua scala di valori, può essere entrato in una regressione che lo rende più fragile, talvolta quasi un bambino disposto ad affidarsi ad un altro che è un professionista della salute. E quando, e se, alla fine del mio percorso decisionale, sono in grado di diagnosticargli una malattia per me non è “un altro caso di…” e non lo chiamo paziente ma preferisco rivolgermi a lui dicendo “Signor Rossi, lei è malato di…”.

Ciascun professionista del campo della salute è prima di tutto un professionista della relazione.

La relazione è lo strumento per comprendere cosa sta succedendo in quella persona. La relazione è anche la base di una possibile guarigione: questo è il punto raggiunto dalle ricerche delle neuroscienze, neuroni specchio, empatia e ascolto, possibilità di intervenire sull’altro e modificare i suoi processi fisiopatologici. Questa è la medicina del XXI secolo. L’incontro tra due persone: l’una portatrice del suo problema, titolare della sua infermità, l’altro esperto di biologia umana, disponibile all’ascolto. Persona è ogni essere umano in quanto tale, senza distinzione di sesso, età, condizione sociale, a cui sono riconosciuti diritti fondamentali. Mi viene da dire che persona è sinonimo di bisogno di ascolto (nel teatro greco-romano gli attori erano maschere, PER-SONA cioè mezzi efficaci alla propagazione del suono, non esistevano microfoni). Altroché paziente, caso clinico, su cui esercitare un potere: il paternalismo medico entra in crisi proprio col declino della figura del paziente, come dice Ivan Cavicchi.

Nel linguaggio ordinario paziente continua ad essere usato per abitudine da tutti. Nei congressi medici ci riempiamo la bocca di buone intenzioni per quel “paziente” immateriale che non esiste, che altro non è un’idea astratta di paziente. La persona è un essere concreto di carne e sangue, è proprio lui o lei e non un altro “caso”.

Ed è così che poi avvengono le offese alle persone, come denunciato da Lucia Fontanella: una paziente che ha scritto un piccolo libro La comunicazione diseguale che consiglio a tutti i giovani colleghi in formazione per diventare i medici di medicina generale di domani.


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