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Progresso scientifico e libertà procreativa

 
La medicina e la biologia sono alla base delle accese controversie che riguardano la procreazione assistita. In senso positivo, innanzitutto. Se questa è stata resa possibile, se ancor prima la procreazione naturale ha potuto essere conosciuta meglio e regolata da decisione volontarie, ciò è merito del progresso biomedico e delle tecniche conseguenti. Ne parlo nel duplice senso di contra accezione e di pro creazione, di evitare e di favorire la nascita di un figlio. Il caso, ma soprattutto la volontà umana, ha fatto coincidere questi sviluppi della biomedicina con il più grande e universale movimento culturale e sociale del XX secolo: cioè con il progresso dell’emancipazione e della liberazione delle donne, con il riconoscimento (ancora insufficiente) dei loro diritti e del loro "essere persone".

Questa straordinaria sinergia ha reso possibile che, per la prima volta nella storia umana, la procreazione potesse divenire (ancora non ovunque) una libera scelta. Ogni ampliamento della libertà, come sappiamo, implica sempre una responsabilità; e nella procreazione c’è "un di più" perché, oltre ai desideri dei genitori, entra in gioco chi nasce: un soggetto morale che ha importanza primaria rispetto agli altri. Essendo ora possibile decidere, per i genitori, quando, come, e, in qualche misura, chi procreare, il primo diritto è quello di nascere libero e autonomo, senza che vi sia alcuna predeterminazione delle sue caratteristiche. L’eugenetica finora è stata usata come strumento selettivo per sterilizzare i malati di mente e per sterminare su base razziale, ed è ancora utilizzata ampiamente per la scelta del sesso (in Asia e non solo). E deve essere combattuta non con la paura che nascano dei mostri, ma con l’impegno a rispettare la prima libertà di ogni nuova vita che è quella di nascere a caso. Non è modificando i geni, bensì attraverso l’amore, le cure, l’educazione nella famiglia e il contributo della società che si migliorano gli individui e la specie.

Sul piano politico, ho l’impressione che l’interferenza della chiesa (che può essere portatrice di insegnamenti morali, ma non di prescrizioni di voto) sia dovuta alla perdita del suo secolare controllo sulla sessualità e sulla procreazione, soprattutto verso le donne. La stessa legge n. 40/2004 riflette molti limiti e discriminazioni nella libertà procreativa, e il sì alla sua modifica può aprire la strada a una legge che si colleghi maggiormente alle esperienze degli altri paesi.

Aggiungo che nelle ultime settimane si è aperto un nuovo (o vecchio) capitolo: quello della legge sull’aborto. Certamente, vi sono incongruenze tra la legge 40 e la legge 194 del 1978 (che, ricordo, fu approvata dal 51% dei parlamentari e confermata dal 68 % dei cittadini). Anche in conseguenza di quella legge, sono quasi cessati gli aborti clandestini e quelli legali si sono ridotti della metà. Perch invece di accendere gli animi e di creare steccati ideologici, non si cerca un accordo per prevenire ancora di più gli aborti e per creare maggiori possibilità di accoglienza e di sostegno?

 

8 giugno 2005

 

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