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Sollevare gli occhi verso la cima

 
 
Erri De Luca, scrittore
 
Sulle tracce di Nives: una lunga notte in tenda a chiacchierare, interrogarsi e confrontarsi sul significato delle montagna e sulle cime da raggiungere tenendo lo sguardo a terra. Una lunga notte di confidenze e di ricordi. Come è nata l’idea di questo libro? E come si è sviluppata?

Non era prevista n premeditata. L’idea è nata dall’esperienza fatta insieme con Nives e Romano. Due anni fa ero stato con loro a Lhotse e un anno fa a Dhaulagiri; credo che ci andrò un’altra volta perché nel frattempo siamo diventati amici. Quindi il libro non era premeditato ma è venuto sperimentando questa curiosa fonte di racconti che è l’insonnia di alta quota. Ho conosciuto molte specie di insonnia tutte buone per i racconti, comprese quelle alcoliche, ma quella di alta quota ancora non la conoscevo. Così succede che, in una notte che non si riesce a dormire, ci si tiene compagnia con le storie, con le domande e con i ricordi.

Il libro raccoglie quindi i racconti di una notte insonne?

Tutto il racconto non è il verbale di una notte, è molto meno di un verbale di una notte. È una raccolta di chiacchiere in alta quota.

Nives è una donna che sta violando l’ultimo gradino rimasto ancora esclusiva maschile: l’altezza. E lo sta violando con l’alleanza dell’uomo, di suo marito Romano. Qual è il valore di Nives?

Parlare di Nives si tratta comunque di una specialità assoluta. Nives è la più forte alpinista di tutti i tempi. Oggi solo un paio delle sue concorrenti hanno una cima in più a questo stadio della stagione, ma lei è l’unica ad essere riuscita a scalare queste cime senza nessuna dotazione di bombole di ossigeno e, soprattutto, senza portatori d’alta quota, cioè quegli aiuti supplementari che ti tolgono il peso dalla schiena e che ti apparecchiano la tendina in alta quota, ti sciolgono la neve e ti fanno trovare il tè già pronto quando arrivi. Nives gioca pulito. In questo momento per queste caratteristiche può essere considerata la più grande alpinista di tutti i tempi.

Una donna che ama la sfida?

Nives non sfida la montagna ma la misura. La sfida è maschile. La leggerezza insieme alla capacità di pareggiare le avversità è femminile. Nives è più naturale e in sintonia con la montagna, fa parte di più di quel paesaggio. Nives sa ammettere la paura continuamente, farci i conti e misurarla; sa valutare quando vi è bisogno di rinunciare al traguardo.

"L’alpinismo è un arte della fuga. La devi decidere e realizzare come una vittoria, proprio più quando brucia la rinuncia. È un esercizio di umiltà, l’ammissione di inferiorità davanti a una tempesta, a un pendio di neve che è troppo carico e pronto a crollarti addosso."


Le chiacchiere in alta quota non parlano solo di una donna che supera gli ottomila metri, ma anche del legame di coppia, "di un nodo che non si può sciogliere". Nelle parole di Nives ritroviamo quel comune denominatore dei suoi racconti: "Due non è il doppio ma il contrario di uno della sua solitudine. Due è alleanza, filo doppio che non è spezzato".

Lo riconosco: il numero due mi piace. Quando stavo scrivendo "Il contrario di uno" ero impegnato nella traduzione dell’episodio dell’Arca di Noè, dell’imbarco miracoloso degli animali sulla scialuppa di salvataggio imposta a Noè. C’è una scena grandiosa nel momento dell’imbarco quando da tutti i punti dell’orizzonte arrivano arrivano numerose coppie: esistono solo coppie di adulti, maschi e femmine, nessun cucciolo. Questa alleanza essenziale della biologia che ridarà vita al mondo successivamente è il vincolo più forte che esiste in natura: è il vincolo tra due sessi che non si conoscono da prima ma si alleano e formano un nucleo più forte. E un nucleo più forte del rapporto padre-figlio e madre-figlio perché i figli hanno una stagione biologica oltre la quale si separano. La coppia invece resta stabile, cioè riesce a riprodursi ad oltranza.

E il due di Nives e Romano?

Il due in alpinismo è raro. Credo che il due di Nives e Romano sia il primo rapporto di coppia che ha superato diverse prove. Lo considero una sorta di laboratorio dell’unione maschile-femminile in alta quota. È un laboratorio che funziona e che ha grande possibilità di successo perché lassù Nives e Romano riescono a litigare fino a 7 mila metri, fino a quando il fiato lo permette, ma riescono ad amarsi, ad essere alleati l’uno dell’altro, a dividersi i compiti perché è questo l’unione.

"L’amore portato qua sopra, l’amore esposto a queste forze furiose di natura, l’amore da trascurare per poi ritrovarlo al suo posto, indurito come un soldatino sull’attenti, questo amore-ammore nostro è la cosa che ho in più rispetto alle altre scalatrici […] L’amore nostro è il mio combustibile, un’energia pulita."

L’unione come complementarietà: Romano è un puro montanaro, Nives qualche volta ha "nostalgia di quota zero sul livello del mare e del sapore di cozze al limone e prezzemolo"; Romano batte la pista e Nives lo segue; Romano si occupa delle cose da portare via in montagna, mentre a Nives tocca badare a quello che lasciano a casa…

L’unione non vuol dire essere uguali e fare le stesse cose. Non vuol dire essere ambedue ambidestri, ma vuol dire distribuirsi i compiti nella maniera più perfetta ed efficace possibile.

Nel suo libro Morso di luna nuova sotto i bombardamenti Elvira parla dell’unione come una forma di dovere "nuie tenimmo ‘o duvere ‘e c’annammurà" (abbiamo il dovere di innamorarci).

In questo caso è un dovere d’emergenza. Quando la guerra sta distruggendo vite a casaccio la gioventù che resiste e che rimane ancora in vita ha il dovere di innamorarsi, ha il dovere di fondare quel sentimento e il seguito. Dopo la guerra vi è la spinta e l’istinto a ripopolare: fioriscono le nozze e si riempiono le culle. Nel caso di Nives e Romano l’emergenza è la condizione estrema di tensione di logoramento fisico nel quale riescono a distribuirsi i compiti e a raggiungere quello che si sono prefissi. Credo che la loro unione sia una forza di combattimento capace di raggiungere gli obiettivi che si prefiggono. Gli alpinisti hanno questa caratteristica di dimenticare quello che hanno fatto: una volta che hanno messo i piedi sulla cima, cioè una volta che hanno calpestato il loro desiderio lo hanno anche dimenticato. È difficile fare ricordare agli alpinisti quello che hanno fatto perché sono molto più interessati e avvinti da quello che vogliono fare ancora.

"Gli uomini sono dotati di parola ma si trasmettono esperienza meglio con il silenzio, si trasmettono il tempo stando zitti". Qual è il silenzio di Nives che ha preso forma e suono nel pagine del suo libro?

Nives ha un silenzio legato al suo corpo. Nives sta zitta quando deve, quando sale. Il fatto che si sia messa a parlare con me quella notte di insonnia è una sua generosità. Poteva starsene zitta…

E Romano?

Romano russa, a qualunque quota!

Nella sua presentazione della mostra fotografica "E noi vi guardiamo. Un mondo di donne in cammino" di Danilo De Marco la dignità della donna, la forza del suo sguardo e il valore del suo corpo quale clessidra del tempo sembrano annullare ingiustizie e discriminazioni. Ma l’uomo non ha ancora imparato ad abbassare lo sguardo, con umiltà, prima di mettere a fuoco la donna…

L’uomo perde prerogative, perde vantaggi; la sua supremazia è sotto usura e dunque ha delle reazioni di chi sta perdendo il potere. È difficile che i re abdichino, loro sono più capaci a farselo prendere da sotto il trono piuttosto che a cederlo contrattando una ritirata. Dunque il maschile, che è un genere recessivo dal punto di vista del potere, recede nel suo potere e reagisce restando sulla difensiva e può al massimo ritardare di qualche settimana la sua riduzione al subalterno.

È quindi dell’idea che il trono sarà presto conquistato dalla donna?

Nei miei incontri con la gioventù le domande che ricevo e che mi costringono alle risposte sono femminili. Da questo angolo stretto di osservazione, penso che la classe dirigente del nostro Paese sarà femminile nel giro di una generazione… Le donne di questa generazione hanno un vantaggio e non avranno nessuna difficoltà a prendere il posto dei coetanei.

E i coetanei non avranno problemi a lasciare il posto…

I coetanei mi sembrano un pò più distratti e meno accaniti nei confronti del potere dei loro padri.

Quindi l’apostrofo che Nives porta sopra gli ottomila metri salirà sul trono!

L’apostrofo diventerà gigantesco.

E speriamo che la congiunzione e non verrà mai a mancare.

La congiunzione e è un pezzetto del vocabolario che mi sta simpatico. Congiunge due elementi alla volta; la congiunzione e sta bene con il due. Ma la congiunzione e è anche disgiunzione; ad esempio, in guerra e pace serve a disgiungere non ad unificare. Finora in maschile e femminile quella e è stata disgiuntiva, ma nel momento in cui le donne saranno forza dirigente nel nostro Paese e in altri paesi quella e sarà congiuntiva.

Allora aspettiamo questo momento…

Non c’è da aspettare perché già cammina.

Mi piace questo suo ottimismo.

Non so se è ottimismo, ma è una constatazione di inferiorità.

 

8 marzo 2006

Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. Collabora a diversi quotidiani e al periodico Micromega. Studia da autodidatta l’ebraico e traduce alcuni libri della Bibbia. Tra le sue opere Non ora, non qui (1989), Una nuvola come tappeto (1991), Aceto arcobaleno (1993) e In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997), Tu, mio (1998) e Tre cavalli (1999), Montedidio (2003), Il contrario di uno (2003), Mestieri all’aria aperta (2004), Solo andata. Ha inoltre pubblicato Altre prove di risposta (2000) e Un papavero rosso (2000), e Mestieri all’aria aperta, Lettera a Francesca, Precipitazioni (2004). Recentemente è uscito il suo primo libro di poesie, Opera sull’acqua e altre poesie, e la pièce teatrale Morso di luna nuova. Racconto per voci in tre stanze.

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