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Non basta informare “contro”

Le riviste italiane indipendenti di informazione sui farmaci sono ancora poco lette dal medico: perché?

Le ragioni sono essenzialmente di due ordini. Per ragioni storiche, in Italia le riviste indipendenti sono nate come riviste di nicchia, di controinformazione e sono entrate poco nel sistema della formazione del Servizio sanitario nazionale. Sono riviste poco leggibili, da consultazione direi, sia in quanto monotematiche sia perché un po’ ripetitive, con una cadenza di produzione non settimanale che mi sembra la cadenza ideale per essere letti e riconosciuti.
Sarebbero forse da ripensare e ricostruire come strumenti di formazione (come in parte noi abbiamo fatto coi nostri "Pacchetti Informativi"); da un lato quindi come supporto alla lettura critica degli studi clinici e dello stato delle conoscenze, dall’altro come revisioni sistematiche da utilizzare da parte di gruppi che fanno linee-guida sui farmaci o per chi lavora nei prontuari ospedalieri. La grande diffusione e il grande successo, anche in Italia, di The Medical Letter resta un esempio isolato, forse legato alla sua sintesi ed essenzialità, che andrebbe maggiormente studiato.

Quindi, poco lette proprio per il modo in cui sono fatte?

Sì, ma non solo. Credo ci sia anche un’altra ragione, più "di sistema": sono riviste prodotte al di fuori dei circuiti istituzionali e la loro diffusione avviene esternamente alla tradizionale rete di distribuzione e di lettura. Chi legge oggi, legge online le principali riviste mediche, all’interno del modello "paga la biblioteca". Per questo, con i nostri "Pacchetti informativi" abbiamo scelto la strada dell’approfondimento tematico: li abbiamo pensati come supporto di un programma di formazione e li abbiamo, quindi, inseriti come strumento cardine di un programma di informazione, audit e feed-back come quello del farmacista facilitatore.
Come CEVEAS, stiamo da tempo pensando a un prodotto che non sia più solo quello della rivista di segnalazione delle novità, a metà strada tra quanto pubblica il New York Times e, più classicamente, gli articoli da non perdere pubblicati sulle principali riviste scientifiche; a un prodotto che inoltre deve essere collocato come strumento di rafforzamento dell’identità della categoria medica e non di informazione "contro".

Il direttore del BMJ ha il sospetto che per avvicinare i lettori occorra lasciare spazio a Editors più giovani e dinamici: che ne pensa?

Ritengo che sia una utile provocazione degli amici del BMJ per farsi venire nuove idee su come raggiungere meglio i lettori, ma credo che non abbia molto senso. Ero, invece, d’accordo su una convinzione simile, sempre del BMJ, sul fatto che i referees dovessero avere meno di 40 anni. Hanno più tempo, più motivazione, meno logiche di potere e di mutui aiuti, anche se il parere delle persone più sagge è bello ed è utile riceverlo. Sono dell’idea che le grandi riviste dovrebbero interrogarsi di più su che cosa abbia senso pubblicare, sia come lavori scientifici sia come news o articoli di analisi e discussione. In altre parole, pensare a come svolgere un ruolo propositivo e di supporto alla ricerca. Nei miei quattro anni al BMJ ho assistito e in parte partecipato a interessanti discussioni – alcune al limite dell’ebbrezza intellettuale, a chi si spingeva di più overboard – sempre ispirate al "come sarebbe bello se" o a cosa fare per cambiare il mondo, sapendo di avere un milione di lettori al mese online… Credo, però, che siano state anche energie sprecate, perché poco partecipate: neanche un blog di cui peraltro si è più volte parlato; anche lì si lavora molto di fretta e queste cose impegnerebbero tanto tempo.

Di quanta autonomia godono le riviste indipendenti rispetto alle politiche delle istituzioni che ne promuovono la pubblicazione?

Ampia; anzi troppa, ovvero totale. Mentre direi che, anche in questo caso, l’autonomia andrebbe sempre associata alla responsabilità. E devo, invece, riconoscere che tutte le cinque riviste italiane affiliate International Society of Drug Bulletins (ISDB) in Italia sono autonome e anche irresponsabili delle eventuali ripetizioni, dissonanze o contraddizioni.

I periodici ISDB italiani non prevedono la disclosure dei competing interests degli autori: non sarebbe il caso di introdurla?

Forse sì, anche se immagino che sia… anzi che dovrebbe essere piuttosto vuota. Mi aspetterei una risposta sola: "Nessuno"; almeno così vorrei sperare. In un certo senso, sarebbe il caso di chiederla a tutti i redattori e collaboratori.

Le riviste italiane della ISDB sono tutte costruite al Nord del Paese: e al Sud?

Non so proprio rispondere. Preferisco non leggerla come differenza Nord/Sud. In fondo, Il Pensiero Scientifico Editore è abbastanza a Sud o a metà strada, e ha fatto molto per una certa editoria scientifica. Preferisco leggere la storia delle varie riviste indipendenti come la storia di persone che hanno trovato un contesto locale favorevole alla loro espressione ed eventuale aggregazione. Piuttosto: perché non vi fate sostenitori di una rivista unificatrice, magari non solo dedicata ai farmaci ma di un vero e proprio Italian medical journal? La sezione sui farmaci sarebbe piuttosto ricca e anche per quella delle news saremmo a buon punto; dovremmo pensare alle altre sezioni ma le idee non mancano. Coraggio, allora!

18 giugno 2008

Per saperne di più:

Il web 2.0 può migliorare le riviste?  Un caffè con Eugenio Santoro, Responsabile del Laboratorio di Informatica Medica, Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano. Pubblicato su Va’ Pensiero n° 349

Il carpaccio di polpo nella borsa del medico. A confronto Antonio Addis, direttore dell’Ufficio Informazione sui farmaci dell’Agenzia Italiana del Farmaco, e Luca De Fiore, direttore generale del Pensiero Scientifico Editore. Pubblicato su Va’ Pensiero n° 348

Indipendente, a chi? Commento di Luca De Fiore, direttore generale del Pensiero Scientifico Editore. Pubblicato su Va’ Pensiero n° 347

Ritratto di Nicola Magrini

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