In primo piano

Ripartiamo dai bambini

 
 
Premiati i vincitori del concorso fotografico “Ripartiamo dai bambini” di Va’ Pensiero.
 
1. Ho un pensiero da scrivere, di Anita Tonelli

2. Se il pediatra non mi ausculta, di Elena Telaro

3. A pari merito,
Non parla mi devo preoccupare, di Luca Bertinotti
Quando gli aeroplanini sono arancioni, di Luca Bertinotti  
Il viaggio prosegue, di Isabella Romanelli
Piccoli grandi punti di vista, di Stefano Corso

La galleria fotografica
Le foto del concorso fotografico selezionate da Va’ Pensiero e le foto dell’Associazione Culturale Pediatri premiate al Convegno Argonauti (Messina, 2-4 Maggio 2008). 

Fotografare è liberare (non catturare) sentimenti

La vespa rossa salta sul marciapiedi e si avvicina alla grata del parco; al di là giocano dei bambini, approfittando di altalene e scivoli. È un attimo: una Smart frena accostando al marciapiedi e, sporgendosi dal finestrino, la signora bionda grida: "Venga via di là e non faccia foto!" Ma quali foto: tra quelle ragazzine ci sono le figlie del tipo in moto, che si era fermato per un saluto. Niente da fare: avvicinare bambini è una roba a rischio, anche quando sono i tuoi figli quelli ai quali vorresti sorridere. Fotografarli, poi, neanche a parlarne. Sconveniente, vietato, impossibile o altamente sconsigliato. Chiediamoci la ragione, perché il motivo non può essere solo nella cronaca.

Il bambino è un corpo. Tutta la storia della fotografia è un avvicinarsi (e distanziarsi?) rispetto al corpo. "La fotografia intrattiene con il corpo un rapporto ben più intimo, quasi esoterico – ha osservato Elio Grazioli – perché mostra molto di più di quello che registra meccanicamente e ben di più di quello che si vedeva prima di essa, soprattutto ben diversamente". Ti sembra di fotografare qualcosa e, quando riguardi l’immagine stampata o al display, vedi anche altro. Puoi accorgertene o meno: ma c’è sicuramente dell’altro. Molta fotografia di oggi ha virato in un senso che qualcuno ha definito "post-organico", un indirizzo dettato dal virtuale, dalla digitalizzazione dell’atto e del risultato. Fotografi l’umano, riguardi (conservi?) l’inumano. Può essere che questo non si adatti all’infanzia. Fotografare bambini è liberarne (non catturarne) sentimenti, sensazioni, attese.

Il bambino è un insieme di emozioni. Sono gli occhi la prima cosa che cerchiamo nel guardarli e così è anche per loro, vanno subito verso gli occhi della madre. Gran parte della fotografia odierna, invece, anestetizza l’immagine: iperrealismo di fisicità esasperate, di impeccabili messe a fuoco, di rese scultoree dei corpi, di sguardi abbassati. Il bambino mal si adatta a questa irrisolutezza tra realtà e finzione: usa i propri occhi e, se li chiude, scende una lacrima.

Il bambino è nella propria storia. Quello del bambino è – sì – un mondo sentimentale, ma anche molto fisico: è fatto di pavimenti, di fessure tra piastrelle in cui si nascondono bottoni o tappi; di muri segnati da disegni o graffiati da chiodi o da matite; di impronte, di strade per scuola, di gomme attaccate sotto ai banchi o alle sedie. Tutto il contrario dei set fotografici, di sfondi color panna, di tende ocra o nere.
"Cosa vi spinge, ragazze, a prelevare dalla mobile continuità della vostra giornata queste fette temporali dello spessore di un secondo?" Che bella la domanda che si pone Antonino Paraggi, il protagonista del racconto di Italo Calvino, L’avventura di un fotografo. Paraggi è uno "sdipanatore": vuole "sdipanare il filo delle ragioni generali dai garbugli particolari". Il perché fotografiamo bambini è uno di questi nodi. Cerchiamo di afferrare l’inafferrabile? Cerchiamo di ridurre complessità di volti a più tranquillizzanti maschere, come suggeriva Roland Barthes? Vogliamo rendere visibile il non visto, ciò che il quotidiano ci nasconde? Provare a dare risposte è un bell’esercizio. Anche a costo di non riuscirci, come il protagonista del libro: Agostino continua a non trovare in senso delle cose e "capì che fotografare fotografie era la sola via che gli restava, anzi la vera via che lui aveva oscuramente cercato fino allora".

Ciascuno trova la propria strada, anche fotografando. A un grande fotografo italiano dei nostri giorni, Olivo Barbieri, è stato chiesto per un progetto del Comune di Bologna nel 2004 di fotografare bambini. La scelta è stata molto personale, ad effetto: ha rifotografato (come Paraggi?) vecchi album di famiglia, sfocando le immagini. "Forse l’unica possibilità per raccontare i bambini in modo credibile è di non essere visti da loro, di non interrompere, da estraneo, la loro spontaneità relazionale. Ho rifotografato, reinterpretandole, fotografie realizzate dagli stessi genitori, dagli adulti, dagli amici. Solo così ho potuto essere ovunque e invisibile".
Il rapporto con il corpo, con le emozioni, con la storia e con la nostra in/visibilità: anche questo è in gioco. Come sarebbe bello vivere potersi fermare in un parco e fotografare liberamente un bambino che gioca.

 

21 maggio 2008
A cura di Luca De Fiore
Direttore generale Il Pensiero Scientifico Editore

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