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Per una visione sovraindivuale dei problemi: tradurre in realtà gli enunciati della riforma sanitaria

Note inedite di Benedetto Terracini al libro “Le cause del cancro” di Richard Doll (Il Pensiero Scientifico Editore, 1983)

“La preparazione media dei singoli operatori in Italia, scriveva Terracini, è carente di una visione epidemiologica dei problemi. A mio avviso, proseguiva, l’alta proporzione di medici che fumano nei nostri ospedali esprime non tanto una pigrizia individuale mediterranea, ma anche e soprattutto la non abitudine ad avere una visione sovraindividuale dei problemi, e quindi a non recepire, nella pratica quotidiana, i messaggi che vengono dalla ricerca epidemiologica. In questo senso, il libro di Doll e Peto può contribuire a creare uno spirito diverso. Auspicherei però che questo libro venisse integrato almeno da altre due letture.

La prima riguarda problemi di metodologia epidemiologica. Non è assolutamente il caso che ogni operatore si metta a fare l’epidemiologo a tempo pieno. Tuttavia, affinch l’epidemiologia rientri a far parte del suo bagaglio culturale, è necessario che egli disponga anche di un minimo di strumenti per valutare l’attendibilità degli specifici messaggi che riceve.

La seconda integrazione riguarda l’epidemiologia di malattie diverse dai tumori (che dopo tutto rappresentano la maggioranza assoluta delle cause di ricovero e morte nel nostro paese). In primo luogo, molti fattori cancerogeni menzionati in questo libro hanno anche effetti nocivi diversi da quelli cancerogeni: sarebbe scorretto valutarne l’importanza soltanto in termini di una delle patologie cui essi sono associati.
Soprattutto, però, mi preoccupa che una visione delle “cause delle singole malattie” piuttosto che degli “effetti di certe esposizioni” riproponga a livello di massa quella visione dell’uomo come sommatoria dei suoi organi che è stata tanto deprecata dal 1968 in poi.

Penso ancora che nel bagaglio culturale – epidemiologico degli operatori debba esserci la conoscenza di quegli episodi della storia dell’epidemiologia (da Semmelweiss a Rehn, da Rigoni Stern alla dottoressa Kelsey, la signora che impedì l’uso della talidomide negli USA) che illustrano le potenzialità del singolo operatore sanitario nel percepire (e occasionalmente dimostrare) “al letto del malato” o comunque “sul campo” l’esistenza di nessi causali – precedentemente non sospettati – fra fattori di rischio e malattia.

Infine, è bene che gli operatori sanitari si rendano conto delle implicazioni pratiche con cui possono essere coinvolti dalla ricerca epidemiologica e/o interventi preventivi. Ad esempio, predicare contro il fumo di tabacco in modo efficace ed efficiente, riflettere sui possibili effetti collaterali di un farmaco prima di somministrarlo, sapere quando, dove, come denunciare una malattia di possibile origine professionale all’istituto assicuratore. Non c’è da illudersi che questo operatore “diverso” si crei per generazione spontanea, e neppure corsi di formazione teorici e disgiunti da interventi pianificati, che sono il momento cruciale di un’attività formativa.

Il loro avvio, più che dalla buona volontà degli operatori stessi, dipende dalla capacità da parte dei gestori delle risorse di tradurre in realtà molti enunciati della riforma sanitaria.

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