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No grazie, la pubblicità mi rende nervoso

Perché c’è bisogno di un codice etico per i pediatri dell’ACP?

L’ACP ha deciso per l’autoregolamentazione al fine di prevenire conflitti di interesse e l’influenza (anche inconsapevole) che i mezzi di promozione delle ditte produttrici di vaccini, farmaci, latte e alimenti per l’infanzia possono avere sul comportamento dei pediatri. La finalità del Codice etico – inteso come impegno dei soci, senza sanzioni e senza controlli – è duplice: garantire ai bambini e alle famiglie una pratica medica sempre ispirata all’indipendenza e alla trasparenza, e orientare il comportamento dei propri soci nei rapporti con le industrie in linea con i Codici etici e le Convenzioni internazionali dei diritti dei bambini.

Basta davvero la trasparenza? Se sì, a che livello di trasparenza si deve arrivare?

Nell’ambito particolare di un’Associazione culturale si hanno due diversi livelli di intervento: uno associativo e l’altro personale, che riguarda i singoli medici che sono più vulnerabili e più influenzabili perché non sempre dispongono degli strumenti adatti per mettersi al riparo dai conflitti di interessi. Come raccomandato dai codici internazionali, l’ACP ha deciso di eliminare legami di sponsorizzazione delle proprie attività con l’industria dei farmaci, dei dispositivi medici e dei prodotti dell’infanzia per l’organizzazione di congressi, dei corsi di formazione e per qualsiasi tipo di intervento in ambito socio-sanitario.

Massima indipendenza quindi a livello di Associazione. E come garantirla a livello del singolo professionista?

Formando i pediatri sui conflitti di interessi e su come riconoscerli per sapere con cosa si stanno confrontando e, quindi, proteggersi da condizionamenti. Il Codice dell’ACP vuole promuovere una cultura etica nella pratica professionale: il singolo socio deve essere formato per leggere criticamente i lavori pubblicati sulle riviste medico-scientifiche, in modo da riconoscere quanto la letteratura possa essere vincolata al mercato.

In termini di conflitti di interessi un corso sull’uso del powerpoint finanziato dalla farmaceutica in medicina ha lo stesso peso di un corso sulla terapia vaccinale in età pediatrica?

Il condizionamento non è legato al nome del singolo farmaco promosso dalla farmaceutica, ma all’attenzione che si pone nei confronti di chi ti ha fornito degli strumenti o ti ha fatto un regalo, anche non legato alla professione: se io accetto un qualsiasi tipo di gratificazione da una ditta, questo mi condizionerà nella mia pratica professionale. Lo dimostrano diversi studi in letteratura; ne abbiamo avuto conferma con lo scandalo della Glaxo SmithKline, dove si è venuto a sapere che l’azienda investiva un considerevole budget per regalare ai medici motorini, frigoriferi o qualsiasi altro gadget. È quindi plausibile che, se l’industria regala dei corsi di formazione non strettamente medici, un tornaconto deve pur averlo… Questo è il punto cruciale del problema del rapporto industria/singolo medico, perché numerose survey (noi ne abbiamo condotta una tra i nostri soci) mostrano che, nonostante tutte le evidenze mostrino il contrario, il medico è convinto che accettare i regali non lo condizionerà nel suo atteggiamento prescrittivo.

È pensabile garantire la formazione continua agli operatori sanitari con soli finanziamenti pubblici?

L’ACP si è sempre fatta carico di organizzare la formazione e di tenerla svincolata dalla sponsorizzazione dell’industria. Ha cercato di intercettare i bisogni di formazione nell’ambito dei gruppi locali e di offrire ai propri soci un aggiornamento privo di condizionamenti.

Ma lei non pensa che possa esserci un terreno di condivisione e relazione con l’industria che porti a un beneficio comune?

Questo terreno può esistere se al momento della relazione il conflitto, se c’è, venga dichiarato e non esiti in un condizionamento dell’oggetto della relazione.

L’ultima scelta dell’ACP è stata quella di togliere le inserzioni pubblicitarie dalla rivista dell’Associazione per proteggere i lettori da informazioni ingannevoli. Ma se le farmaceutiche garantissero inserzioni pubblicitarie evidence-based e garanzie di eticità dei comportamenti promozionali?

Devo dire che la nostra rivista Quaderni ACP, già quando accettava le inserzioni pubblicitarie, ha sempre esercitato un controllo sui messaggi contenuti e scelto le pubblicità che non configgevano con contenuti scientifici. Riteniamo che non avere le pubblicità sia un ulteriore passo di trasparenza e indipendenza che ci impegna anche con i lettori.

Le inserzioni pubblicitarie dei farmaci devono essere autorizzate dall’AIFA. Togliere la pubblicità non potrebbe essere visto come un segnale di sfiducia nei confronti di un organo di controllo istituzionale qual è l’AIFA?

Non è una dichiarazione di sfiducia nei confronti dell’AIFA. Il problema non è se quel farmaco funziona o meno, ma il fatto di segnalare solo un nome commerciale di tante molecole di uguale efficacia prodotte da altre aziende. È fondamentale scindere l’atto prescrittivo dal contesto del mercato: con la pubblicità si consiglia di prescrivere non il principio attivo e quindi il farmaco, ma un prodotto griffato.

Vietare la pubblicità sulle riviste non incentiva le pratiche di marketing poco trasparenti della farmaceutica che possono influire in maniera più pesante sull’operare del medico e sulle “aspettative”, nonch richieste dei genitori?

Il problema è sempre relativo all’atto prescrittivo, che deve essere indipendente dalla pubblicità: quello che esce dalla penna del medico non deve essere condizionato in alcun modo. Riguardo al secondo punto, cioè quello delle aspettative dei pazienti, entra in gioco la relazione medico-paziente.

Cioè?

È compito dei medici educare i pazienti a un minor consumo di farmaci e alla prescrizione guidata di farmaci efficaci: basterebbe questo per tutelare il paziente dall’auto-prescrizione o dall’auto-scelta della terapia influenzata dai messaggi poco trasparenti rilasciati dalle industrie del farmaco.

Come hanno risposto i pediatri associati a questa scelta?

Attraverso la distribuzione di un questionario è stato confermato che i medici vedono molto più il conflitto di interesse a livello di associazione o di gruppo, mentre si ritengono personalmente non condizionabili dalle influenze dell’industria. Il dato conferma studi in letteratura condotti su campioni molto più ampi riguardo la percezione individuale del conflitto di interessi.

L’ACP come si sta muovendo per “convincere” i propri soci che in realtà sono influenzabili dall’industria ?

Pubblicando sulla sua rivista articoli sul tema, aggiornandoli sulle pubblicazioni in letteratura internazionale in tema di conflitti di interessi e, sopratutto, promuovendo una lettura critica da parte del medico.

Il pediatra di base si trova spesso in mezzo a interessi del bambino e della famiglia divergenti da quelli delle istituzioni (Ministero, Regione, Azienda locale). Come si pone l’ACP davanti a questo conflitto di interessi?

Anche in questo caso l’unico strumento è quello di assicurare un comportamento che abbia alla base una scelta evidence-based, cioè suffragata da evidenze scientifiche disponibili con le quali confrontarsi di volta in volta. Quindi se è una battaglia che vale la pena portare avanti con la famiglia, bene; altrimenti, si spiega alla famiglia che la loro richiesta non è in linea con le evidenze scientifiche. Per fare un esempio pratico… se dei genitori mi avessero chiesto di curare il loro figlio con la terapia Di Bella avrei speso molto tempo per cercare loro di spiegare la mia contrarietà a questa scelta e per farli aderire ad un protocollo con evidenze di efficacia più forti.

Si parla sempre di conflitti di interessi di natura economica e non dei conflitti legati alla posizione etica o religiosa del singolo professionista. Lei che ne pensa?

Penso che le proprie convinzioni etico-religiose non dovrebbero influenzare le produzioni scientifiche, soprattutto, se non supportate da dati scientifici. Tuttavia, abbiamo visto che i condizionamenti religiosi sono pressanti sulla collettività e persino condizionanti. Anche in questo ambito sarebbe quindi fondamentale la massima trasparenza.

Ad esempio se io medico sono cattolico praticante e pubblico uno studio sull’HPV, dovrei dichiarare il mio condizionamento?

Le dichiarazioni esplicite da parte del medico sulle proprie posizioni etico-religiose dovrebbero mettere al riparo il lettore da eventuali conflitti di interessi di natura non economica soprattutto in quei settori della ricerca abbastanza inesplorati, dove le evidenze raccolte sono ancora poche, e quindi ancora oggetto di dibattito. In questi casi è opportuno avere prudenza nel far proprie nuove teorie; ma quando tante voci si sono espresse in merito, è difficile supportare conclusioni molto difformi, senza dare delle spiegazioni o delle motivazioni. Faccio un esempio: se leggo che qualcuno sostiene, diversamente dai numerosi dati già pubblicati in letteratura, che il fumo non è correlato con una maggiore incidenza di tumore al polmone, dovrei sospettare che dietro le quinte ci sia lo zampino dell’industria del tabacco. In una situazione del genere è fondamentale saper analizzare criticamente l’articolo che si legge

E nel caso di relazioni causa-effetto di cui si conosce ancora poco o nulla…

Ci vuole sempre un minimo di prudenza e la speranza che sia sempre garantita una dichiarazione di conflitti di interessi.

7 marzo 2007

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