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Non più topi da biblioteca

Il bravo bibliotecario oggi deve essere un po‘ “smanettone?

Probabilmente, sì. Un limite grosso che riscontro spesso è quello della formazione dei bibliotecari e, sebbene io non abbia mai frequentato un corso di laurea in biblioteconomia, mi sento di muovere una piccola critica al modo in cui sono organizzati i corsi. Si studia diplomatica e letteratura latina, ma non si ha familiarità con i programmi di grafica e web design, che invece rappresentano strumenti necessari come il pane nelle biblioteche di oggi, perché di continuo capita di dover realizzare la grafica per un’applicazione o effettuare modifiche all’HTML di una pagina web e sono pochissimi coloro che riescono a farsi carico di questi compiti. E tra coloro che ci riescono, non sempre vi sono i più giovani, che spesso non hanno competenze tecnologiche o che comunque non sempre sono interessati a formarsi in questo senso.

C’è il rischio di creare una biblioteca molto evoluta, che offre servizi attraverso una serie di strumenti tecnologici, ma che si scontra con un analfabetismo informativo di base degli utenti?

Sicuramente. È vero che gli utenti più giovani sono a loro volta smanettoni, è vero che sono multitasking, ma è anche vero che sono scarsamente alfabetizzati sotto il profilo della ricerca, della valutazione e dell’utilizzo di informazioni di qualità. Dunque, il nostro obiettivo, come bibliotecari, dovrebbe essere quello di sfruttare queste nuove tecnologie per alfabetizzare sempre più e sempre meglio, sforzandoci di parlare la stessa lingua dei nostri utenti. Perché è chiaro che proporre un’alfabetizzazione attraverso tecnologie (e concezioni) vecchie non porta alcun beneficio.

Dunque, la biblioteca potrebbe occuparsi anche della formazione degli utenti?

Le biblioteche devono fare formazione: sia le biblioteche universitarie, sia quelle pubbliche. È un compito che spetta a tutte le biblioteche: in questo panorama di information overload, che è tanto ricco da una parte quanto potenzialmente confuso e confusivo dall’altra, è fondamentale che ci siano soggetti istituzionali, quindi terzi, al di sopra delle parti, che aiutino gli utenti a valutare la qualità delle informazioni e capire come utilizzarle al meglio.

Lei ha condotto un sondaggio, mediante questionario online, per conoscere lo stato di adozione delle applicazioni 2.0 nelle biblioteche italiane. Come valuta i risultati e come hanno risposto i partecipanti?

Mi sembra che la risposta a quello che è un questionario assolutamente informale e a-scientifico (benché molto serio nelle intenzioni), sia stata positiva: in totale, coloro i quali hanno completato tutte le domande sono stati 148. Mi piace sottolineare che, ogni qualvolta vengono messe in atto forme di ascolto, i bibliotecari italiani rispondono sempre e in maniera molto partecipata: segno che c’è il desiderio e, starei per dire, il bisogno di parlare, confrontarsi, dibattere. E questo vale in particolare quando c’è la possibilità di discutere intorno alle nuove tecnologie della Rete.
Dalle risposte all’ultima domanda, quella che sollecitava considerazioni sul Web 2.0, emerge una articolata e approfondita (e, per certi, versi ammirevole) consapevolezza dei bibliotecari italiani in relazione alla realtà in cui si trovano a operare. Da un lato, innovazioni tecnologiche di cui si percepisce tutta l’importanza e l’urgenza; dall’altro, la storica carenza di fondi, di personale e di considerazione sociale; poi ancora, l’arretratezza di certe frange di professionisti ancora troppo legati al feticcio-libro e non disposti ad affrancarsene. Il mondo delle biblioteche è variegato e composito ma complessivamente mi sentirei di dire che sta reagendo, pur tra mille incertezze e con tutte le difficoltà del caso, alle sollecitazioni che vengono dal Web e dalle nuove tecnologie in generale, rimboccandosi le maniche ancora una volta, e cercando al contempo di custodire e aggiornare il patrimonio di conoscenze che è da sempre il cuore di questa meravigliosa professione.

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