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Quella voglia di… maternità

Frequentemente i bambini fantasticano di avere un figlio nella pancia. Quando nasce il desiderio di gravidanza? E quando quello di maternità?

Il desiderio di avere un figlio è un desiderio complesso che fa parte, fin dalle prime fasi dello sviluppo, del mondo fantasmatico della bambina. Sappiamo che Freud individuava in queste prime fantasie infantili la realizzazione del desiderio edipico di dare un figlio al padre, ma anche di compensare la bambina della mancanza del pene attraverso un’equazione simbolica. L’accento sulla valorizzazione della funzione ricettiva della psiche femminile, che sarebbe alla base del bisogno di maternità, è un’intuizione delle psicoanaliste successive, quali la Deutsch e la Benedek. Questo desiderio farebbe dunque parte della storia di ogni donna fin dall’infanzia, desiderio che però si modifica nel corso del tempo rispondendo a motivazioni interne e – in seguito –  anche a condizioni socio-culturali esterne.

Come viene elaborato l’istinto materno nella bambina?

Gravidanza e maternità rappresentano indubbiamente una tappa fondamentale per la costruzione dell’identità femminile, perché si costituiscono come un terreno di verifica o come un’opportunità di completamento del processo di separazione-individuazione nei confronti della propria madre. Questo processo può assumere caratteristiche specifiche per la donna durante la gravidanza, quando alla differenziazione dalla propria madre si sovrappone anche in parte l’identificazione con il suo ruolo materno.

Il desiderio di gravidanza non coincide dunque con quello di maternità?

A questo proposito Dinora Pines parla di una profonda differenza tra il desiderio di maternità e di gravidanza. A differenza del desiderio di maternità che mette in primo piano la disponibilità ad occuparsi e a prendersi cura del bambino, quello di gravidanza esprime il bisogno narcisistico di provare che il proprio corpo funziona, come quello della propria madre.  Ed è proprio questo secondo aspetto che domina nelle gravidanze adolescenziali.

Quindi nelle adolescenti la gravidanza non rappresenta solo la prova del nove della propria forza genitrice?

In questa fase evolutiva della crescita, la gravidanza è piuttosto un processo di costruzione della propria identità femminile perché la ragazza adolescente può sperimentare la gravidanza come “prova” della nuova condizione di essere adulta, cioè di essere donna: ad essere in primo piano, è la definizione del proprio sé piuttosto che il desiderio di prendersi cura di un altro essere umano.

Simone de Beauvoir parla della gravidanza come di un periodo in cui la donna “abitata da un altro che si nutre della sua sostanza” è insieme se stessa e diversa da sé. Come viene “vissuto” questo periodo evolutivo?

Certamente la gravidanza può essere considerata come una crisi del processo maturativo che porta alla costituzione dell’identità femminile e può comportare una vulnerabilità psicologica particolare nella donna che si trova a dover affrontare mutamenti capaci di mettere in forse il suo senso di identità. In questa fase della propria vita, infatti, la donna incontra nuove difficoltà che emergono a livello inconscio dalle trasformazioni e dalle integrazioni di aspetti nuovi del sé.

Quali sono i pensieri inconsci della donna “abitata da un altro”?

Il vissuto della gravidanza può assumere così caratteristiche diverse non solo in base alla propria storia relazionale precoce – in cui un’esperienza sufficientemente buona con la propria madre permette di identificarsi con gli aspetti creativi e fertili di quest’ultima -, ma anche in relazione alle diverse fasi della gravidanza che possono evocare fantasie e ansie specifiche. Nella prima fase della gravidanza infatti c’è una sorta di fusione narcisistica, in cui l’embrione prima e il feto poi sono parte integrante del sé, e l’investimento è sull’unità sé-bambino non ancora separati. In seguito il compito diviene quello di riorganizzare i propri investimenti oggettuali – dopo la percezione dei movimenti fetali – per affrontare il tema della nascita-separazione. Questo si riallaccia alla concettualizzazione che vede la gravidanza come uno spazio per completare il processo di separazione-individuazione dalla propria madre. La frase della De Beauvoir sembra individuare questo passaggio dall’unità duale ad una fase in cui l’altro da sé viene immaginato come qualcuno che trasforma il proprio modo di essere.

In questo passaggio quali fantasie prendono il sopravvento?

Riconoscere il feto come un’entità a sé stante può evocare angosce di separazione, ma anche dar luogo a tutte quelle fantasie consce ed inconsce sul bambino che Lebovici ha chiamato “bambino fantasmatico” e che prende origine dalle dinamiche precoci dello sviluppo. Si tratta di un bambino che può essere vissuto come un salvatore, con il compito di riscattare la madre, o come un parassita che la donna teme possa svuotarla di aspetti del sé o in altri modi legati alle proprie esperienze precoci. Queste fantasie non sono consapevoli ma possono influenzare profondamente il vissuto della gravidanza.

Quanto i condizionamenti socio-economici influiscono sulla scelta di avere un figlio?

Vi possono essere casi in cui il desiderio di maternità viene represso interamente a causa di condizionamenti sociali ed economici, ma molto più spesso esso viene sostanzialmente posticipato nel tempo o comunque affrontato nonostante le difficoltà. Questo può comportare comunque una conflittualità e una ambivalenza molto forti che hanno ripercussioni sull’immagine lavorativa che la donna ha conquistato o sul suo ruolo materno. Il difficile equilibrio tra l’essere donna – anche lavoratrice – e l’essere madre è esacerbato spesso da una società che, pur richiedendo l’assunzione di entrambi i ruoli, non ne facilita certamente la coesistenza, costringendo spesso le donne a rinunce molto significative sul piano della carriera oppure nel poter vivere in maniera pienamente soddisfacente il proprio ruolo materno.

 

10 maggio 2006

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