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Quale laicità per la bioetica cattolica

Afferma la senatrice Paola Binetti: “Credo che il dialogo e il confronto sulle tematiche eticamente sensibili siano il punto di partenza per cercare soluzioni condivise e per costruire progetti comuni nell’interesse del genere umano.”

Sostiene Ignazio R. Marino, Presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato: “La dimensione cattolica va declinata nel contesto di una laicità matura, in cui le proprie convinzioni sono vissute più che ostentate, e sono tese a dialogare anche con altre prospettive, senza per questo dover rinunziare alle proprie.”

Alla luce del confronto che si sta sviluppando in Italia, viene da chiedere: posto che la laicità è un valore sia per il laico, sia per il credente, quale misura di laicità è possibile ad un cristiano nell’approfondire i temi che riguardano la persona: la sua vita, la malattia, la morte?


Paola Binetti

Uno degli aspetti più sorprendenti della politica attualmente è la rilevanza che stanno acquisendo le questioni bioetiche, tanto che si parla comunemente di biopolitica, per questo diventa sempre più profondo il rapporto tra personale ed etica politica. La frontiera più delicata su cui si muove oggi l’etica politica è quella che da un lato la vede impegnata a tutela della libertà individuale e dall’altro a garanzia della responsabilità sociale, con una precisa ottica solidaristica.

Molti temi che negli anni precedenti ho affrontato nel rapporto diretto con i malati, soprattutto quelli relativi alle problematiche di fine vita e alla dignità del morire, si presentano con interrogativi nuovi al politico che sono diventata nel giro di pochi mesi. Penso ad esempio al tema del testamento biologico, che nella percezione di una parte dell’opinione pubblica sembra confondersi con l’eutanasia: una eutanasia temuta e rifiutata, nella stragrande maggioranza dei casi, ma anche una eutanasia voluta e pretesa da altri come ultima soglia dei diritti del paziente. Una certa cultura “laica”, lontana dalla tradizione italiana, sta imponendo l’idea che nella tutela dei diritti umani vada ricompreso anche il diritto a morire quando e come si vuole, chiedendo al medico di diventare un mero esecutore delle volontà di un paziente che ormai non tollera più il suo vivere. Sottolineare le ragioni del vivere, ricordare il valore della vita come valore su cui si innestano tutti gli altri diritti e valori dell’uomo, sembra tutto ad un tratto essere diventato poco laico.

Il politico, che cerca soluzioni alternative a questa richiesta, appare poco laico, quando non in aperta contraddizione con i dettati costituzionali dell’art. 32. Anche se le sue convinzioni, come accade nel mio caso, si basano su di una esperienza professionale precedente, che ben conosce quanto sia complessa e naturalmente oscillante la volontà del malato grave davanti alle difficoltà della giornata, alla sofferenza cronica, protratta e spesso ingravescente, al dolore sempre più difficile da controllare. Il medico abituato al rapporto con i malati gravi, che siano pazienti oncologici o pazienti affetti da patologie neuro-degenerative, sa bene come non si possa accogliere la volontà del paziente senza ragionare con lui, senza cercare nuovi significati per il suo vivere, senza tentare vie nuove per rendere la vita e la giornata ogni giorno degne di essere vissute. In questi casi si manifesta una componente depressiva che va curata accanto agli altri aspetti della malattia, con tutti i mezzi opportuni. La stessa affettuosa solidarietà con cui medico e malato rinnovano la loro alleanza terapeutica offre ad entrambi una nuova speranza per il futuro. E tutto ciò nulla toglie alla laicità, ma diventa semplicemente una testimonianza di profonda e competente solidarietà, nel contesto di una responsabilità sociale che non tollera indifferenza.

Ci sono pazienti depressi che esprimono con lucida determinazione la volontà di morire, nutrendo pensieri suicidiari, spesso compiendo addirittura tentativi in questa direzione. Penso a come la psicoterapia e la socioterapia si intreccino per non accogliere questa richiesta del malato, per aiutarlo piuttosto a ragionare e dare un senso alla sua sofferenza, a trovare nuove motivazioni, a sviluppare meccanismi di difesa, a strutturare strategie di coping efficaci per far fronte a queste fantasie di morte. Mi sembra che non ci sia nessuna mancanza di laicità e nessuna imposizione di valori, solo la profonda convinzione che quel naturale amore alla vita, che è una delle dimensioni strutturali della nostra esistenza, ogni tanto può appannarsi e il paziente manda messaggi per chiedere aiuto, per essere aiutato a vivere prendendo in prestito un po’ dell’energia vitale di chiunque possa metterla a sua disposizione. Credo che la laicità di un medico impegnato in politica non possa prescindere dal suo amore alla vita e dalla necessità di proteggere questo amore in tutti i pazienti, rendendo la loro vita un po’ più facile, intervenendo sul piano della organizzazione del Sistema Sanitario Nazionale, per facilitare l’accesso alle cure a qualsiasi livello e di qualsiasi tipo. Umanizzare la medicina mi sembra quanto ci sia di più laico e ritengo che appartenga alle responsabilità gravi del politico che guardi alla Sanità come ad una delle forme più alte di carità che sia dato di vivere nei confronti dei malati. È su questi valori e su queste soluzioni che vorrei confrontarmi con chi ha idee e posizioni diverse.


Ignazio R. Marino

Viviamo in una società e in un’epoca in cui, molto spesso, ci troviamo ad affrontare tematiche molto delicate, legate all’etica e alla sfera di valori che ognuno di noi sente propri. Ed è su queste tematiche che, sovente, assistiamo al confronto fra credenti e non credenti. Un confronto che si apre ad un dialogo intellettuale alto e affascinante; infatti, pur partendo da punti di vista diversi, attraverso il dialogo si può arrivare a risultati che non sono distanti, se si tiene al centro delle nostre analisi il valore dell’Uomo e della Vita.

Lo Stato ha il compito e il dovere di organizzarsi attraverso leggi che rappresentino il sentire della maggioranza dei cittadini, mentre la Chiesa ha certamente il più difficile e impegnativo obiettivo di formare le coscienze. In questa separazione tra l’approccio laico e quello religioso non vedo occasioni di conflittualità. Se, come credo, un confine va definito, certamente non è pensabile farlo limitando l’espressione della Chiesa sui temi che riguardano la dignità della vita, la famiglia o la guerra.

È normale che un credente ascolti ciò che i sacerdoti della sua religione sostengono. Ed è anche giusto che la Chiesa si esprima su questi temi: sarebbe sorprendente il contrario. Tuttavia, un punto di incontro, nel rispetto reciproco, è possibile. Per esempio, le tematiche legate alla fine della vita e alla sofferenza delle persone andrebbero affrontate, a mio avviso, con l’idea che il primo e più importante aspetto da tenere in considerazione è la dignità del paziente e il rispetto delle sue volontà nel momento ultimo della vita. Qualcosa che va al di là delle mere convinzioni personali e che, attraverso un dialogo ponderato e serio fra le diverse prospettive, potrà trovare la strada per giungere ad una soluzione il più possibile condivisa.

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