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C’è posto per tutti

Perché il web collaborativo può essere utile per l’utente della biblioteca?

Il web collaborativo è quello in cui l’arricchimento dell’informazione passa dalla condivisione della conoscenza di ciascuno. Si parla in maniera più spiccata che mai di intelligenza collettiva e di condivisione della conoscenza. L’utente lo fa perché ne ha bisogno, non perché ne abbia un vantaggio materiale e se gli ritorna qualcosa gli viene nei termini comuni del social network: conoscibilità, attendibilità, l’avere un ruolo riconosciuto dai membri della comunità specifica degli utenti, quella della ricerca o degli utenti della biblioteca, in ogni caso una comunità professionale di riferimento. Il ritorno per tutta la comunità è l’arricchimento generale proprio della condivisione, perché quattro occhi vedono meglio che due.

Tra le tante applicazioni del web 2.0, quali potrebbero essere le più interessanti per la biblioteca?

Credo siano diverse. Le applicazioni legate all’aspetto più sociale e di condivisione del record catalografico e quelle che, più in generale, tendono a facilitare il modo in cui la biblioteca comunica se stessa fuori dalla sua fisicità: quindi le pagine web della biblioteca create con strumenti sempre più dinamici e facili da utilizzare, i Feed RSS che permettono di arrivare a casa dell’utente con le ultime notizie della biblioteca e, perché no, anche la presenza della biblioteca nei social network generalisti, come Facebook.

Il web 2.0 incontrerà mai i cataloghi delle biblioteche?

Lo spero tanto e credo che ci siano gli elementi per potere dire che succederà, o forse sta già succedendo in alcune realtà particolarmente avanzate.

In Italia, c’è qualche buon esempio?

Comincia ad esserci un interesse crescente da parte delle biblioteche per gli strumenti del web sociale e collaborativo. Di esempi ce ne sono diversi, tra le biblioteche e i produttori di software di gestione e per Online Public Access Catalogue (OPAC), che stanno lavorando molto per modernizzare l’impianto dei loro software. Diverse cose interessanti sono state viste anche nel corso del seminario “Web 2.0 and Libraries“, che si è tenuto di recente a Roma. Cominciano a diffondersi, inoltre, sempre più software open source per la gestione dei cataloghi e di OPAC e la cosa mi pare molto positiva.

La quantità di informazioni disponibili è in crescente aumento e cambia il modo di pubblicarle. Come stanno reagendo le biblioteche italiane, considerato anche l’atteggiamento di impazienza nella ricerca da parte degli utenti?

Non ritengo che le biblioteche riusciranno a stare al passo con la furia degli utenti nè che debbano farlo. Come erogatori professionali di servizi di mediazione, le biblioteche hanno i loro tempi e delle necessità specifiche. Tuttavia, credo che si stia cominciando ad andare al passo della produzione informativa: periodici elettronici e e-book vengono messi a disposizione in tempo reale, grazie ad interrelazioni con gli editori, che non obbligano più i bibliotecari a catalogare ex novo migliaia e migliaia di record, perché le bache dati sono inter-operabili. Si inizia se non a parlare, almeno ad interpretare gli stessi linguaggi. Dunque, ritengo che le biblioteche già da un po’ di tempo si stiano sforzando in maniera mirabile di tenere il passo della crescita; forse, è importante che continuino a tenerlo con un minimo di distinguo, non essendo all’ultima moda e non diffondendo l’ultima notizia nel tempo stesso in cui viene prodotta.

Non si rischia di rendere le biblioteche sempre più delle stanze vuote, fisicamente non popolate dagli utenti?

Non credo. Le biblioteche verranno sempre identificate attraverso il loro patrimonio, che è in gran parte fisico. In Italia, il patrimonio delle biblioteche è di indiscutibile rilevanza e gli utenti continueranno a identificare biblioteche e documentalisti come i detentori quasi esclusivi di un certo tipo di informazione, in una certa forma. Per cui, si tratta soltanto di andare fuori a cercare gli utenti, a comunicare e a ricordare che le biblioteche esistono ed esistono con certe loro specificità.

Come valuta l’iniziativa di alcune biblioteche che segnalano nel proprio sito istituzionale le librerie commerciali in cui il volume cercato e consultato è disponibile per la vendita?

Sono esperienze che anche in Italia cominciano a prendere piede: dare all’utente oltre le notizie sul posseduto della biblioteca anche informazioni sulla possibilità di trovare quella risorsa in altre biblioteche o di acquistarla o, ancora, di scambiarla, come su aNobii. È una cosa che giudico molto positivamente, perché ritengo che nella differenza delle funzioni – quelle della biblioteca e quelle della libreria, che non sono comparabili – c’è posto per tutti, per dare un’informazione migliore e più completa.

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