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I numeri sospetti

Lei ha scritto che “i dati statunitensi sui decessi per influenza sono un gran caos”: potrebbe spiegare questo concetto?

Ci sono molte ragioni che rendono i dati confusi. Prendiamo, per esempio, le statistiche sull’influenza elaborate dai Centers for Disease Control (CDCs), secondo le quali l’influenza in media uccide ogni anno 36 mila americani. Tale numero non è stato ottenuto da un conteggio vero e proprio, ma da una stima elaborata attraverso un modello statistico di discutibile validità. Quando le stime prodotte da questo modello vengono comparate con le registrazioni ufficiali delle morti per influenza, si scopre che secondo le statistiche dei CDCs nel corso degli anni ’90 le morti per influenza sono aumentate, rilevando addirittura un picco dell’80% rispetto agli anni ‘80; invece, dai dati reali sulle morti registrate e dovute all’influenza emerge un trend in discesa nello stesso periodo considerato.

Questo è l’unico problema connesso ai dati ufficialmente diffusi?

In realtà, dal confronto viene fuori anche un altro problema: la maggior parte delle persone non è a conoscenza che i CDCs fanno riferimento a due tipologie di informazioni sulle morti per influenza. Una è rappresentata dalle elaborazioni statistiche derivate dal loro modello (nota anche come “morti associate all’influenza”); l’altra è ottenuta dalle registrazioni dei decessi realmente avvenuti. Mentre i dati statistici – per esempio la cifra di 36.000 – vengono di frequente resi noti pubblicamente, il problema consiste nel fatto che al pubblico non vengono mai comunicati i dati reali sulle morti registrate. Se si prendesse in considerazione il numero di decessi per influenza registrati negli anni novanta, si riscontrerebbe che in media si verificano 1.197 morti all’anno – ovvero circa un trentesimo delle morti associate all’influenza, cioè 36.000, la cifra che è stata resa nota e diffusamente comunicata al pubblico.

Ha senso affidarsi al dato statistico?

Attenzione, io non voglio dire che la categoria di dati nota come “morti associate all’influenza” sia insignificante. I CDCs sostengono che i numeri sulle morti registrate per influenza siano una sottostima del reale tributo di vite umane dovuto all’influenza, pertanto ricorrono a questi metodi statistici per arrivare ad una stima più attendibile dell’impatto dell’influenza. Tuttavia, il problema è che sembra non ci sia alcun legame tra le loro stime e i numeri sulle morti effettive. Come ho già sottolineato prima, mentre le stime mostrano un netto incremento, i dati registrati sulle morti per influenza mostrano un decremento dei decessi nello stesso periodo di riferimento.

Esistono, dunque, dei dati certi su cui effettuare le elaborazioni?

Purtroppo, un ulteriore motivo di confusione nei dati è che le informazioni solide con cui lavorare sono davvero poche. Delle 257 morti totali ufficialmente attribuite all’influenza nel 2001, soltanto 18 sono i casi in cui è stata effettivamente confermata la presenza del virus influenzale. Molteplici previsioni statistiche e una gran quantità di risorse finanziarie vengono investite per valutare in modo assolutamente parziale il reale impatto dell’influenza.

Le cifre riportate dai CDCs sembrano essere inesatte: ma sono coerenti con i dati rilasciati dalle altre Agenzie nazionali?

Buona domanda, complessa risposta. In breve, dipende dalla categoria di informazioni che viene valutata. Prendiamo per esempio i risultati di Lone Simonsen e colleghi dei National Institutes of Health (NIH), ricercatori di primo piano sull’influenza che, come me, hanno in passato criticato il modello dei CDCs. I dati di Simonsen sono sovrapponibili a quelli dei CDCs per alcune categorie e non per altre.

Allora, una certa corrispondenza c’è.

Si, è vero. I risultati sono analoghi laddove per fare le statistiche viene preso in considerazione lo stesso discutibile presupposto di una relazione privilegiata tra l’influenza e la polmonite. Sono sovrapponibili in quanto stabiliscono a priori che l’influenza esercita un ruolo decisivo nell’innalzare il cosiddetto “eccesso di morte” (un’improvvisa impennata del tasso di mortalità atteso) durante la stagione invernale – un assunto messo in dubbio anche da un altro ricercatore, il quale sostiene che lo stress generato dal clima freddo può essere la causa implicita dell'”eccesso di morte”.

La confusione deriva dagli assunti su cui si fondano le stime?

Anche, ma aldilà delle discutibili ipotesi di lavoro, se soltanto dessimo uno sguardo ai risultati di questi modelli statistici, ne avremmo comunque un quadro confuso. Come i CDCs, anche il gruppo dei NIHs ha pubblicato le statistiche sulle “morti associate ad influenza” prendendo in considerazione tre categorie: 1) decessi associati ad influenza e ad influenza in soggetti con una polmonite preesistente; 2) decessi associati ad influenza e ad influenza in soggetti con preesistenti problemi respiratori o circolatori; 3) decessi per influenza associata ad ogni possibile causa di morte. Pertanto i modelli statistici dei CDCs e dei NIH non producono uno, ma tre diverse stime sulle morti correlate all’influenza. Di queste tre differenti rilevazioni statistiche, qualcuno dovrà poi decidere quali cifre presentare al pubblico, dato che la maggior parte delle persone non sa che il dato dei 36.000 morti rappresenta soltanto una delle tre elaborazioni del modello statistico dei CDCs.

Cosa emerge dal confronto di questi dati? Sono sovrapponibili?

Se si comparassero i risultati dei NIH con quelli dei CDCs e si prendesse in considerazione soltanto la seconda categoria (decessi associati ad influenza e ad influenza in soggetti con preesistenti problemi respiratori o circolatori), i numeri sarebbero sovrapponibili. Ma se si valutasse la prima categoria (decessi associati ad influenza e ad influenza su una polmonite preesistente), le stime statistiche dei CDCs si rivelano assolutamente incoerenti con i valori dei NIH: i CDCs dichiarano circa 6.000 decessi annui tra il 1976 e il 1999 e i NIH ne dichiarano oltre 14.000 tra il 1979 e il 2001 – un divario abnorme.

Laddove le stime coincidono il dato è attendibile?

Non proprio, bisogna essere particolarmente cauti. Non è sufficiente l’analogia dei risultati per stabilire la qualità delle previsioni statistiche. Vanno anche presi in considerazione i presupposti fondanti i modelli statistici, e vanno individuati i sistemi di validazione di tali modelli con ulteriori osservazioni empiriche.

Di recente è stato pubblicato in Italia un libro di Wolfgang Sofsky: “I politici – afferma – sono sempre in cerca di motivi per fomentare l’ansia tra i cittadini, così che possa essere più facile controllare la loro insoddisfazione”: i falsi allarmi, sostiene Sofsky, sono di fatto potenti armi nelle mani dei governanti. Lei cosa ne pensa?

Usare la paura per spingere la gente a far qualcosa è il trucco più antico del mondo e credo che sia la cornice di riferimento necessaria per spiegare la gran parte delle azioni di politica estera degli Stati Uniti dall’11 settembre 2001. Basta pensare alla cosiddetta minaccia dell’antrace.

Ci spieghi meglio…

L’antrace è un’infezione estremamente rara, anche se così non sembrerebbe a giudicare dal panico creato per sua causa. Ritengo che le statistiche potrebbero confermare che in un anno muoiono in media più Americani folgorati dai fulmini di quanti ne siano morti a causa dell’antrace negli ultimi cento anni, considerando anche gli attacchi di antrace del 2001. Ma attenzione: gli attacchi di antrace del 2001 sono stati fattori straordinariamente efficaci nella guerra del terrore. Hanno alimentato la paura e sono stati utilizzati per giustificare gli aumenti di budget nella strategia contro il terrorismo biologico. Taluni hanno affermato che gli attacchi di antrace sono stati fattori chiave nell’ indurre il Congresso ad approvare il discusso USA Patriot Act. Si potrebbe quasi dire che le montagne della politica possono essere fatte di collinette epidemiologiche.

I CDCs (e altre Agenzie Sanitarie Pubbliche nel mondo) stanno lavorando nell’interesse dei produttori di vaccini, gonfiando la richiesta dei loro prodotti. Lei crede che sia inevitabile il verificarsi di interessi convergenti?

Negli ultimi anni, gravi conflitti di interesse sono stati messi in luce relativamente ai National Institutes of Health (NIH), all’Institute of Medicine (IOM) e alla Food and Drugs Administration (FDA). Per ciò che attiene i CDCs, è vero che la strategia di marketing attuata per i vaccini antinfluenzali, verso il pubblico e allo stesso modo verso i medici, lavori nell’interesse dei produttori di vaccini. Se questi siano interessi legittimi o convergenti, non saprei.
Quel che so per certo è che prima del “National Influenza Vaccination Summit” del 2004 la richiesta di vaccini anti-influenzali si è mantenuta bassa sin dall’inizio della stagione influenzale del 2003. Glean Nowak del National Immunization Program (sezione dei CDCs) intervenuto ad una trasmissione radiofonica dell’emittente nazionale, ha ricordato: “Allora i produttori ci comunicarono che non stavano ricevendo molte ordinazioni di vaccini per l’utilizzo in novembre o in dicembre. Sembrava proprio che noi dovessimo darci da fare per incoraggiare le persone a beccarsi l’influenza”.

Dunque, quali sono le sue conclusioni?

Non penso che questa situazione sia un fenomeno inevitabile di interessi convergenti. Se veramente l’influenza costituisce una grave preoccupazione sociale e se gli attuali vaccini anti-influenzali sono veramente un rimedio sicuro ed efficace contro l’influenza, allora perché la commercializzazione non può avvenire secondo le regole del libero mercato? Perch dovrebbe essere necessaria la speciale commercializzazione attraverso l’intervento dell’autorità pubblica? In fin dei conti i farmaci più venduti come il paracetamolo, l’Aspirina e il Viagra pare che vengano distribuiti bene anche senza l’invadenza statale nel mercato.

Bibliografia

Am. J. Epidemiol. 2006; 163 (2): 181-187

20 dicembre 2006

Peter Doshi, graduate student della Harvard University è autore di due pubblicazioni apparse sul British Medical Journal dal titolo “Are US flu death figures more PR than science?” e “Influenza vaccination: policy versus evidence. Policy is in the lead“.

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