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Il concetto di morte, senza paura

Passaggi ripercorre la storia del concetto di morte nel mondo occidentale. Quali sono gli obiettivi di questa pubblicazione su un tema così delicato e complesso?

Il tema della definizione della morte è uno dei più antichi e affascinanti nella storia dell’uomo. Ha sempre sollevato polemiche fino a diventare motivo di aspro conflitto, perfino politico, negli anni ’60 per esempio, quando anche su impulso delle eccezionali innovazioni introdotte nel campo della chirurgia dei trapianti, il tema uscì dai ristretti circoli accademici per approdare sulla stampa indirizzata al grande pubblico. Non a caso risale proprio a quel periodo la definizione di morte cerebrale che è tuttora condivisa dalla comunità scientifica internazionale.
Quello che ci ha spinto a proporre una trattazione ampia, aggiornata e multidisciplinare di un tale argomento è stato proprio il confronto fra esperti di diverse nazionalità e specialità – dalla storia della medicina alla bioetica, dalla chirurgia dei trapianti alla rianimazione, dalla filosofia al diritto; un confronto che ha messo in luce quanto ancora oggi, in Europa come negli Stati Uniti, il concetto di morte cerebrale animi il dibattito degli addetti ai lavori ma fatichi ad essere condiviso con il resto della società. Eppure è un tema che concerne tutti noi e che va illustrato e discusso senza timori, né pregiudizi.
A questa esigenza si è aggiunta anche la consapevolezza dei continui progressi ottenuti dalla scienza medica e adottati dalla pratica clinica. Assieme a Giovanni Boniolo e a Howard Doyle, che con me hanno curato il volume, ho strutturato il libro alternando trattazione storico-filosofica a capitoli più tecnici e a riflessioni di natura bioetica. Nel libro, infatti, viene ripercorsa la genesi del concetto di morte, le fasi che hanno portato alla definizione attualmente adottata nella maggior parte delle rianimazioni occidentali, ma anche i dubbi e diversi possibili approcci alternativi per rendere pratica e teoria finalmente più coerenti.
Passaggi non pretende di giungere a conclusioni definitive, tutt’altro. Mira a rilanciare un dibattito con serietà e trasparenza, fornendo un solido background storico-filosofico a chiunque si accosti all’argomento, anche senza possedere una cultura medico-scientifica approfondita. Le teorie e le proposte avanzate nella seconda parte del volume costituiscono lo stato dell’arte del dibattito internazionale sul concetto di morte cerebrale e nascono dai dubbi e dalla passione di chi ogni giorno si confronta con esso, nelle aule di prestigiose università o al fianco di un ammalato ricoverato in terapia intensiva.
Mi auguro sinceramente che anche grazie a questo volume venga rilanciato il dibattito sulla opportunità di ridiscutere la definizione di morte cerebrale o di modificare le pratiche di accertamento finora adottate. Spero che ciò avvenga con coraggio, onestà intellettuale e soprattutto con serenità.

Qual è l’ostacolo maggiore per portare il dibattito sul concetto di morte cerebrale e il trapianto d’organi al di fuori delle ristrette cerchie accademiche, mantenendo la corretta distanza da pericolosi ideologismi e da condizionamenti dogmatici, religiosi e politici?

L’ostacolo principale è la paura. Si teme che riaprire il dibattito si traduca immediatamente ed esclusivamente con la perdita di fiducia del grande pubblico nei confronti della comunità scientifica. Se la comunità scientifica solleva dei dubbi su una pratica che appare ormai consolidata, è naturale spaventarsi. Dovremmo però ricordarci che senza la sana pratica del dubbio, la scienza non potrebbe progredire.
C’è poi un legame strettissimo ma quasi scabroso, molto spesso glissato o vissuto come un tabù, fra il trapianto d’organo e l’accertamento della morte. Eppure l’uno è inevitabilmente legato all’altro, almeno fino a quando la ricerca non riuscirà a produrre organi artificiali e la donazione da cadavere diventerà una pratica obsoleta.
Si tratta senza dubbio di argomenti delicatissimi, che devono essere comunicati con cautela e semplicità, ma senza pregiudizi. Concetti complessi possono essere condivisi con la società allargata, occorre soltanto spiegarli con serenità e trasparenza.
Come chirurgo dei trapianti avverto pienamente la responsabilità nei confronti di chi trascorre anni in lista d’attesa. Per questi pazienti, la speranza di vita è indissolubilmente legata alla morte di un’altra persona. È una realtà drammatica, una delle più difficili da affrontare in medicina. Sono da sempre impegnato nella promozione delle campagne di informazione a favore della donazione degli organi e non scorgo nessuna contraddizione fra questa mia veste e quella di studioso e ricercatore che è interessato ad animare un dibattito aperto sull’argomento.
Ci tengo a sottolineare, inoltre, che la società e la comunità medico-scientifica hanno il dovere di tutelare e rispettare in eguale misura la dignità della vita sia di chi sta morendo in una rianimazione, sia di chi può sopravvivere grazie a un trapianto d’organo. Nessuno può assegnare maggior peso ad una esistenza che può essere prolungata piuttosto che ad una che si sta spegnendo. Ognuno di noi, ricordiamolo, potrà trovarsi in una o nell’altra condizione. Anche per questo è giusto coinvolgere la società, seppur con cautela, in questo tipo di dibattito.

Perché sarebbe giusto ripensare i criteri di accertamento della morte e individuare dei criteri neurologici omogenei?

Nel volume non mi pronuncio esattamente in tal senso. Sottolineo però che se si confronta la definizione di morte cerebrale internazionalmente adottata e le pratiche di accertamento utilizzate ogni giorno nei reparti di rianimazione italiani o inglesi o statunitensi, emergono delle discrepanze. Ciò non significa che i medici non svolgano scrupolosamente, in scienza e coscienza, il proprio delicato lavoro. Significa invece molto spesso che anche sulla base di innovazioni tecnologiche, quella definizione forse non è più la migliore possibile. Oppure che per continuare ad utilizzarla è necessario dotarsi di diversa tecnologia o aggiornare i protocolli.
È fondamentalmente una questione di onestà intellettuale.

In un articolo su Ricerca & Pratica di qualche anno fa, il cardinale Martini sottolineava come l’eutanasia non debba essere confusa col rifiuto dell’accanimento terapeutico: c’è l’esigenza di elaborare norme che consentono di respingere le cure?

C’è una profonda differenza fra i due concetti, come ho avuto il privilegio di discutere a lungo con il cardinal Martini ed anche di scrivere insieme in un libro pubblicato da poco (Credere e conoscere, Einaudi 2012). Tecnicamente, l’eutanasia consiste nell’intervenire attivamente per provocare la morte. Lo si può fare per esempio iniettando in vena un veleno che arresta il battito cardiaco, come avviene in certe cliniche estere che prevedono questa pratica, da noi proibita per legge. Personalmente, come medico e come uomo, non potrei mai praticare l’eutanasia. Chiunque abbia esperienza di rianimazione, del resto, sa bene che per mantenere in condizioni vitali un essere devastato da una malattia gravemente invalidante, la tecnologia che viene utilizzata è fuori dell’ordinario. Mantenere un paziente libero da infezioni, da embolie polmonari, da decubiti, da alterazioni metaboliche che ne possano determinare la morte, necessita di uno sforzo quotidiano straordinario. La sospensione di tutti questi atti porta inevitabilmente alla fine di quell’esistenza mantenuta artificialmente in vita ma è una cosa ben diversa dal procurare la morte attraverso l’eutanasia. Il rifiuto dell’accanimento terapeutico significa spesso l’accettazione di una fine naturale, non prolungata da terapie e tecnologia che è diritto di ognuno di noi desiderare o respingere.

12 settembre 2012

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