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Cardiologo pubblico

Lavoro e formazione professionale
Nonostante tutto, il Sistema sanitario nazionale italiano resta uno dei più ancorati all’idea forte di salute come diritto fondamentale dei cittadini: le motivazioni che inducono oggi un medico specialista a lavorare in Ospedale sono più di carattere ideale o legate piuttosto ai migliori esiti delle performance cliniche?

A titolo strettamente personale, entrambe le ragioni hanno un ruolo decisivo nel dare motivazione a un lavoro impegnativo e, scandalosamente, sottopagato. Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte e invalidità nel nostro Paese, rivestendo la caratteristica di malattia sociale, alla stregua dei tumori e delle malattie professionali. Come lei suggerisce, credo sia un diritto del cittadino – peraltro pagato caro in Finanziaria – che lo Stato fornisca cure di qualità su patologie largamente diffuse e gravi. L’aspetto della qualità del lavoro è pure importante: il lavoro del cardiologo è sempre più interdisciplinare, sia all’interno della stretta diagnostica e interventistica cardiovascolare, sia nella gestione delle co-patologie come il diabete e l’insufficienza renale. Al di fuori dell’Ospedale peraltro, molti cardiologi hanno un ruolo importante nel garantire la continuità dell’assistenza in termini di prevenzione primaria e secondaria.

“Specialists by definition perform expensive procedures”, ha constatato Eugene Braunwald in un’intervista: lei, che lavora in uno dei Centri d’eccellenza più affermati d’Europa, è d’accordo con il suo Collega americano nel ritenere che la Medicina specialistica sia un… fattore di rischio per il governo della spesa sanitaria?

È una questione di ottimizzazione delle risorse: il problema è porre in modo corretto l’indicazione a procedure di provata efficacia. Personalmente, tendo ad essere estremamente “soft” nei pazienti cronici e a basso rischio, limitando al minimo le indagini diagnostiche quando non sono determinanti per la decisione clinica. In questi casi, è più importante un’azione culturale sullo stile di vita. Al contrario, nei pazienti acuti e ad alto rischio ritengo colpevole l’esitazione diagnostica e terapeutica, in accordo con le linee-guida di Pratica Clinica, ovviamente con Eugene Braunwald e con l’atteggiamento della maggior parte dei Centri adeguatamente attrezzati.

La ricerca cardiovascolare è tra quelle che, almeno apparentemente, fanno registrare i maggiori progressi: quanti benefici nel traggono i pazienti?

Enormi: secondo i dati forniti dal National Center for Health Statistics americano, tra il 1970 e il 2000 l’aspettativa di vita è cresciuta di sei anni, a un’incredibile media di 2,4 mesi per anno, due terzi di questo aumento sono attribuibili a una riduzione della mortalità cardiovascolare. I progressi sono sostanziali anche in termini di qualità della vita: molte terapie dello scompenso cardiaco, dell’angina e delle aritmie permettono ormai al paziente cardiovascolare di condurre per lungo tempo una vita pressoch normale.

All’ultimo congresso dell’American Heart Association, il presidente Raymond Gibbons ha raccomandato una più intensa collaborazione tra medicina cardiologica e medicina generale: a suo parere, come concretamente potrebbero interagire al meglio queste due realtà?

Innanzitutto, migliorando la comunicazione tra specialista e medico di medicina generale. I progressi tecnologici e l’acquisizione di conoscenze evolvono a un ritmo tale che il non-specialista è spesso disorientato. Dovrebbe essere il medico di medicina generale ad avere realmente “in mano” la gestione sanitaria dei suoi assistiti. Dovrebbe essere lui a chiedere la consulenza specialistica, non il paziente. Capita molto raramente che il medico di medicina generale consulti uno specialista circa un problema specifico di un proprio assistito. La lettera di dimissione dopo un ricovero ospedaliero potrebbe essere un momento molto importante di comunicazione, spesso trattato sommariamente dallo specialista. Il risultato è la scarsa continuità delle cure e una minore compliance con le prescrizioni terapeutiche. Un esempio importante è la differente aggressività tra cardiologo e medico di famiglia nel ridurre i livelli di colesterolo.

Per due volte, curando il “Manuale di Terapia Cardiovascolare” e coordinando il lavoro di ottanta colleghi, lei ha scelto di scalare una montagna a mani nude, come ha osservato in una lettera al professor Prati: cosa l’ha spinta ad un impegno del genere?

Tutti i motivi di cui abbiamo parlato finora. Credo molto nella cultura medica, e scalare le montagne è la mia attività preferita. Al “De Gasperis”, e più in generale a Niguarda, ho buoni compagni di cordata. Ribadire, o meglio affermare, il ruolo culturale dell’Ospedale nella formazione permanente del medico è una mia precisa posizione. Le mani sono nude perché il tempo viene letteralmente rubato ad attività più salutari e la soddisfazione è solo intima.

Lei ha anche lavorato come ricercatore in aziende farmaceutiche: cosa ne pensa della crisi di credibilità che sta colpendo l’industria farmaceutica negli ultimi anni?

Argomento molto complesso. Nell’industria che fa ricerca (ne conosce qualcuna in Italia?) vi sono persone di elevato livello e anche animate da sincera passione. Io ho imparato moltissimo, e le occasioni di brainstorming offerte dagli advisory board cui ho la fortuna di partecipare non si verificano in ambiente accademico. Purtroppo, il business ha sempre la prevalenza, perché da tempo l’industria è in balìa dei propri azionisti, spesso frammentati, e ultimamente delle banche (ad esempio, l’industria svizzera).

La qualità della ricerca viene comunque garantita?

Vi è anche una grossa ingenuità: gli stipendi dei ricercatori puri e dei medici che fanno ricerca clinica sono sempre di gran lunga inferiori a quelli dei venditori, cosicch l’industria recluta spesso in un campo cruciale (quello della documentazione di efficacia e sicurezza) persone di livello non eccelso. La conseguenza è, talora, la mancanza di accuratezza e qualità dei dati e la vulnerabilità di fronte ad eventi avversi sporadici. D’altra parte, l’industria funge troppo spesso da capro espiatorio per distogliere l’attenzione dalla inefficienza delle istituzioni nel governare la spesa sanitaria. Nel nostro Paese, l’industria farmaceutica è stata ed è tuttora l’unico sponsor di importanti progetti di ricerca, così come della maggior parte degli eventi di formazione, campi che lo Stato “non riesce”a finanziare.

Rocordi, passioni e…
Incontrandola ai congressi in giro per l’Italia, lei è sempre sul punto di andarsene a visitare una mostra d’arte: da cosa nasce questo suo interesse e quale esposizione ricorda con maggiore piacere tra quelle visitate recentemente?

Beninteso, dopo aver dato il mio contributo al Congresso! A dire il vero, più che le mostre d’arte mi interessa l’impianto urbanistico e l’atmosfera delle città, nonch il patrimonio artistico stabile, come le chiese e l’immenso patrimonio di architettura e pittura che esse contengono. In genere, mi propongo un preciso obiettivo da visitare. Sono uscito “ubriaco di bellezza” dalla mostra di Filippino a Palazzo Strozzi, due anni fa.

Esiste un museo al quale è più affezionato?

Non particolarmente.

Immagini di poter avere in casa o a studio l’opera d’arte che più ama: quale sceglierebbe?

La Maestà di Duccio, potrebbe sostituire l’impianto di illuminazione di un intero palazzo.

Le piace ascoltare musica?

Tutta, purch sia bella. Il “Rex tremendae” mi fa scoppiare a piangere. Sono un po’ freddo nei confronti della lirica perché la conosco poco. La probabilità di sentire buona musica alla radio è inferiore allo 0.05.

Ama il cinema?

Non è la mia musa preferita.

In cucina preferisce stare al tavolo o ai fornelli?

Ovviamente al tavolo; ma a casa il mio posto è ai fornelli.

Qual è la prima pagina che guarda sul giornale?

Leggo poco i giornali. Per l’informazione ascolto sempre la radio in auto. In genere, non ho un buon feeling con i giornalisti, perché quasi tutte le volte che sono stato in condizione di verificare la veridicità o l’accuratezza di una notizia (in campo medico o alpinistico, quelli in cui sono più informato) ho riscontrato molta approssimazione o errori clamorosi. Pensi che nel 1990 sono rimasto sotto una valanga con mia moglie e mia sorella: grazie alle capacità di autosoccorso del nostro gruppo e alla rapidità del soccorso alpino svizzero (e a molta fortuna), mia moglie aveva accusato solo contusioni, mia sorella una lussazione di spalla e io sono addirittura sceso a valle sciando per non rovinarmi la giornata. Secondo le radio e la televisione italiane, eravamo tutti e tre in fin di vita all’Ospedale di Bellinzona, mentre invece stavamo festeggiando lo scampato pericolo a suon di Prosecco. Come faccio a fidarmi in argomenti che non conosco?

Un programma televisivo che vale la pena seguire…

Non mi prenda per un troglodita: non ho il televisore.

Il politico che inviterebbe a cena?

Devo proprio? Anche se non l’ho votata – e con beneficio di inventario relativo al filtro mediatico di cui sopra – inviterei Emma Bonino: a livello internazionale si occupa di cose che mi interessano molto, non ci fa fare brutte figure e sbatte la testa da anni contro l’indifferenza nei confronti dei più deboli e il razzismo dei più. Purtroppo, non condivido la maggior parte delle idee del suo partito, anzi mi danno proprio fastidio.

Lettura e scrittura
Qual è la rivista di cardiologia che sfoglia più volentieri?

Preferisco quelle di medicina generale, soprattutto il JAMA e gli Annals of Internal Medicine.

Può dirci tre libri che non dovrebbero mancare nella biblioteca di un cardiologo?

Ovviamente il Braunwald, poi il Goodman and Gilman’s “Pharmacological Basis of Therapeutics”; mi piace molto anche il “Cardiovascular therapeutics” di Elliot Antman.

Dove trova il tempo di scrivere? Ha qualche consiglio da dare a chi sostiene di non avere assolutamente tempo per farlo?

Il tempo è un concetto relativo legato alla passione.

Ha un libro di saggistica o di narrativa sul comodino?

Ho sempre l’ultimo di Camilleri che, per fortuna, continua a scrivere. Mi piacciono molto i libri che uniscono il viaggio con la storia e la cultura di un popolo o di una regione: in questo momento ho “Ombre sulla via della seta” di Colin Thubron, uno dei miei autori preferiti.

Ha mai scritto una poesia o un diario?

Diario no, poesie qualcuna.

Come sceglie le sue letture?

Ho un negozio pazzesco vicino a casa mia, si chiama “Luoghi e Libri”, pieno di libri di viaggio. Mi interessano le descrizioni e le culture dei luoghi remoti, soprattutto l’Asia centrale. Studio un viaggio e, a volte, riesco a realizzarlo.

Un libro che avrebbe voluto scrivere lei…

“Seta”, di Alessandro Baricco: è riuscito a condensare in poche pagine un mondo di poesia, desiderio e immaginazione. Una frase di “Oceano Mare” descrive bene il mio stato interiore: “la vita non può contenere tutto quello che il desiderio riesce ad immaginare”.

Ed uno che vorrebbe leggere, ma non è ancora stato scritto…

Non glielo dico, spero di poterlo scrivere in futuro.

Qual è l’ultimo libro che ha regalato?

“Offerte”, di Danielle e Olivier Föllmi, un capolavoro di immagini e pensieri.

Tempo libero (sport, viaggi, musica…)
Preferisce viaggiare in treno, auto o aereo?

A piedi.

Può dirci tre paesi che sono nel suo cuore e le ragioni di questo affetto?

L’Italia per primo: inesauribile il patrimonio artistico e culturale, grande la varietà dei paesaggi, molti i luoghi che amo, si mangia bene e si beve meglio. Non è un buon posto per lavorare.
L’India per secondo: quasi per gli stessi motivi dell’Italia (a parte il vino, ma la birra non è male); la vista non è mai stanca; alcuni anni fa con mia moglie e mia figlia abbiamo girato il sud per 20 giorni incontrando 20 turisti. L’Himalaya indiano è molto meno turistico di quello nepalese.
La Francia per terzo: è un buon posto per vagare senza meta.

In quale città italiana le piacerebbe vivere se non abitasse a Milano?

Venezia.

La città europea più bella?

Venezia, non c’è paragone.

Chiuda gli occhi: quale paesaggio ricorda con particolare emozione?

La mattina presto, nel Serengeti, si può vedere Dio al lavoro.

22 novembre 2006

Cardiologo dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano, Stefano Savonitto ha scritto per Il Pensiero Scientifico Editore “Sindromi coronariche acute” e ha curato il “Manuale di terapia cardiovascolare“, arrivato alla seconda edizione. Ha “regalato” al mensile “Recenti Progressi in Medicina” per il 60esimo compleanno una bella rassegna sul futuro della cardiologia.

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