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Ospedale: parola ai cittadini

Crede che l’inchiesta dell’Espresso sul Policlinico Umberto I di Roma sortirà qualche effetto nel Paese?

Sì, un certo effetto l’ha già prodotto: l’inchiesta dei NAS, l’impegno del Ministero della Salute. Sicuramente è servita. Ciò che è accaduto non rappresenta di certo il paradigma della sanità italiana, ma non è neanche un caso isolato. Ha fatto emergere una questione rilevante della quale, comunque, il Tribunale per i diritti del Malato (TdM) si occupa da otto anni: sono situazioni che abbiamo già segnalato e denunciato in passato, anche se il tema lo rilanceremo.

Voi, come TdM, quali azioni avete portato avanti riguardo la sicurezza negli ospedali?

Nel 1998 è partita la campagna “Ospedale sicuro”, sulla scia degli episodi di infezioni ospedaliere verificatisi al Policlinico Umberto I e a seguito dell’increscioso incidente avvenuto all’Ospedale Galeazzi di Milano, con l’esplosione della camera iperbarica. Lo scopo di questa iniziativa è stato quello di fare rilievi, monitorare le condizioni degli ospedali e rilevare tutti quei segni di abbandono e fatiscenza che nel caso del Policlinico Umberto I hanno suscitato tanto clamore. La campagna è stata portata avanti per sei edizioni consecutive, fino al 2004, anno dell’ultimo rapporto, ma l’impegno continua e a breve ripartiremo con più forza di prima. In questi giorni, dal sito di Cittadinanzattiva è partita anche una nuova campagna, “Spazientiamoci!“, che invita i cittadini a mandare via cellulare foto o video sulle carenze igieniche degli ospedali.

Quale quadro è venuto fuori con la campagna “Ospedale sicuro”?

Si può parlare di un trend complessivo di miglioramento della sicurezza strutturale e mi riferisco agli impianti, alle vie di fuga eccetera. Per quanto riguarda invece la sicurezza intesa come comportamenti del personale, conoscenza della mappa dei rischi, consapevolezza di tutto quanto si cerca di trasferire con i corsi di formazione, in termini di reale conoscenza dei rischi, le criticità sono ancora molte.

Allora per quanto riguarda la sicurezza strutturale possiamo stare tranquilli?

La sicurezza strutturale è migliorata. Però mancando un sistema di controllo dei rischi, inteso come organizzazione e gestione delle responsabilità, programmazione di chi fa cosa, in un colpo solo si può fare un passo indietro e annullare il complessivo livello di sicurezza raggiunto.

Il personale e la formazione rappresentano, quindi, l’anello debole della catena…

Il problema sta nelle responsabilità e nei controlli. È vero che la formazione può fare molto per quanto riguarda la consapevolezza dei rischi, ma d’altra parte devono essere garantiti i controlli ed il sistema dei sanzionamenti. Responsabile della sicurezza è sia il direttore sia i vari dirigenti ospedalieri che all’interno delle loro strutture hanno una propria fetta di responsabilità. Esiste una vera e propria catena di responsabilità, spesso parcellizzate e questo rende tutto più difficile: sarebbe meglio se ci fosse un unico sistema per la gestione della sicurezza, con controlli più serrati.

Il parametro “gestione della sicurezza”, sia strutturale sia igienico sanitaria, viene valutato nelle procedure per l’accreditamento dei Centri di cura?

La sicurezza è una voce che manca o che non è presente come dovrebbe nell’accreditamento e su questo problema volevamo mettere in atto alcune iniziative.

La presenza di un rappresentante della cittadinanza in questo sistema garantirebbe una maggiore trasparenza dei processi?

In qualche modo il coinvolgimento dei cittadini nella gestione della sanità per noi è già una realtà. Lo è almeno per il TdM: la nostra mission è proprio quella di valutare insieme ai dirigenti degli ospedali la qualità dei servizi. Grazie al programma dell'”Audit civico”, un monitoraggio costante che Cittadinanzattiva realizza da alcuni anni con un terzo delle aziende sanitarie italiane e che, senza molto clamore, produce spesso la rimozione di situazioni di rischio, ma in collaborazione con le Aziende sanitarie. È un modo per migliorare la sanità pubblica e per favorire la partecipazione dei cittadini in questo processo. Il TdM è presente anche nei comitati etici degli ospedali. Uno dei nostri obiettivi è sicuramente quello di incentivare la presenza di rappresentanti della cittadinanza all’interno dei processi decisionali; sappiamo infatti che quanto più i cittadini stanno dentro i processi decisionali, come per esempio avviene, già in qualche caso, nelle politiche degli appalti, tanto più si riesce a garantire il buon andamento dell’amministrazione pubblica.

Il singolo cittadino come può tutelarsi dal degrado ospedaliero?

Il cittadino ha innanzitutto il dovere di tenere gli occhi aperti e di segnalare quanto non risponda al servizio atteso. Ciò che è stato comunicato dal giornalista dell’Espresso può essere denunciato anche da un normale cittadino. La segnalazione può essere fatta direttamente al direttore generale o alle organizzazioni di cittadini o, naturalmente, alle forze dell’ordine.

Con l’iniziativa “Spazientiamoci!” invitate i cittadini a inviarvi segnalazioni e voi vi impegnate a segnalare il problema al dirigente competente alla sua risoluzione. Ma dopo cosa succede?

Difficilmente arriviamo alle vie legali, in quanto la nostra azione di denuncia procede per livelli, investendo prima i livelli più vicini al cittadino, per esempio i dirigenti della struttura, e successivamente i livelli più alti, come la Regione. La situazione di rischio viene rimossa prima di dover adire le vie legali e questo è il vantaggio di essere non una rivista che fa il suo scoop, ma un’organizzazione di cittadini che è presente all’interno dell’ospedale e si preoccupa di segnalare i disservizi e di curare la struttura: noi denunciamo e ci preoccupiamo nel prosieguo che il motivo della nostra denuncia non sussista più.

Il 'caso ospedali'

  • Fabrizio Gatti. Policlinico degli orrori. L’Espresso 2007, n. 1.
  • Il Policlinico? Ricostruiamolo altrove, lì meglio un museo. Intervista di Roberto Monteforte a Ignazio Marino. L’Unità, 6 gennaio 2007.
  • Margherita De Bac. “Qui non è a posto nemmeno un sasso“. Con intervista a Ubaldo Montaguti. Il Corriere della sera (Cronaca di Roma),6 gennaio 2007.
  • Carlo Piccozza. “Se qui c’è rischio infezioni chiudo subito il Policlinico“. Con intervista a Ubaldo Montaguti. La Repubblica, 6 gennaio 2006.
  • Elena Dusi. “Ecco le priorità del mio piano terapie sicure. Ridurre le vittime“. Intervista al ministro Livia Turco. La Repubblica, 6 gennaio 2006.
  • Paolo Boccacci. “Umberto I, chi ha sbagliato paghi“. Intervista a Piero Marrazzo. La Repubblica, 7 gennaio 2006.
  • Elena Dusi. “Camici sporchi e mani trascurate così il pericolo s’annida in corsia“. Intervista a Paolo Cornaglia Ferraris. La Repubblica (Cronaca di Roma), 7 gennaio 2007.
  • Eleonora Martini. “Ma qui siamo ai livelli Usa“. Intervista a Vincenzo Vullo. Il Manifesto, 7 gennaio 2007.
  • Umberto Veronesi. “Meno strutture, medici a tempo pieno così si può superare l’emergenza“. La Repubblica, 8 gennaio 2006.
  • Giampaolo Pansa. In corsia si muore e i partiti rompono. L’Espresso 2007, n. 2.

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