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Ritratto di Giorgio Bert

Lavoro e formazione professionale
Può dire di avere avuto un Maestro?

Un vero maestro forse no. Tra alti e bassi (avevamo visioni del mondo assolutamente antitetiche) ho avuto molto rispetto per il professor Beretta Anguissola, con cui ho lavorato per anni, e il rispetto era reciproco. A distanza di tanto tempo e per confronto con la situazione attuale, il rispetto, devo dire, è aumentato. Giulio Maccacaro avrebbe potuto esserlo, ma eravamo troppo vicini di età: un amico, una persona di cui fidarsi più che un maestro.

Ha passato periodi di studi all’estero dopo la laurea? Se sì dove e per quanto tempo?

A Londra tra il ’69 e il ’70 (la swinging London pre Tatcher!): all’epoca mi occupavo di immunologia cellulare.

Il suo più grande successo professionale?

Parlando di successo percepito, non evidence-based, ho due ricordi corrispondenti a due epoche della vita: le prime pubblicazioni sui linfociti accettate da riviste straniere importanti e l’organizzazione di un convegno nazionale sul tema; e la pubblicazione del mio primo libro, “Il medico immaginario e il malato per forza”, in cui raccontavo molto criticamente come si fabbrica un medico. A distanza di oltre trent’anni incontro ancora in giro per l’Italia colleghi che ricordano positivamente quel libro.

E la più grande delusione?

Mi ha deluso la deriva anti-culturale dell’università, che infatti ho lasciato in anticipo.

Qual è la parte della suo lavoro più gratificante? E quella più noiosa?

Da fossile pensionato svolgo solo più attività gratificanti, nel senso che le altre posso permettermi di scartarle: attualmente mi occupo di formazione alla comunicazione e al counselling dei medici e di altri operatori sanitari. L’Istituto Change, che ho creato con altri collaboratori, organizza corsi di formazione e produce una rivista e numerose pubblicazioni sul tema. Lavoro più che all’università, ma è un lavoro che mi piace.

Quanto impiega ad andare al lavoro?

Circa mezz’ora.

Cosa ha appeso alle pareti del suo ufficio?

Fotografie in bianco e nero: la mia ex moglie è una bravissima fotografa.

Ricordi, passioni e…
Qual è stato il suo primo “esame”?

Esattamente come per il professor Tansella, l’esame di istologia col professor Rodolfo Amprino (luglio 1953, un caldo feroce, e avevo pure la febbre): Amprino era un docente rigoroso, talvolta duro e sarcastico, a suo modo fascinoso, aggiornatissimo, di implacabile severa onestà. A quanto mi risulta è ancora tra noi, e a distanza di mezzo secolo ricordo con affetto lui e i miei 19 anni.

Qual è il suo più grande rammarico?

Non avere di nuovo 30 anni per studiare le neuroscienze e, più in generale, per potere incominciare nuove attività. Sono ancora così curioso…

Ha delle paure nascoste?

Perdere la vista; la sclerosi laterale amiotrofica; l’Alzheimer; l’ictus; la perdita dell’autocritica; comportarmi senza accorgermene da vecchio trombone presenzialista… Mi viene un dubbio: rispondere a queste domande è già un cedimento?

Una lettera che non ha mai spedito?

C’è stato un periodo, ero molto giovane, che come lo Herzog di Bellow ne scrivevo a scrittori, registi, scienziati che mi affascinavano, vivi o morti che fossero. Non le ho mai spedite, se si eccettua una a Konrad Lorenz, che mi è valsa un soggiorno a Seewiesen e delle lunghe conversazioni a mollo nelle paludi o in sala da pranzo, in quest’ultimo contesto ambedue un po’ sbronzi devo dire, strologando (io) su Goethe e l’uhrpflanz

Il compleanno più bello?

I primi 4 o 5 di mia figlia, ne è passato di tempo…

C’è qualcosa a cui non rinuncerebbe? E qualcosa a cui vorrebbe rinunciare?

Si può rinunciare a quasi tutto, ma certo mi mancherebbero molto la pasta, il vino buono, il cinema, la lettura. Rinuncio, nel senso che ne faccio proprio a meno, ai programmi televisivi dei quali ignoro tutto, cosa che spesso mi rende incomprensibili allusioni e battute. Il televisore mi serve solo a guardare film.

Una cosa che la appassiona?

Il cinema, l’Atlantico del nord, il giardino a maggio e giugno.

In cucina preferisce stare al tavolo o ai fornelli?

Sia al tavolo che ai fornelli (sono tra i fondatori di Slow Food e me ne glorio).

Si mangia per sopravvivere o per godere?

Dipende da dove e in quale contesto sei nato. È comunque difficile che l’elemento “piacere” venga completamente eliminato.

Curiosità
Qual è la prima pagina che guarda sul giornale?

La prima; qualche volta la cronaca locale.

La televisione serve a guardare…

Film.

Chi le telefona più spesso?

La mia compagna, anche perché lavoriamo insieme.

Il momento migliore della giornata: l’alba o il tramonto?

L’alba!

E il miglior giorno della settimana?

È ben noto che per i vecchi sono tutti uguali…

La prima cosa che farebbe se fosse Ministro della Salute?

Eliminerei subito l’attuale sistema educazione continua in medicina (ECM) costoso, farraginoso, poco efficiente, spesso stravagante, del tutto ignaro della qualità dell’offerta formativa. L’ECM è fondamentale, ma va ripensata e riprogettata da capo a fondo.

Il politico che inviterebbe a cena?

Non me ne viene in mente nessuno, o meglio quelli a cui penso sono amici e li inviterei in quanto tali e non in quanto politici.

Lettura e scrittura
Come trova il tempo di scrivere e dove?

Noi pensionati il tempo lo troviamo sempre. Scrivo in un piccolo studio che guarda un altrettanto piccolo giardino, in un paese a quindici chilometri dalla città. Il difficile è avere qualcosa da scrivere e la voglia di farlo; spesso penso cose che mi paiono bellissime, ma una volta che le ho pensate sono contento così: peccato, l’umanità dovrà farne a meno.

Il computer è un alleato o un nemico?

Un alleato, anche se non fedelissimo.

Ha mai scritto una poesia? O ha mai sognato di scrivere una poesia?

Non di recente.

E un diario?

Tra il 1945 e il 1948, e poi ancora nel 1958 per pochi mesi.

Quale libro ha sul comodino?

A letto leggo solo romanzi gialli o noir.

Qual è l’ultimo che ha regalato?

Non regalo quasi mai libri: come per gli indumenti o i profumi è troppo facile sbagliare.

Tempo libero
Quale musica ascolta e dove?

Classica: in CD, ai concerti, all’opera (meno di una volta, però).

L’ultima volta che è andato al cinema? E a teatro?

Il mese scorso. I film preferisco vederli a casa: detesto dover seguire orari precisi.

Treno, auto o aereo?

Auto. Viaggio sempre col mio (o piuttosto la mia) labrador, anche per lavoro: la porto ai corsi nei luoghi più diversi, ospedali inclusi. Non prendo mai aerei.

La vacanza più bella? La città europea più bella?

La Bretagna, L’Ile de R, la Francia in genere. La Rochelle, Colmar.

Lo sport preferito?

Più nessuno da parecchio tempo.

1 giugno 2005

Fondatore dell’Istituto CHANGE di Counselling Sistemico, Giorgio Bert è coautore di “Parole di medici, parole di pazienti. Counselling e narrativa in medicina“, nonch autore di “Il medico e il counselling” (fuori catalogo). Si è poi espresso sulla comunicazione del rischio rilasciando un’intervista per Va’ Pensiero dal titolo “Il rischio è (solo) mio e lo gestisco (solo) io?“.

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