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Quale formazione? Esperienza sul campo e lavoro di squadra

Come si aggiornano i dirigenti sanitari? Come invece sarebbe augurabile si aggiornassero?

Innanzitutto, direi che non possiamo identificare l’aggiornamento con l’ECM, traduzione italiana della Continuing Medical Education che non è solamente aggiornamento. L’educazione continua non è, infatti, semplicemente un modo di migliorare le conoscenze in quanto dovrebbe incidere sia sulle capacità tecniche sia sui comportamenti. Si tratta dunque di un programma ambizioso, ma estremamente attuale perché oggi ai professionisti della sanità non si chiede semplicemente di sapere che cosa stanno facendo, ma anche con quale capacità tecnica stanno agendo e attraverso quali comportamenti: vuoi con il lavoro di gruppo sempre più presente in tutti i settori, ospedalieri e non, vuoi soprattutto nei confronti delle persone assistite e dei loro familiari.

Qual è la sua rivista preferita di medicina interna?

Se facciamo riferimento al panorama italiano senza dubbio Recenti Progressi in Medicina, rivista che conosco dal termine della seconda guerra mondiale. Per quanto riguarda il panorama straniero seguo il New England Journal of Medicine e il British Medical Journal; poi gli Annals of Internal Medicine, il Lancet e il JAMA.

E qual è il periodico di medicina specialistica che lei privilegia?

Non leggo riviste di medicina specialistica a meno che con questa espressione non ci si riferisca alle tre fondamenta della ricerca scientifica in campo medico oggi: la ricerca di base che sperimenta per trovare nuovi metodi e mezzi per approfondire le nostre conoscenze; la ricerca clinica applicata che trasferisce sull’uomo i risultati positivi avuti dalla ricerca sperimentale; infine il terzo pilastro, più recente e meno conosciuto, vale a dire la ricerca sui servizi sanitari, la Health Service Research, da noi definita come ricerca sulla gestione ed organizzazione dei servizi sanitari.
Anche in questo caso vale quanto detto per la differenza tra aggiornamento ed ECM prima sottolineata: se si ha una scoperta sperimentale che poi si tramuta attraverso i trial clinici in studi sull’uomo si ottengono certi risultati. Ma chi garantisce che di questi ne fruirà tutta la popolazione, che ne potrebbe avere bisogno se i servizi sanitari non sono organizzati e gestiti in modo appropriato? Allora per chiarire meglio questa domanda leggo una serie di altre riviste.

Ad esempio?

Citerei Medical Care o Health Affairs, tra le altre che mi interessano, perché io stesso, che sono un pioniere in Italia della ricerca sull’organizzazione dei servizi sanitari, oltre a leggerle corrispondo con loro per vedere quali soluzioni adottate nei rispettivi contesti possono essere intercambiabili.

A quale congresso lei cerca di “non mancare”?

Sinceramente devo confessare che non ho nessuna affezione per i congressi. Senza alcuna pretesa mi aggiorno molto più serenamente e con la mente attenta seduto nella mia casa, leggendo le riviste. Però ci sono una serie di congressi ai quali sono invitato come speaker dalle diverse branche specialistiche; congressi che non ho quasi mai mancato. Poi, dal momento che per dieci anni ho fatto parte della Commissione nazionale per la lotta contro l’Aids, ho partecipato ai congressi nazionali ed internazionali sull’argomento: un obbligo per poter guidare al meglio sotto l’aspetto tecnico la politica italiana nella lotta contro l’Aids.

Come giudica quell’esperienza?

È stata una commissione che ha lavorato bene nel creare le condizioni grazie alle quali la ricerca italiana sull’Aids qualificata è riconosciuta anche in campo internazionale. Tuttavia, come dicevo, l’ECM non può fare a meno di avere una componente di aggiornamento classico e tradizionale, cioè la classica lettura dell’esperto e la partecipazione ai congressi; senza dimenticare poi di sottolineare l’importanza degli stage formativi in Italia e all’estero. Anche se questo, a mio giudizio, quando va bene arriva a coprire il 25% della formazione necessaria, il restante 75% si deve acquisire sul proprio luogo di lavoro.

Lei, professore, non è il solo a sostenerlo…

Con la cosiddetta learning organization, infatti, ci si confronta sui problemi quotidiani e si valuta come si stanno affrontando rispetto a come si potrebbero affrontare: quali sono le procedure, gli atti, le condotte, i processi che vanno rivisti nell’ottica di un continuo miglioramento della qualità, che dobbiamo garantire alla persone? Come si può insegnare a lavorare insieme includendo nella formazione il cosiddetto team building? Per insegnare il lavoro di gruppo, cosa che in Italia è molto difficile perché ciascuno di noi tende a limitarsi ad essere un bravissimo solista, è necessario individuare in che cosa, pur non mancando di conoscenza, manchiamo di comunicazione tra di noi, tra noi e i medici sul territorio, creando delle fratture che oggi non sono più tollerabili.

Un po’ provocatoriamente rispetto alla sua idea di formazione sul campo, qual è il suo giudizio sui nuovi strumenti di educazione continua a distanza?

Funziona come parte delle letture e delle varie forme di expert opinion quando con i mezzi di oggi si vogliano, possano e debbano superare le distanze, creando uno spazio di vicinanza virtuale. Questo spazio è utile ma tuttavia rappresenta una parte minima della vera formazione. Che è sì interattiva, ma di un’interattività vis-a-vis. L’e-learning ha una sua importanza, anche se a mio parere la vera applicazione reale ed interessante dell’informatica, nella medicina oggi, è la cartella clinica elettronica: uno strumento reale a cui tutti tendono, non facile a realizzarsi ma un grande strumento di comunicazione che impedisce la frammentazione dell’informazione.

Dunque: va bene la formazione a distanza (FAD), ma con misura…

Dire che l’ECM possa contare solo sulla FAD è lontano dal mio pensiero e credo distante dall’interesse di tutti. In questo modo seguiteremmo semplicemente ad aggiornarci ma questo non basta: molte delle cose che si imparano dalla letteratura e dagli esperti non sono sempre applicabili nella realtà in cui si lavora; è necessario, quindi, adattarsi e trovare soluzioni locali per praticare al meglio possibile ciò che il pattern di riferimento indica come soluzione opportuna.
Un esempio riguarda l’evidenza che progressi migliori nel trattamento della patologia cerebrale vascolare si ottengono attraverso la stroke unit. Ma se non sempre si possono realizzare le stroke unit, si può creare una cultura o un piccolo gruppo di persone che in quell’ospedale sia in grado di prestare un primo soccorso.

Cosa ne pensa dell’importanza di una formazione globale del medico trasmessa anche dalla frequentazione di libri di narrativa e del cinema?

Lo trovo utile e lo vedo favorevolmente, anche perché io appartengo ad una generazione in cui erano disponibili solo libri. Oggi il mondo è molto legato alla comunicazione attraverso l’immagine e quindi è giusto veicolare informazioni attraverso un mezzo al quale le persone sono abituate. È giusto avere accesso alle informazioni attraverso tutti i format disponibili. Tuttavia, sono complementi che, a mio parere, appartengono alla formazione individuale di una persona che sa di avere delle carenze e adopera tutti gli strumenti che gli facilitano l’apprendimento sfruttando attitudini personali diverse.

26 gennaio 2005

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