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Continuiamo così, facciamoci del male

Pensa che il caso di malasanità italiana sollevata dall’Espresso sortirà degli effetti in tutto il nostro Paese? Se sì, quali?

Una ripercussione potrebbe essere quella del ritorno della stampa come elemento fondamentale di democrazia mentre per la sanità non sono convinto che questo tipo di denunce abbia alcun effetto sistemico. Innanzitutto, si è esaminato il caso del Policlinico che negli ultimi venti anni è stato oggetto di ricorrenti situazioni del genere e, quindi, non può essere preso a paradigma del sistema italiano; inoltre non tutto quello che è stato “ripreso” è collegabile direttamente a una condizione di malasanità. Sono dell’idea che il solo effetto provocato dalla polemica sollevata dall’inchiesta sia quello di disaffezione, delusione e sfiducia da parte del cittadino per il sistema salute. Insomma, non vedo effetti positivi…

Nemmeno la voglia di recuperare o di risanare il sistema?

La voglia di recuperare si può trovare nelle dichiarazioni che sono contenute negli articoli, ma non nelle immagini choc utilizzate da un certo tipo di giornalismo di inchiesta. L’uso di immagini choc non accompagnate da altri tipi di ragionamento, insieme all’indugiare su questi casi di malasanità, non può produrre alcun effetto positivo se non quello di minare la fiducia della popolazione per la sanità, che oltre a un sentimento rappresenta un patrimonio di un Paese.

Che problema pone il “caso ospedali” ai manager delle strutture sanitarie?

Le difficoltà che emergono dal caso del Policlinico fanno riflettere non tanto sulle capacità quanto sulle possibilità che il contesto offre per mettere a punto soluzioni immediate. È uno di quei casi in cui gli strumenti tipici manageriali sono di più difficile utilizzo: patrimonio ed edifici non sono in mano all’Azienda, quindi la gestione del finanziamento e dei lavori risulta limitata rispetto a quella possibile ad un immobile di proprietà dell’Azienda. Un caso come questo pone la centralità del management come collegamento fra i vari pezzi.

Cioè?

Mi pare sia giusto sottolineare che in Italia sicurezza e infezioni ospedaliere non sono in diretto e costante rapporto di causa-effetto, ma sono legate principalmente all’organizzazione, ai comportamenti individuali, ai protocolli imposti sia dalle direzioni che dai clinici, ma anche per i clinici. Entrano in gioco diversi strumenti aziendali che vanno al di là di quanto viene “fotografato” e che spesso sono anche più importanti. Un primo problema è quindi quello di rendere sistemico il cambiamento: non si può tollerare che siamo capaci di agire sui protocolli clinici ma non riusciamo ad intervenire per aggiustare le fogne. Un secondo problema è invece legato alla capacità di utilizzare efficacemente i finanziamenti.

Intravede un terzo problema?

Sicuramente la responsabilizzazione. Le nostre Aziende sono basate sul principio della distribuzione delle responsabilità secondo il quale si passa attraverso una scala gerarchica sia per il problema della sicurezza del paziente e dell’operatore, sia per la capacità di prevenzione e per la qualità dell’assistenza. La gestione della sicurezza è in mano ai primari, ai caposala, ai preposti. Ma perché il sistema funzioni dovremmo operare una rivoluzione che porti anche le persone responsabili più in periferia ad esercitare lo stesso spirito di appartenenza e di centralità del cittadino. Alla responsabilizzazione aggiungerei un altro problema: la capacità di comunicare.

Ci spieghi meglio.

È fondamentale che il manager comunichi anche il positivo del suo operato e cioè i traguardi e gli obiettivi raggiunti. La tendenza del manager è quella di mettersi sempre sulla difensiva, quando invece si dovrebbe stare di più sull’offensiva non per confutare ma per spiegare il contesto in cui si sta operando.

Il giornalista dell’Espresso scrive che “dopo tutto queste situazioni favoriscono l’esodo dei pazienti verso la sanità privata”. Che ne pensa?

Il contesto del Lazio è particolare e non generalizzabile. È risaputo che le politiche di razionalizzazione di questi ultimi anni hanno investito più sul settore pubblico forse proprio perché era ricettacolo di inefficienza. Ad esempio, sono diminuiti i letti pubblici e non quelli privati. Tuttavia questo dovrebbe essere visto come l’espressione di una politica non di razionalizzazione, ma di maggiore efficienza nel pubblico che non ha più degenze lunghe o disattenzione alla qualità del ricovero. Forse la sua domanda andrebbe posta anche all’inverso…

Cioè?

La campagna può penalizzare l’intero sistema italiano – pubblico e privato – dove nella maggioranza dei casi si lavora in condizioni migliori di quelle fotografate dall’inchiesta. Di fatto non vi è quasi mai una forte concorrenza tra i due sistemi considerato che il privato è altamente qualificato nelle Regioni dove il pubblico funziona bene e, viceversa, è di bassa qualità nelle regioni dove il pubblico è di minore qualità. Quindi non vedo tanto il rischio di un travaso ma di un complessivo senso di sfiducia su tutta la Sanità, anche quella privata.

Secondo le dichiarazioni del Codacons, le ispezioni promosse dal Ministero della Salute in tutti i nosocomi rappresentano una dichiarazione di fallimento del sistema. È d’accordo?

Se fosse vero il paradigma “tutto è uguale”, le ispezioni avrebbero dovuto trovare altrettanti problemi simili a quelli riscontrati nel Policlinico mentre invece hanno dimostrato l’opposto. Per alcuni direttori generali le ispezioni sono state un utile confronto; per altri hanno rappresentato una dura verifica vedendosi sanzionare alcune inadempienze nell’applicazione dei protocolli, ma solo in pochissimi casi si trattava di situazioni che mettevano a rischio la salute dei pazienti. Quindi l’attività di vigilanza è servita ad arginare l’idea che la Sanità pubblica italiana fosse un totale fallimento.

Non tutti gli ospedali italiani si sono dotati di tali strumenti di controllo sulle strutture e condizioni igieniche. Crede sia un problema di mancanza di fondi, di risorse umane o cosa?

Se consideriamo le condizioni igieniche come mancanza di comfort è vero che alcune vecchie strutture non offrono quelle situazioni di comfort a cui avrebbe diritto il paziente, ma al contempo offrono una buona qualità di prestazione sanitaria.

Ma ci sono sufficienti strumenti di controllo?

Piuttosto che chiederci se mancano gli strumenti di controllo dovremmo valutare quanto è migliorata la capacità di controllo all’interno delle Aziende. Negli ultimi anni è stato fortemente promosso il risk management e sono stati imposti protocolli dalle Regioni, dalle Aziende, oppure dai professionisti della salute che li hanno fatti diventare regole. Attualmente gli strumenti ci sono e sono in mano anche ai professionisti; resta però da verificare quanto vengano utilizzati.

E quindi?

Quindi sarebbe più utile misurare quanto vengano effettuate procedure di controllo all’interno dell’Azienda e quanto queste garantiscano la sicurezza o perlomeno riescano ad arginare i problemi nelle situazioni più gravi. È ovvio che avere una struttura pulita in qualsiasi angolo è un obiettivo da perseguire assolutamente, ma è anche vero che fare di tutta l’erba un fascio rischia di banalizzare e di infondere sfiducia nel cittadino.

L’inchiesta dell’Espresso dovrebbe sortire come effetto l’impegno di riguadagnare la fiducia dei cittadini…

Dirigenti e professionisti della salute sono alleati per quanto riguarda la gestione del rischio come dimostrato dalla quantità e qualità dei protocolli di gestione e prevenzione delle infezioni ospedaliere. Un patrimonio che andrebbe reso pubblico per ridare fiducia ai cittadini.

E il problema delle infrastrutture?

È un problema molto importante che deve essere assunto anche con scelte di tipo politico. Ma per garantire ospedali sicuri è indispensabile una forte responsabilizzazione di tutti gli attori coinvolti, dagli operatori ai cittadini. È utile che avvenga un acceso dibattito; l’importante però è che non si perda di vista l’obiettivo di migliorare e non di darsi le martellate. Non dimentichiamoci che professionisti e aziende sono molto più attenti alla gestione della sicurezza della struttura: se noi misurassimo quante procedure a rischio sono monitorate, troveremmo sorprese positive. Tuttavia nel nostro Paese si ha una certa tendenza a dire che la colpa è di qualcuno perché la colpa non sia di nessuno.

La vostra Federazione come si pone?

La FIASO vuole identificare e proporre dei percorsi possibili per uscire da questa situazione comunicando i passi avanti che sono stati fatti per poi estendere queste esperienze in tutto il tessuto del Sistema Sanitario Nazionale. Scopo di una Federazione come la nostra è quello di far migliorare tutti, anche se non è facile quando le inchieste hanno come effetto quello di annullare le cose buone fatte. Tutti sono stati accomunati alle situazioni peggiori, coloro che hanno fatto meglio non hanno avuto nessun riconoscimento. È ovvio che questo contesto rende più difficile estendere le esperienze positive…

Speriamo che la prossima inchiesta mostri un caso di buona sanità.

Di buona sanità se ne è parlato diverse volte in passato anche dai media, ma per fare del giornalismo interessante è certamente più facile parlare di malasanità. La FIASO farà il possibile per diffondere anche le notizie positive.

Il 'caso ospedali'

  • Fabrizio Gatti. Policlinico degli orrori. L’Espresso 2007, n. 1.
  • Il Policlinico? Ricostruiamolo altrove, lì meglio un museo. Intervista di Roberto Monteforte a Ignazio Marino. L’Unità, 6 gennaio 2007.
  • Margherita De Bac. “Qui non è a posto nemmeno un sasso“. Con intervista a Ubaldo Montaguti. Il Corriere della sera (Cronaca di Roma),6 gennaio 2007.
  • Carlo Piccozza. “Se qui c’è rischio infezioni chiudo subito il Policlinico“. Con intervista a Ubaldo Montaguti. La Repubblica, 6 gennaio 2006.
  • Elena Dusi. “Ecco le priorità del mio piano terapie sicure. Ridurre le vittime“. Intervista al ministro Livia Turco. La Repubblica, 6 gennaio 2006.
  • Paolo Boccacci. “Umberto I, chi ha sbagliato paghi“. Intervista a Piero Marrazzo. La Repubblica, 7 gennaio 2006.
  • Elena Dusi. “Camici sporchi e mani trascurate così il pericolo s’annida in corsia“. Intervista a Paolo Cornaglia Ferraris. La Repubblica (Cronaca di Roma), 7 gennaio 2007.
  • Eleonora Martini. “Ma qui siamo ai livelli Usa“. Intervista a Vincenzo Vullo. Il Manifesto, 7 gennaio 2007.
  • Umberto Veronesi. “Meno strutture, medici a tempo pieno così si può superare l’emergenza“. La Repubblica, 8 gennaio 2006.
  • Giampaolo Pansa. In corsia si muore e i partiti rompono. L’Espresso 2007, n. 2.

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