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Ritratto di Bruno Callieri

 
 
Ritratto di Bruno Callieri, docente di Psichiatria e di Clinica Neuropsichiatrica, Università "La Sapienza" di Roma.
Dalla Neuropatologia alla Psichiatria fenomenologica: una strada in salita?

La Psichiatria oggi nell’impatto con culture diverse

Superare l’ospedale psichiatrico: la malattia mentale passa dallo stato nelle mani dell’industria farmaceutica?

Il futuro della Psichiatria fenomelogica: lasciarsi istruire anche dall’esperienza etnopsichiatrica

 
Dalla Neuropatologia alla Psichiatria fenomenologica: una strada in salita?
Il rapporto con il Pensiero Scientifico nasce nel 1951: come si caratterizza?

Il lavoro al quale sono più affezionato, la collaborazione più preziosa, è "Il contributo dell’anatomia patologica al problema dell’epilessia" con Lucio Bini, pubblicato nel 1955 su Recenti Progressi in Medicina. La mia prima collaborazione con Francesco De Fiore è, invece, del 1951; un lavoro insieme a Giorgio Spaccarelli su "Le blastomatosi delle leptomeningi", i tumori diffusi della meninge, arricchito di fotografie che allora ci sembravano bellissime ma oggi appaiono indegne alla luce delle recenti tecniche fotografiche. L’ospitalità e l’amicizia con De Fiore nacque allora e, come si può facilmente capire, il mio pensiero era radicalmente legato alla neuropatologia e l’istopatologia.

Un percorso personale in controtendenza rispetto agli sviluppi della Psichiatria contemporanea?

Essere fenomenologo, in clinica, negli anni ’50 non era un fiore all’occhiello, tanto che Mario Gozzano, che mi stimava molto, mi chiamò da parte per chiedermi se davvero volevo lasciare l’istopatologia per dedicarmi agli studi fenomenologici. Il punto centrale è stato per me il confronto con l’agire psichiatrico in ospedale. Finch sono stato in clinica neuro, fino agli inizi degli anni ’70, vivevo in una specie di paradiso: arrivavano i malati ma tutto era organizzato e inserito in un contesto universitario. Quando poi sono andato a dirigere l’ospedale psichiatrico, mi sono trovato in mezzo a tutti questi sofferenti: un trauma che è diventato il nodo centrale del mio viaggio.

Com’è proseguito il viaggio?

Poi, ma dopo almeno cinque o sei anni, è diventato importante il confronto con la realtà psicosociale della malattia mentale: ho compreso che la malattia mentale non era solo un fatto del cervello, ma era qualche cosa che ingranava nell’ambito psicosociale. Dunque il confronto con la realtà psicosociale del malato mentale ha preso il sopravvento rispetto allo studio delle supposte interrelazioni tra circuiti elettrici o neurotrasmettitori.
A ciò si aggiunge quanto scrivevo in un mio appunto di molti anni fa. Lì definivo il sapere psichiatrico della stessa stoffa dell’alienazione del malato: per aprirsi al malato è necessario fare una sorta di disapprendimento attivo, per dimenticare quello che si è imparato, perché tutto quello che si sa ci mette al di là del rapporto immediato con lui.

L’uomo nella struttura interrelazionale dell’ambiente…

Il confronto diretto con l’uomo è stato la spinta per molti dei miei lavori: un percorso mai faticoso ma spontaneo perché legato al mio modo di esistere. Man mano che mi tuffavo in questa realtà sentivo il bisogno di esporla, non tanto in modo sistematico, ma come forma di narrazione che avesse un senso e un significato. I vari livelli – organico, biologico, clinico, sociale – che definiscono il malato per me sono sempre stati presenti, portandomi a volte ad essere in contraddizione con me stesso. Ma la cosa essenziale per un neuropsichiatra, ciò che vorrei continuare ad essere, è proprio tollerare il non senso. Molte cose sono insensate e intendere quel che di psicotico c’è in noi è il problema centrale del nostro lavoro.

 
La Psichiatria oggi nell’impatto con culture diverse
Come si caratterizza l’incontro odierno della Psicopatologia con le culture e le filosofie?

Se fino a trenta anni fa ero decisamente ancorato all’idea del rapporto con una filosofia di tipo ermeneutico (Edmund Husserl e Hans Georg Gadamer) o con una filosofia di tipo pragmatista-materialista propria della riflessione analitica (pragmatismo nordamericano), oggi mi sembra che questa necessità epistemologica di aderire o all’una o all’altra venga superata dall’emergere del confronto con le culture diverse. L’impatto con culture diverse, sia a connotazione fondamentalista (islamici e cristiani) sia a connotazione mitologica di tipo sociale (indù e buddisti), apre le vie direttrici sulle quali dobbiamo adattare il nostro modo di pensare per capire il paziente dei futuri anni. Se il giovane psichiatra oggi si riducesse solo ad uno studio accurato dei meccanismi neuronali o a uno studio accurato della psicogenesi, cioè delle varie psicoanalisi, perderebbe del tempo essenziale per poi trovarsi di fronte ad un paziente al quale non possono essere applicate le vecchie categorie, perché le tematiche di quel paziente saranno completamente diverse. Certo non sarà un facile compito per lo psichiatra adattare le proprie conoscenze alla cultura che incontra: è necessario essere pronti ad assumere nuovi orientamenti di senso e di significato.

Come vive, invece, la deriva di stampo biologista della Psichiatria a svantaggio dell’approccio centrato sulla fenomenologia del disagio psichico?

Sul piano dell’approfondimento neurobiologico, quindi "scientifico", del funzionamento del cervello è meraviglioso; basta pensare agli ultimi lavori di Giacomo Rizzolatti e Vittorio Gallese sui neuroni specchio che aprono un orizzonte di fascinosità per lo studio scientifico del cervello, la cosiddetta mente neuronale. Da un punto di vista filosofico permettono, inoltre, di intravedere una soluzione al problema dell’empatia, non del tutto risolto da Husserl. Tuttavia non è possibile ridurre la presenza dell’uomo, dunque la persona e la sua storia, ad una mente neuronale; è necessario tenere conto della mente relazionale. Il discorso è possibile perché "qui e ora" ci sono un io e un tu, un noi, che si parlano, indipendentemente dal perfetto funzionamento dei reciproci neuroni specchio. È possibile, infatti, avere un rapporto relazionalmente denso anche con qualcuno che sta "indementendo", e i cui neuroni specchio non funzionano perfettamente.
Però, tale è il denso fascino delle prospettive di indagine obiettivante, indagine scientifica, nel giovane neuropsichiatra che il rischio di ridurre tutto agli aspetti neurobiologici è incombente. Oltretutto, attraverso le equazioni neurochimiche è molto più facile sperare di risolvere i problemi dell’uomo con l’uomo.

Questa riduzione contribuisce ad avvalorare un sempre più massiccio approccio farmacologico alle cure?

Sì, ma ancor prima di questo c’è il rischio di semplificazione eccessiva. La simpatia, l’euforia, l’empatia, tutte le situazioni che riguardano le emozioni non possono essere ridotte ad equazioni chimiche, c’è un rapporto io-tu, un dialogo. Il rischio del giovane medico neurologo e psichiatra è quello di ridurre tutta la Psichiatria alla Neurologia ed impedire così questo dialogo tra io e tu. Il discorso diventerebbe superfluo in favore di una spiegazione attraverso la mente neuronale. Faccio fatica a capire il rapporto di simpatia e antipatia che si crea tra due intelligenze artificiali, mentre mi sarebbe più chiaro un rapporto fra queste due menti neuronali fatto di comprensione e di errori di comportamento valutati e segnalati. Per fortuna i più giovani comprendono che per parlare con lo schizoide un approccio di questo tipo è del tutto inutile: è necessario entrare nel suo universo di significato.

 
Superare l’ospedale psichiatrico: la malattia mentale passa dallo Stato nelle mani dell’industria farmaceutica?
Grandi maestri e grandi compagni di viaggio degli anni di formazione: come si caratterizzò il rapporto con Franco Basaglia e i rispettivi maestri?

Da una parte Giovanni Battista Belloni a Padova e Mario Gozzano a Roma, amici-nemici, dall’altra noi, io e Basaglia, grandi amici con due universi diversi che ci chiamavano: il mio più legato all’incontro con il singolo e il suo più legato alla dimensione sociale. Per lui la novità che irrompeva allora, allontanandosi dall’inquadramento belloniano, era la dimensione del sociale; per me la novità era l’incontro con il singolo. Credo che nell’etimologia stessa della parola clinica ci sia questo incontro con il singolo, klín è il letto, il letto del malato al quale il medico si reca: un momento in cui la società c’entra e non c’entra. Per me ogni incontro è la novità che irrompe. Tuttavia mettendomi per un momento nei panni di Basaglia vedo che è la dimensione sociale che da all’uomo una configurazione di presenza. Da questo punto di vista egli ha pienamente ragione.

A differenza di Basaglia di fatto lei ha vissuto la deistituzionalizzazione della Psichiatria e il superamento dell’ospedale psichiatrico dall’interno dell’ospedale, da scienziato e da medico più che da politico. Che clima si respirava quegli anni? Cosa è cambiato nel nostro Paese?

Questo è un tema molto delicato perché da come si sono evolute le cose non si può parlare del nostro Paese, è più corretto parlare dei nostri Paesi. Infatti, diverso è stato l’approccio di alcune regioni del Nord Italia da quello dell’Umbria e della Toscana, da quello del profondo Sud, caratterizzato da altre situazioni ambientali e socio-culturali. Mi trovo spaesato di fronte a situazioni così profondamente diverse.

Quali aspettative c’erano tra gli operatori sanitari e quali sono state disattese?

Le attese a quel tempo erano molto più alte di quelle di oggi. In realtà, la demanicomizzazione è stata pseudo tale. C’è stata una spaccatura radicale del vecchio grosso manicomio, pensiamo a Volterra, per fare un esempio, per assistere però ad una frammentazione di impatti con una totale diversificazione di modalità di trattamento. Per cui predomina in Umbria, ad esempio, un trattamento sociopsicologico, in certe zone della Lombardia un trattamento radicalmente neurobiologico, "farmacologizzato" (molto diffuso ovunque). L’Italia ha dato un grosso esempio all’Europa per poi perdersi per strada. Parte della colpa è anche nelle mani dell’industria farmaceutica.

Si può dire che la malattia mentale da prevalente pertinenza dello Stato è diventata pertinenza delle multinazionali farmaceutiche?

Molti sono i convegni mirabilmente efficaci dal punto di vista dell’ospitalità; un esempio è una mia esperienza a un convegno di psichiatria sociale. Tuttavia se dietro un convegno di psichiatria sociale vi è una, seppure onesta e mirabile, casa farmaceutica che produce antidepressivi, diventa necessario parlare anche (e non poco) della molecola e del farmaco in questione… Questo è un esempio di un pericoloso gioco, per ora ineliminabile e, in alcuni casi, anche utile, tra le case farmaceutiche e le organizzazioni assistenziali.

 
Il futuro della Psichiatria fenomelogica: lasciarsi istruire anche dall’esperienza etnopsichiatrica

Quale futuro possiamo prospettarci per la Psichiatria fenomelogica?

Prendiamo due esempi Basaglia e Enrico Morselli. Il primo fa un discorso implacabilmente critico per quello che concerne la situazione sociale che determina la persona, ed è con lui che si costituisce una vera e propria sociogenesi della malattia mentale. Il secondo Morselli, maestro di Eugenio Borgna, si impone con la sua silenziosa originalità fatta di sfumature, di un dialogo tutto interiore o al massimo tra un io e un tu. La fenomenologia oggi – e qui si inserisce il pensiero che media di Aldo Masullo – deve tener conto della necessità di esperire se stessi come intersoggettività: non è più il tempo dell’io, ma il tempo del noi. Si nasce come noi, l’io viene dopo. All’origine c’è una fusionalità totale, il neonato non nasce come io, ma come una bocca che ha un capezzolo: il seno materno e la bocca del neonato costituiscono la dialogicità originaria. Il passaggio radicale che caratterizza la fenomenologia oggi è sentirsi parte di, sentirsi intersoggettivi, declinarsi in intersoggettività.

In che modo?

L’incontro con lo psicotico significa in parte psicoticizzarsi con lui. Se lo si guardasse solo da un punto di vista psicologico e neurobiologico, infatti, questo sarebbe destinato a sentirsi un alieno. È necessario riprendere Benedetto Croce quando dice che l’uomo è storia e Giovanni Gentile che sostiene che l’uomo è uomo in quanto si fa ogni giorno uomo, ed è quando le nostre storie si incontrano che ci capiamo.
L’essere uomo poi è inestricabile da un’essenza culturale. Dunque la Psicopatologia, da sempre in dialogo con l’alterità, deve lasciarsi oggi istruire anche dall’esperienza etnopsichiatrica, deve lasciarsi desituare al cospetto dell’uomo creatore e portatore di una cultura altra. Deve operare tenendo conto del contesto, l’interfaccia tra lo psichico e i determinanti culturali. Il contesto culturale dei sintomi deve diventare di routine per la quotidiana professionalità.

 

30 gennaio 2008

 
Oltre l’equivoco millenario: il corpo nella psicosomatica, intervista pubblicata su Va’ Pensiero n. 95

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