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La bioetica e l’aggiornamento

Per chi lavora nel campo della bioetica quali possibilità di formazione esistono?

In generale le attività di formazione in campo bioetico vanno inserite nel capitolo più ampio della formazione relativa alla comunicazione e al rapporto con il paziente. Questo tipo di attività rappresenta una parte minima, veramente irrisoria, dell’offerta formativa – almeno se calcoliamo l’offerta formativa attraverso i crediti ECM. Se poi l’offerta per la formazione relativa agli aspetti comunicativi è molto ridotta, quella specificamente dedicata all’etica lo è ancora di più. Si tratta di una frazione di una già piccola parte di formazione; non ci sono, infatti, programmi appositi se non in alcune aziende particolarmente sensibili. Avviene, invece, abbastanza spesso che nell’ambito degli interventi congressuali o formativi in senso più ampio vengano ospitate comunicazioni relative alla bioetica.

I congressi specialistici diventano gli appuntamenti per la formazione del bioetico?

Si può dire che si comincia a diffondere anche in Italia quanto si vede da diverso tempo nei congressi internazionali: non c’è un congresso di cardiologia, pneumologia o qualsiasi altra disciplina specialistica dove non ci sia una sezione, una lettura o un forum di discussione su problemi bioetici. Cominciano ad essere presenti anche in Italia, nei congressi o durante attività formative più strettamente tecniche, piccoli spazi dove si dibattono questi problemi.

Nel complesso sono tra le poche occasioni di scambio di informazioni?

Essendo chiamato a fare delle letture magistrali o introduttive che riguardano questi temi nei grandi congressi, mi è capitato più di una volta di constatare che a conferenze o letture di natura tecnica, istituzionale e organizzativa, c’è una massa dei partecipanti che poi via via sciama allegramente fino a rimanere in pochi intimi a parlare di bioetica. È un’esperienza abbastanza frustrante ma particolarmente istruttiva: dice che ancora il mondo medico è molto orientato – o forse sarebbe meglio dire sbilanciato – su temi di formazione tecnico-professionale e molto meno sui temi umanistici o di valenza etica.
Mi è capitato, poi, in attività formative dedicate ad esempio all’ospedale senza dolore o alle terapie antalgiche, di riscontrare grandi presenze in ambito infermieristico e molte meno in ambito medico.

Può essere l’indice di una diversa sensibilità nei confronti dei temi della bioetica?

Se si accetta che i dati provengono da un osservatorio aneddotico, perché non ci sono statistiche o ricerche disponibili, è possibile dire che c’è una sensibilità maggiore per tematiche di natura relazionale ed etica nell’ambito della assistenza infermieristica che in quello medico. Per completezza di informazione c’è anche da dire che anche in Italia rispetto al passato si iniziano a proporre iniziative in campo bioetico. Tuttavia non c’è ancora la sensibilità che si può registrare in altri paesi. Il movimento bioetico, cominciato molto prima in ambito anglosassone, in Italia ha avuto un’attenzione successiva e, soprattutto, una polarizzazione su temi di frontiera come la procreazione medica assistita, l’eutanasia, l’accanimento terapeutico…

Sembra mancare una attenzione al rapporto quotidiano con i pazienti?

Direi una componente attenta alla comunicazione, all’informazione e al coinvolgimento del paziente nelle decisioni. È una dimensione fondamentale della bioetica perché implica uno spostamento di potere, una condivisione della responsabilità e, quindi, una riscrittura delle regole del gioco nel rapporto tra personale medico e pazienti. Purtroppo nel coinvolgere il malato la sostanza della bioetica resta ancora molto marginale, mentre c’è una forte attenzione per la dimensione medico-legale.

Lo stesso consenso informato diventa, infatti, uno strumento per la tutela giuridica del medico più che un mezzo per rendere il paziente partecipe delle scelte…

Il consenso informato, che dovrebbe presupporre un’attenzione alle problematiche proprie della bioetica, è stato utilizzato in una chiave che travisa fondamentalmente il senso di questo strumento: invece di coinvolgere il paziente nelle decisioni che lo riguardano, diventa una pratica per tutelare il medico dal punto di vista giuridico. Si tratta però di un fraintendimento di quello che dovrebbe essere lo spirito del consenso informato. Restando in tema di bioetica, un altro spazio molto frequentato è quello della privacy.

Soprattutto in virtù delle nuove regole introdotte in proposito…

Ci sono regole molto precise che regolamentano l’universo privacy, di fronte alle quali il personale sanitario desidera essere informato. Nascono, quindi, iniziative di formazione in ambito bioetico che riguardano la privacy. Si tratta comunque di tematiche che restano al margine rispetto al core business della bioetica.

Come imposterebbe un progetto di formazione?

Il metodo più efficace resta quello del confronto con i casi clinici. Medici e professionisti della sanità preferiscono partire dalla prassi piuttosto che da considerazioni di natura teorica, filosofico-storica, o in ogni caso di natura accademica. Anche l’interrogativo etico è sempre visto in relazione alla prassi e quindi la preferenza dovrebbe essere verso una formazione bioetica che dia un forte accento alla dimensione di ragionamento e analisi dei casi clinici che pongono quesiti di natura etica.

Può farci qualche esempio?

Esistono riviste che privilegiano la dimensione clinica della prassi. Ad esempio Occhio clinico è una rivista che da una parte privilegia la analisi delle evenienze cliniche, per educare il medico alla diagnosi differenziale e a riconoscere le patologie, dall’altra nell’analisi dei casi è molto sensibile alle problematiche etiche che sorgono. In tutti i contesti in cui si fa medicina narrativa non si può esulare dagli interrogativi etici che sorgono.

Come considera l’approccio narrativo della clinica?

Non si tratta dell’aneddotica, ma di un’analisi del singolo caso partendo dal concreto per arrivare ad utilizzare categorie di indagine sui comportamenti che trovino consenso mediante un ragionamento condiviso di natura filosofica. Si tratta prevalentemente della procedura della bioetica clinica. Ad esempio Janus, la rivista che dirigo da un paio di anni, ha una sezione titolata “Praticamente… le Medical Humanities ” in cui si presenta un caso clinico analizzato da vari punti di vista – etico, organizzativo, clinico, psicologico, sociale. Si tratta di casi concreti molto apprezzati dai lettori che vi riconoscono una bioetica che, prendendo in prestito la terminologia proposta da Giovanni Berlinguer, non è la bioetica di frontiera ma la bioetica del quotidiano.

Qual è la sua rivista preferita di medicina interna e/o specialistica?

Oltre a Janus e Occhio clinico, un’altra rivista che mi piace citare è il bimestrale Quaderni ACP. Viaggia sulla nostra stessa lunghezza d’onda.

Cosa ne pensa dell’importanza di una formazione globale del medico, anche attraverso la frequentazione di libri di narrativa e del cinema?

Manda a nozze il direttore dell’Istituto Giano per le Medical Humanities e della rivista Janus che ha come sottotitolo proprio Medicina: cultura, culture. Il nostro percorso è quello di inserire la bioetica dentro un concerto di altri saperi e altre pratiche che sono proprie delle scienze umane e dell’arte. I corsi stessi di Medical Humanities vedono comparire accanto agli interventi classici di sociologi, psicologi, strumenti didattici insoliti. Ad esempio, tra il materiale didattico di un corso sull’errore medico si può trovare la serie televisiva ER (medici in prima linea), così come un esperto di iconografia per l’uso delle immagini nella storia dell’arte. In altri seminari, in passato, abbiamo avuto uno spazio dedicato alla musica. Le aperture di scenari che evocano e che attingono alle Medical Humanities e all’arte, oltre che alle scienze umane, vanno reintrodotte in medicina e non solo lasciate ad un’attività amatoriale privata. La pittura, le arti, la musica, la letteratura sono state esiliate dal sapere ufficiale a tal punto che è quasi necessario giustificarne l’eventuale introduzione in un convegno o in un evento formativo, mentre bisogna dar loro tutto il diritto di cittadinanza perché sono l’altra parte della mente.

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