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Il nostro Pensiero per Arabella

arabella in ufficio

Arabella Festa ha lavorato per tanti anni al Pensiero Scientifico come redattrice. Si è occupata della Biblioteca Medica Virtuale della Provincia di Bolzano, della Biblioteca Alessandro Liberati del Servizio sanitario regionale del Lazio e di The Italian Journal of Gender-Specific Medicine come executive editor, dedicandosi in particolare alla divulgazione dei temi legati alle differenze di genere in medicina e nella ricerca. Arabella ci ha lasciati prematuramente il 12 gennaio di quest’anno.

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Ho due fotografie di Arabella nel mio telefono, entrambe in treno: in una, Arabella ha gli occhi chiusi e il viso quasi poggiato contro al finestrino. Al di là potrebbe esserci la valle dell’Adige, di ritorno da Bolzano. Nell’altra fotografia, ci sono solo gli occhiali di Arabella poggiati sul tavolino del Frecciarossa: per qualche minuto avevamo distanziato i nostri abituali silenzi in treno.

Per chi fa il nostro lavoro il silenzio è importante. Qualcuno ha detto che la parola – la cosa su cui lavoriamo – è il retro del silenzio, come il silenzio è il retro della parola. Ma la parola ha bisogno che un po’ di silenzio le faccia da cornice.

Penso alla presenza di Arabella insieme a noi, al suo lavorare attento sui testi, ma anche sui segni, sui punti, sulle pagine bianche e tutto quello che rende visibile il silenzio. Penso alla sua capacità di rispettare la concentrazione degli altri, riuscendo a entrare in una stanza senza farsi sentire e ad attendere paziente il momento in cui tu alzi gli occhi.

Dunque il mio ricordo di Arabella è soprattutto quello di una quiete intelligente: da ascoltare ed apprezzare.

Di tanti anni di lavoro passati insieme resta, dunque, il ricordo di una persona premurosa, il ricordo dei suoi occhi e del suo sorriso. Resta anche un po’ di rimpianto per la sua riservatezza.

Da ragazzo avevo in stanza il manifesto di un quadro che fermava “il silenzio abitato delle case”: ecco, nel silenzio abitato della casa editrice ritroveremo Arabella in ogni “penombra rischiarata da una presenza discreta e misurata”, come diceva Matisse che lo aveva dipinto.

Luca De Fiore


Di Arabella tra le altre cose ricordo la sua “discrezione nel lavoro”, quel suo entrarti in stanza quasi in punta di piedi, come per scusarsi di invadere il tuo spazio (che in realtà, in un contesto collaborativo come il nostro, non è affatto SOLO TUO, giustamente) nel momento in cui veniva a sottoporti qualche questione di lavoro. E lo faceva sempre educatamente, invocando il tuo “permesso” quando di nessun permesso c’era (c’è) bisogno, soprattutto per noi tecnici di fatto al servizio della redazione. E sono sicuro che se n’è andata scusandosi fino all’ultimo in cuor suo con tutti noi colleghi per aver lasciato così all’improvviso il suo posto scoperto e le sue incombenze lavorative in carico a qualcun altro… Questo era Arabella.

Lorenzo


Marmellata di arance. È questo il profumo, il sapore che mi lega ad Arabella. Il motivo di questa associazione è un delizioso dono, fatto in casa, che Arabella mi ha fatto qualche anno fa. Un suo modo discreto e dolce per dirmi grazie. Un grazie non necessario per qualche passaggio in macchina in un momento in cui faceva fatica a camminare, non ricordo se per un intervento o per una distorsione. Quei passaggi sono stati l’occasione perché anche i miei figli, allora più bimbi, conoscessero Arabella.

C’è una cassetta di arance che mi aspetta a casa. Vorremmo preparare della marmellata, assieme ai ragazzi, con la speranza, del tutto laica, che il profumo arrivi anche a lei.

Norina


Arabella non c’è più. La sua scrivania, che mi basta un’occhiata in tralice per vederla, è vuota e lei non tornerà. Eppure la sua presenza aleggia leggera e discreta, proprio come quando era ancora tra noi. Di Arabella porterò con me il ricordo di una persona riservata e gentile, mite e generosa. Ho ancora sulla scrivania tutti gli adesivi colorati che attaccò allo schermo del mio computer quando feci ritorno in casa editrice dopo una lunga assenza, quasi sette anni fa. Quella stessa assenza che anche lei ha conosciuto e rispetto alla quale, nell’ultima manciata di mesi appena trascorsi, mi ha chiesto tante cose. Arabella adorava leggere e spesso capitava che ci scambiassimo opinioni e consigli. Conservo sul telefono la nostra ultima conversazione in cui mi ringraziava di averle consigliato “Metà di un sole giallo” di Chimamanda Ngozi Adichie. Ne avevamo parlato in treno, un pomeriggio mentre tornavamo verso casa. Prima di Natale, anche se stava già male, aveva voluto informarmi che lo aveva letto e le era piaciuto. Un piccolo gesto di attenzione, un dettaglio, un granello, ma di quelli preziosi. Che restano.

Erica


Come tutte le anime più luminose, anche tu avevi i tuoi filtri, le tue cortine. Non tanto per difendere la tua luce dall’esterno, quanto per proteggere quelli che, non ancora pronti, non erano in grado di sostenerla. Ora splendi libera, in tutti i colori, e il Senso ti appartiene, e tu a lui. Ciao Arabellissima.

Livia


Mi mancherà chissà per quanto la tua capacità di affrontare ogni cosa da un’angolazione insolita e imprevedibile e la tua voglia inesauribile di non fermarti mai alla superficie per trovare una risposta alle tante domande che nella nostra lunga e affiatata convivenza lavorativa ci siamo poste.

Ciao, mia carissima compagna di banco (quanto piaceva anche a te chiamarci così!) e amica nella vita.

Mara


Due passi separano il mio tavolo di lavoro da quello di Ara. Due soli passi, per una segnalazione, un suggerimento, la richiesta di buttare un occhio ad un testo o a una notizia. Due passi per uno scambio sussurrato, che mi mancherà, con tutto quello che si portava dietro (dentro e fuori dall’ufficio). Due soli passi: la distanza – irrisoria – che mi piace pensare continuerà a separarmi da Arabella. Ovunque sia. Ciao Ara.

Manuela


Ciao Arabella, sono io. Quello che ti prendeva amabilmente in giro quando mi chiamavi la mattina presto, timorosa che mi fossi dimenticato che quel giorno ti dovevo accompagnare in macchina in ufficio, nel periodo in cui ti eri fatta male alla gamba. Quello che approfittava della tua enorme capacità d’ascolto e della tua gentilezza per “ammorbarti” con tanti discorsi (immagino noiosi) durante i nostri lunghi viaggi nel traffico. Quello con cui ogni tanto – timidamente – ti aprivi un po’ anche tu. Quello che contava sulla tua “spinta” per trovare la voglia di seguire i corsi dell’Ordine dei Giornalisti (capirai, e adesso?). Quel collega un po’ orso che doveva sembrarti così brusco e goffo, dall’alto della tua gentilezza e della tua discrezione. Ma che – spero – ti era anche abbastanza simpatico. Ci siamo visti subito prima di Natale e non avrei mai immaginato che sarebbe stata l’ultima volta. In quell’occasione hai ancora una volta confermato la tua dolcezza portando un pensierino a mia figlia. E quella dolcezza è ancora nell’aria, la sento. La sentiamo tutti, la sentiremo per sempre.

David


ArabellaHo fatto questo “ritratto” di Arabella per il biglietto di auguri dei suoi 50 anni. In questi giorni sono andata a ripescarlo nel mio archivio, proprio per avere sotto gli occhi l’immagine di Arabella che ho sempre avuto: una persona colorata, libera, con quei suoi bei capelli lunghi e ribelli!

Spero che questo semplice disegno evochi in tutti voi il bel ricordo di Arabella!

Laura R.


Non so perché, non appena ho iniziato a riflettere su come poter descrivere brevemente la complessa personalità di Arabella, una parola ha iniziato a girarmi per la testa. Potrà forse sembrare inadeguata e irrispettosa a chi non la conosceva bene, ma per me era un fondamentale contrappunto del suo essere talvolta apparentemente angolosa nei movimenti e nel parlare. La parola è frivolezza, ma non a significare superficialità o scarsa serietà: era al contrario la giusta morbidezza che dava un’impronta originale e inaspettata al suo carattere serio ed equilibrato. Un po’ come la leggerezza di Calvino, era un planare dall’alto sulla serietà e la ripetitività della vita quotidiana cercando di far rotolare i piccoli e i grandi macigni che potevano diventare opprimenti. La frivolezza di sentirsi sempre femminile, perché un aspetto curato nei minimi dettagli era anche un suo modo di affrontare la vita, di far scivolare di dosso le asperità. In Arabella le contraddizioni si fondevano in modo singolare, rendendola unica. Apparentemente frenata, ma invece sempre pronta a partecipare. Acuta, ma anche lieve. Un solo gesto o una sola parola potevano significare mille cose. Potevano dirti senza tanti fronzoli che ti voleva bene. E tu, se la conoscevi, non potevi non volergliene…

Bianca


Come due compagne di scuola, colleghe in Casa editrice, lei in redazione io nel marketing, ci siamo viste tutti i giorni per tanti anni, quasi 14. Conosco a memoria il suo viso, i suoi ricci, il suo sorriso, sempre moderato, silenzioso. Davo per scontato che ci fosse: anche le mattine in cui andavo al bar vicino all’ufficio e lei in disparte a bere il suo cappuccino e, inforcando gli occhiali, a leggere le sue pagine di quotidiano, senza di cui non iniziava la giornata lavorativa.

Ricordo di Arabella la sua grazia e riservatezza che però non schermavano le emozioni, facendole invece passare a chi le stava davanti. Ricordo una persona delicata, con uno sguardo attento di un bell’azzurro verde striato. La chiamavo Arabeautiful perché mi piaceva che si mettesse a ridere sotto sotto.

Il suo ricordo è caldo, e la sua perdita mi lascia enormemente triste e arrabbiata, con lo sguardo rivolto a quel vuoto.

Ciao Ara.

Maria


Ciao Ara, non vedo più spuntare i tuoi riccioli ribelli al di là del monitor, ma conservo nelle orecchie il sussurro dei mille consigli che ci siamo scambiate e negli occhi la luce profonda del tuo sguardo. Mi mancheranno infinitamente la tua delicatezza e la tua sorellanza. Grazie per esserci stata.

Martina


Mi ha sempre colpito l’intelligenza straordinariamente lucida, rigorosa e a volte sorprendentemente affilata di Arabella, ma molto di più mi colpiva il modo in cui quella stessa intelligenza, che lei riversava senza risparmiarsi nel lavoro o nei progetti a cui sceglieva di dedicarsi, si trasformava in uno strumento d’amore quando si trattava delle persone. Ara sapeva guardare, non vista, con attenzione e acume alle persone, e ti sorprendeva con la sua capacità di cogliere le loro esigenze, riconoscere le loro caratteristiche, accorgersi dei loro desideri e ricordarsene nei momenti giusti, nelle ricorrenze, per farle felici, per farle sentire amate… Salvo poi ritrarsi in un angolo a osservare silenziosamente, sorridendo, l’effetto ottenuto (ed era sempre un bell’effetto!), e poi fuggire via schiva se si provava a riconoscergliene il merito. Grazie, cara Ara, per questo tuo sguardo intelligente, discreto e affettuoso: non è ancora un ricordo e non lo diventerà, perché è già un insegnamento prezioso, e perciò sempre vivo, che porto dentro di me.

Silvana


In poche parole Ara è Ara.

La collega attenta e premurosa nella ricerca e nello studio delle fonti, nel delucidare e sintetizzare i risultati degli studi scientifici, nell’andare in profondità delle cose. La collega insaziabile di letture dal forte senso civico che, in silenzio e nel suo piccolo, ha saputo fare del lavoro un campo di battaglia per dare visibilità alle differenze di genere e al superamento delle disuguaglianze in cui credeva fermamente. La collega dai lunghi riccioli neri indomabili che si sommergeva di articoli da leggere e da sottolineare, che metteva passione in quello che faceva e che era sempre disponibile a darti una mano – senza farsi notare. Spesso ci scambiavamo messaggi su skype o andavamo al caffè per confrontarci e supportarci a vicenda su un articolo da leggere, una notizia da revisionare, una newsletter da confezionare, una frase incomprensibile da tradurre, un’intervista ostica da fare.

Altrettanto spesso alla fine del lavoro prendevamo insieme il trenino dei pendolari. In quelle ripetute mezz’ore di viaggio che riempivamo di racconti e confidenze, risate e discussioni, sospiri e silenzi, volente o nolente la collega Ara mi ha fatto scorgere a piccole dosi l’altra Ara, la donna con i suoi amori, il suo passato e le sue amicizie di lunga data, con la sua forte femminilità e le sue fragilità, la sua tenacia nel credere in se stessa, nei propri valori e, non da ultimo, nei sogni. In quei frangenti mi ha mostrato la parte di quella faccia misteriosa della Luna che non vediamo ma che è altrettanto luminosa di quella visibile.  Si è rivelata un’amica che mi spiazzava con le sue frasi lapidarie e la sua autoironia, che mi scrutava scoprendo aspetti nascosti di me e mi “colpiva” a sorpresa con il suo sguardo e con i suoi messaggi subliminali confezionati per me e solo per me, per il mio bene.

In poche parole, Ara sei e sempre sarai la nostra unica Ara.

Laura T.

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Commenti

  1. Giuseppe 23 Gennaio 2019 at 20:23 Rispondi

    Un ricordo affettuoso e addolorato di una persona davvero speciale. RIP

  2. sabina guarnieri 4 Febbraio 2019 at 11:33 Rispondi

    Bellissimo sentire come risuonano tanti tantissimi dettagli con quello che anche io, amica piu’ recente, provo per lei. Grazie per averla ricordata cosi’ vivamente e graziosamente e amorevolmente. Essendo Arabella, non poteva essere che cosi’.

  3. Sandra Giuliani 4 Febbraio 2019 at 12:06 Rispondi

    È semplicemente commovente ritrovare nelle vostre parole i lineamenti, i gesti, la personalità complessa e lieve di Arabella la schiva, Arabella la luna, “Arabellissima”. Non c’è parola che non mi sia caduta dentro trovando un’eco. Quindi grazie per avermela restituita. Intima e irraggiungibile.

  4. Eva Passerini 4 Febbraio 2019 at 13:28 Rispondi

    Arabella è riuscita a tessere una tela d’amore, tante persone sensibili hanno capito la sua bellezza interiore e il suo livello superiore di coscienza.
    Grazie per averla descritta così bene e per aver condiviso i vostri sentimenti, siamo in tanti a volerle bene per sempre. Grazie anche per il “ritratto”: mi evoca un bel ricordo!

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