In primo piano

#nonseneparlapiù: ricerca indipendente

Sedici ricercatori di 16 differenti centri di ricerca, responsabili delle rispettive lettere di intenti selezionate per la seconda fase del Bando AIFA 2012 per la ricerca indipendente sui farmaci, scrivono al Ministro della Salute, al Presidente e al Direttore dell’AIFA per chiedere notizie in merito all’esito della valutazione finale dei protocolli definitivi sottoposti a maggio del 2013. Il loro progetto risponde agli interessi di AIFA e conseguentemente è idoneo a ricevere il relativo finanziamento?

La lettera su Ricerca&Pratica


Dott.ssa Amato, lei è tra i 16 firmatari. Come sono andate le cose?

Dal 2005 al 2012 sono stati attivati dall’AIFA 6 bandi di ricerca con finanziamenti pubblici. I primi 5 si sono conclusi, senza nessun intoppo, nel giro di un anno dalla promulgazione del bando alla selezione del progetti e firma del contratto. Mentre con il sesto e ultimo bando (pubblicato nel 2012 dopo un lungo periodo di interruzione) è venuta a mancare quella efficienza nel sistema di valutazione. La cronistoria è questa: a febbraio del 2012 viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficialeil sesto bando AIFA, ad aprile del 2012 noi ricercatori sottomettiamo la lettera di intenti, a gennaio del 2013 riceviamo la comunicazione dell’AIFA che la nostra lettera d’intenti era stata accettata, ad aprile del 2013 viene comunicato l’avvio della seconda e ultima fase di valutazione con la richiesta di protocollo di ricerca. Da quando abbiamo sottoposto il protocollo, cioè il 29 maggio 2013, c’è stato il silenzio assoluto. Non avendo ricevuto nessuna comunicazione sullo stato di avanzamento, il 2 febbraio scorso abbiamo inviato questa lettera per chiedere notizie sulla previsione temporale per la conclusione dell’iter valutativo della seconda fase e l’attivazione delle ricerche con punteggio appropriato.

Come mai avete aspettato tanto per fare sentire la vostra voce?

Inizialmente si pensava, o meglio si sperava, che fosse un ritardo dovuto a problemi interni. Con il passare del tempo è arrivato lo scoramento: ci lamentavamo tra di noi senza però prendere nessuna posizione, fino a che qualcuno si è fatto promotore di un’iniziativa con cui fare sentire la nostra voce. Si è così arrivati alla lettera indirizzata al Direttore e al Presidente dell’AIFA e al Ministro della Salute.

Su 98 istituzioni di ricerca 16 hanno sottoscritto la lettera. E le altre istituzioni?

Potrebbero non avere aderito all’iniziativa per motivazioni varie. Alcuni non avranno firmato perché essendo passato ormai così tanto tempo non aveva più senso proseguire su questa strada. Comunque, al di là delle motivazioni, considero che le 16 istituzioni firmatarie rappresentino pienamente l’intera rete della ricerca clinica nazionale.

Una curiosità: i destinatari della vostra lettera vi hanno risposto?

Assolutamente no. Come prima firmataria ho inviato la lettera alla posta certificata dei tre destinatari e non ho ricevuto neanche un’email di conferma della ricezione.

C’è di buono che la vostra lettera ha fatto notizia a livello internazionale. È stata ripresa anche dal BMJ. Un invito a non rassegnarsi?

Più che un invito a non rassegnarsi dovrebbe essere letto come un invito a prendere consapevolezza della cultura della ricerca. Questo è uno dei pochi e rari casi di fondi pubblici disponibili per la ricerca che non vengono assegnati. Il fatto che il BMJ abbia accettato di riportare la notizia testimonia l’idea che in altri Paesi, che hanno una cultura della ricerca più solida, questi ritardi sarebbero considerati inaccettabili. In Italia, invece, un caso del genere non fa notizia e tutto tace. Se ci sono le code in un pronto soccorso, giustamente peraltro, se ne parla nella prima pagina dei giornali e nei servizi ai telegiornali; mentre se non ci sono bandi per la ricerca, non solo c’è poca attenzione da parte della stampa ma si fanno sentire poco gli stessi ricercatori. Il rischio è che anche fra i ricercatori si diffonda l’idea che la cultura sia un lusso (con la quale non si mangia). Ma se cresce la sfiducia sull’andamento delle istituzioni pubbliche, non ci si sorprende più dei malfunzionamenti e non si alza neppure più la voce per dire che avremmo diritto, ad esempio, a una migliore gestione del finanziamento della ricerca. È forse un paradosso che, dopo avere criticato la distribuzione di fondi senza attenzione al merito, siamo finiti nella palude dell’incapacità di gestire fondi che sarebbero immediatamente utilizzabili.

Quali sono le possibili conseguenze dei ritardi nella valutazione dei progetti di ricerca indipendente?

Innanzitutto può significare la perdita del valore e dell’attualità del progetto stesso. Ad esempio, la nostra lettera di intenti riguardava una ricerca sugli antipsicotici – che all’epoca erano di nuova generazione – per il trattamento della depressione. A distanza di due anni (anzi, di tre anni da quando è stata inviata la lettera di intenti) la domanda non è più innovativa. In un’ottica di utilità di sanità pubblica, potrebbe essere ormai datato produrre oggi delle prove di efficacia e di non efficacia di questi farmaci.

A fronte di questi ritardi e silenzi quali prospettive voi ricercatori intravedete per colmare questo vuoto? Che cosa potete fare?

Non c’è una politica univoca per colmare questo vuoto. Ciascuno di noi tenta strade alternative andando alla ricerca di fondi pubblici sia a livello nazionale e regionale che internazionale. Sicuramente questa situazione reca diversi danni a partire dalla qualità della ricerca: più tempo si spende per trovare finanziamenti, meno tempo di spende per fare ricerca. Inoltre a pagarne le conseguenze sono in primis i giovani ricercatori per il quali la formazione e le opportunità di lavoro, anche se precarie, dipendono sostanzialmente da borse di studio e di dottorato. Molti dei ricercatori lavorano con contratti temporanei che sono legati alla disponibilità di fondi di ricerca. In assenza di questi fondi i contratti non vengono rinnovati… È inevitabile che questa condizione di incertezza influisca sulla qualità e continuità dei programmi di ricerca e sulla sicurezza lavorativa dei ricercatori e, di conseguenza, sulla crescita della capacità di ricerca clinica in Italia. Non beneficiare delle conoscenze rese disponibili dalla ricerca clinica è dannoso sia per la salute dei cittadini, sia per la spesa di un sistema sanitario nazionale.

Come potrebbe essere migliorato il sistema della ricerca indipendente? Al di là di questi ritardi che tipo di sistema sarebbe auspicabile?

Quello che ci dovremmo aspettare è che dalla macchina per il finanziamento della ricerca indipendente sui farmaci garantisca da un lato gli studi in quelle aree che hanno minore interesse commerciale, dall’altro la continuità, l’efficienza e la trasparenza nella gestione dei bandi e nei meccanismi di valutazione.

Cosa ne è dei finanziamenti quando non vengono utilizzati?

Posso considerare accettabile che un ente pubblico decida di non finanziare più dei progetti, ma lo deve fare in modo trasparente mettendone a conoscenza le parti. L’auspicio è che i fondi pubblici a disposizione vengano utilizzati al meglio. L’importante è informare i ricercatori – e anche i cittadini – dell’uso che è stato fatto di questi soldi e del perché si è deciso di convogliarli in altre attività. Potrebbe essere che i finanziamenti stanziati per questo bando AIFA siano stati investiti diversamente per vari motivi. A tutt’oggi non lo sappiamo e speriamo di avere presto notizie in merito.


Nota redazionale

La lettera inviata dai 16 ricercatori segue l’interrogazione urgente rivolta ai Ministri ella Salute e dell’Economia e delle Finanze, del 22 gennaio scorso, sottoscritta dalla senatrice Nerina Dirindin, capogruppo Pd in Commissione Sanità e otto suoi colleghi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.