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Dalle parole ascoltate alle voci scritte

Nella postfazione del libro Emozioni virali scrive che quelle che abbiamo letto non sono parole scritte ma voci, “voci di un concerto”. Qual è il valore delle voci di chi ha vissuto, in prima persona, da medico l’emergenza covid-19?

Queste voci fanno un regalo alla cronaca sostituendosi ad essa per raccontare ciò che altrimenti non avremmo mai saputo: testimonianze di una vita realmente vissuta che danno la misura di quello che è successo e del sacrificio delle persone che hanno lavorato in ospedale e sul territorio, in maniera intensiva, pagando a volte con la loro vita. Emozioni virali è una raccolta di “voci” che fa venire più di un brivido. Lo dico sia da semplice lettore sia da persona che ha fatto il medico per molti anni e si immedesima in quello che i colleghi hanno vissuto. Mi auguro venga letta affinché la memoria di quanto è accaduto non vada dispersa in tempi brevi. Gli ultimi fatti di cronaca stanno già capovolgendo l’immagine dei medici che abbiamo visto impegnati durante l’emergenza, ora da eroi corrono il rischio di diventare dei delinquenti: è disonorevole soprattutto nei confronti di tutti coloro che non hanno potuto raccontare la propria esperienza perché ci hanno lasciato la pelle. Non so quanto di artefatto o di cronaca reale ci sia in quello che sentiamo in televisione o leggiamo sui giornali, ma alcuni episodi farebbero pensare che una certa fascia di persona abbia deciso autonomamente che sia già tutto finito mentre secondo quanto dicono gli esperti, per quanto possano essere in contraddizione, questo evento è tutt’altro che superato e bisogna guardare al futuro con molta cautela.

Nella lettura del libro c’è stato un racconto che l’ha colpita particolarmente?

È quello di un medico che dopo un contatto covid-positivo scopre di essersi ammalato e trascorre parecchi giorni nella condizione di paziente. Essendo medico riporta con maggior precisione e profondità la malattia, e anche le ansie e le paure che ha attraversato, riuscendo a dare ulteriore peso alla situazione che tante persone hanno vissuto e che molte non sono riuscite a superare.

Certo, il maligno regista di ciascun racconto è un virus, ma protagonista è la parte migliore di ciò che vive nell’animo di ciascuno di noi, da cui queste testimonianze essenziali per uscire migliori da ciò che stiamo ancora passando. Testimonianze che, sia consentito dire, tra l’una e l’altra, cedono spazio al silenzio di chi invece non ha potuto lasciare traccia. — Andrea Vitali, dalla postfazione di Emozioni virali.

Raccontando la propria professione, un medico può riuscire a farsi capire di più dal malato? A far comprendere meglio il senso delle scelte o delle proposte cliniche, oppure il “peso” anche psicologico che la professione comporta?

La scrittura ha sempre avuto una funzione terapeutica. Non soltanto quella riconducibile a testi letterari, i racconti o i romanzi, ma anche la semplice lettera scritta a un familiare, alla fidanzata o alla moglie. Sono dell’idea, per esempio, che le lettere scritte dal carcere oppure dai fronti di guerra, più o meno vicini o più o meno lontani, abbiano avuto la potenza di far sentire in qualche maniera lo scrivente vicino al destinatario della lettera: la condivisione di emozioni, di paure e ansie, di tutto ciò che umanamente si può trasmettere. Senz’altro la scrittura discende dalla parola, e la parola parlata è il mezzo principale con cui il medico si relaziona con il paziente. A maggior ragione Emozioni virali ha una certa funzione d’aiuto nella riqualificazione anche dei medici di base, perché è a loro che spetta (o perlomeno spetterebbe se non fossero gravati dalla troppa burocrazia) quel ruolo di ufficiali di collegamento nella gestione della salute tra il territorio e un altro pianeta ben diverso che è l’ospedale. Quindi, soprattutto in condizioni di gravità e di pericolo, come è successo con la pandemia, il medico che riesce con la semplice parola a farsi intendere dal proprio paziente svolge una funzione terapeutica tale e quale a quella dei farmaci che somministra. Nella piccola esperienza che ho avuto durante l’emergenza covid-19 mi sono reso conto che dopo aver visitato il paziente febbrile, avergli detto “il polmone è a posto, la pressione pure, anche se hai la febbre sta tranquillo” eccetera, proprio questo raccontare le cose in maniera semplice e ritornare a vederlo, passando più tempo a chiacchierare che non a visitarlo, ha avuto la funzione di lenire quell’ansia esagerata che poi porta a crearsi paure ossessive ed esagerate. La scrittura e la parola, praticamente gemelli che viaggiano su binari paralleli, sono uno strumento della medicina come si sa già dai tempi del buon Ippocrate che praticava questo tipo di approccio ai suoi pazienti.

Durante la covid-19 è quindi tornato a fare il medico?

Un collega al quale sono legato da un’amicizia ventennale mi telefonò per dirmi che avrebbe dovuto mettersi in quarantena perché era venuto in contatto con un paziente positivo al virus. Era un lunedì mattina, quindi era difficile trovare un sostituto, ancor di più in un piccolo paese di provincia. Non ho avuto assolutamente alcun dubbio, mi sono infilato le scarpe e sono entrato nel suo ambulatorio. In paese, dove tutti mi conoscono e dove ho fatto il medico per venticinque anni, si è diffuso subito un passaparola su questa sorta di temporaneo ritorno del sottoscritto in ambulatorio. Mi è capitato di ricevere richieste di interventi domiciliari alle quali ho sempre risposto con piacere. Pur avendo smesso la professione come dipendente pubblico, di fatto non ci è mai stato un taglio netto del cordone ombelicale. Spesso e volentieri mi capita di intervenire in situazioni più o meno serie, come anche per sciocchezzuole che spesso sono la pratica quotidiana del medico di base.

Come ha vissuto il lockdown?

Bene, anche perché ho avuto l’opportunità di uscire in qualità di medico. Queste uscite giustificate sono state fonte di suggestioni particolari di natura squisitamente letteraria: un panorama così vuoto di esseri umani e pieno di natura, su cui gravava un silenzio “fisico”, non mi era mai capitato di vederlo negli anni in cui ho vissuto qui, e io ho sempre vissuto qui. Soprattutto guardando verso il lago avevo quasi l’impressione di essere di fronte non alla natura che conoscevo ma all’imitazione di quella stessa natura, come se ci fosse un enorme dipinto. Senza battelli, aliscafi, traghetti, barche a vela o a motore, il lago sembrava essere nuovamente padrone di sé stesso, tornato alle origini di quando era solo lago, mondo dei pesci e mondo a sé stante. Inoltre c’era quasi la sensazione che la luce avesse una trasparenza diversa forse per la mancanza degli scarichi tossici. Un qualcosa sembrava dirci che il mondo ha un altro viso sotto la maschera che noi gli mettiamo, nascondendolo quando invece sarebbe bello poterlo vedere sempre.

Una particolare suggestione quasi metafisica che potrebbe essere materia di ispirazione letteraria…

Questo periodo può suggerire sensazioni estreme per uno scrittore. Quello che un po’ temo dopo la pandemia vera è la pandemia narrativa con la pubblicazione di libri su libri che raccontano cose appena vissute e che non credo si abbia voglia di rivivere leggendole. Per raccontare degnamente una cosa siffatta è necessario farla decantare, aspettare del tempo per poter usare le suggestioni incanalandole in un racconto che non ripeta pedissequamente gli eventi vissuti.

Nella relazione medico-paziente la parola si accompagna all’ascolto. Come le sue storie ambientate nel suo paese natale sono nate anche dall’ascolto dei pazienti o delle persone?

Ho praticato la medicina di base in quel quarto di secolo in cui la diagnostica strumentale non era ancora così avanzata come lo è oggi. Quando ho cominciato a fare il medico a Bellano la risonanza magnetica era ancora nella mente di Dio e per fare un’ecografia bisognava andare a Milano, a ottanta chilometri di distanza. In una situazione siffatta del genere, che sembrerebbe ottocentesca ma di fatto non lo è, il dialogo con il paziente basato sull’ascolto assumeva un’importanza fondamentale andando a sostituire in parte il ricorso facile alla diagnostica per immagini, per arrivare a cercare di definire il disturbo o la malattia e proporre in seconda fase gli opportuni approfondimenti per arrivare a una diagnosi precisa. La “chiacchiera da ambulatorio”, anche quella iniziale magari scherzosa per cercare di mettere a proprio agio il paziente particolarmente agitato perché spaventato, spesso e volentieri andava oltre la ragione ben precisa per cui quel tal signore o quella tal signora erano arrivati in ambulatorio. La chiacchiera spesso ha un effetto domino: si parte da un punto e si arriva chissà dove e ascoltando ovviamente possono nascere idee, anche l’osservazione stessa dei vari soggetti che ti capitano sottocchio diventa un arricchimento di modi di fare e di porsi, di vizi e vezzi, di espressioni verbali o gergali di cui magari non avevi assoluta conoscenza. Nel mio caso l’ascolto, oltre al motivo professionale vero e proprio, mi è servito per costruire una sorta di archivio di particolari che mi sono sempre venuti molto utili nel raccontare le storie. Per esempio l’idea della storia “Mia zia Antonia sapeva di menta” venne da due situazioni ben precise: una simpaticissima signora un po’ in là negli anni, ospitata presso la casa di riposo che allora era nella gestione della medicina di base, che aveva l’abitudine di consumare chili e chili di mentine tant’è che entrando nella sua camera si faceva una sorta di aerosol, in un’area satura di profumo di menta, a fronte invece di un paziente che saturava la sala d’attesa con le esalazioni dell’aglio che consumava in quantità industriale perché non voleva assolutamente arrendersi all’idea di prendere la pastiglia per abbassare la pressione. Queste due suggestioni olfattive, nate in un ambiente che frequentavo per ragioni professionali, sono diventate il seme da cui è nata una storia che ha una trama diversa.

Oltre che dall’ironia con cui descrive i fatti e i personaggi i suoi romanzi sono accomunati dal riferimento storico…

Mi ha sempre appassionato la storia a tutto tondo che non riguarda solo le guerre e le rivoluzioni ma anche il costume, le canzoni, la letteratura e le arti, e in particolare la storia del Novecento italiano per l’enormità di cose che si sono succedute a velocità straordinaria una dopo l’altra. Ciò che mi ha sempre intrigato è stato cercare di capire il riflesso della grande storia metropolitana nella mia provincia, dove molte cose arrivano con un lento ritardo mediate dal tempo che hanno impiegato per raggiungerla e spesso e volentieri vengono reinterpretate. Spesso mi è capitato di dire ironicamente che il ‘68 a Bellano è arrivato nel ‘72: quando altrove era già sfiorito qui da noi se ne celebravano i fasti.

La tentazione è di essere enfatici quando si parla e si scrive della cura, delle emozioni che il medico e il malato provano. Ci sono delle “soluzioni” per ottenere comunque il risultato narrativo desiderato?

Agli inizi della mia carriera di raccontatore di storie, il mio primo editore Raffaele Crovi – un uomo di grande cultura – parlandomi come se stesse dettando un telegramma mi disse: “Lei Vitali usa troppi aggettivi, punto”. Ero giovane alle prime armi e quindi molto aperto (come lo sono anche ora) ad imparare gli insegnamenti dati. Quella frase mi si stampò in testa e da allora ho questa attenzione all’uso e abuso dell’aggettivo. L’aggettivo è bello perché amplifica ma leggendolo diventa estremamente noioso. Quando trovi tre, quattro aggettivi di fila ti rendi conto che sono troppi e che se ne poteva usare solo uno, quello giusto, perché il lettore non ha bisogno di sentirsi ripetere le stesse cose. Però non voglio menar vanto di essere particolarmente abile perché uno dei miei difetti, anche attuali, è invece l’uso esasperato degli avverbi, tant’è che il mio editor quando rivediamo le bozze finali del romanzo in uscita me ne cassa sempre almeno una buona metà nonostante io cerchi di limitarne l’uso.

Qual è stato il suo primo libro nel cassetto che non ha mai voluto pubblicare? 

Ne ho uno nel cassetto da oltre trent’anni per una ragione ben precisa: non perché non ho intenzione di pubblicarlo ma perché non riesco a finirlo. Sono quegli errori, e anche privilegi, di gioventù: si parte infiammati da una grande idea, convinti di avere tra le mani la storia giusta, e poi a un certo punto ci si trova invece davanti a un muro insuperabile. Cominciai questo romanzo oltre trent’anni fa partendo dalla notizia della grande attrice, Alida Valli, che alla fine del secondo conflitto mondiale soggiornò a Bellano in una villa i cui proprietari erano parenti del suo primo grande amore, un aviatore che morì tragicamente. Mi sembrava una storia magnifica. Partii quindi di gran carriera a scrivere il romanzo con Alida Valli come figura di sfondo e attorno a lei il consueto coro di personaggi minori che animano le mie storie. Avevo anche il titolo “Il cappello di Alida Valli”, con un finale degno dei film più romantici e strappa lacrime con il cappello che il vento strappa dalla testa di Alida Valli mentre lascia per l’ultima volta il paese, cappello che rotola sul lungo lago. Avevo la storia, il titolo e il finale ma quella che io definisco la farcitura intermedia era debole a tal punto da avere una sorta di crisi lipotimica e svenire. E quel romanzo è ancora lì che aspetta.

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