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Riviste senza valore perché senza valori

“È inimmaginabile che un’azienda promuova la vendita di armi e allo stesso tempo pubblichi riviste che parlano di salute; eppure esiste”. Così lei ha scritto in un Editoriale pubblicato sul numero di marzo del Journal of the Royal Society of Medicine (pdf). Qual è dunque la sua opinione sul coinvolgimento della Reed Elsevier nel business degli armamenti?

Vendere la salute attraverso le riviste di Medicina e contemporaneamente la morte promuovendo la vendita di armi credo sia un’ipocrisia. Una doppiezza che può compromettere l’autorevolezza – e persino la credibilità – delle 2000 riviste pubblicate dalla più grande casa editrice scientifica internazionale. I miei timori riguardano in particolare una rivista del Gruppo, The Lancet, che si è candidata al ruolo di settimanale leader della salute globale, intervenendo contro i danni causati dagli armamenti e dalla tortura.
Reed Elsevier risponderà che vendere armi è permesso e che la sicurezza, in un mondo insicuro, è importante, ma sfortunatamente gran parte delle vite perdute a causa degli armamenti è quella delle donne e dei bambini poveri dei paesi ai margini del mondo. Aggiungerei che sono già troppe le armi in giro per il pianeta e chiunque sa perfettamente che le vendite, ancorch legali, di armamenti portano a regimi illegittimi e criminali.

Da ex direttore di una rivista medica di prima grandezza, cosa può dirci delle difficoltà che si incontrano nel conciliare i propri disagi morali e le strategie di business dei proprietari della rivista?

Ho lavorato per la British Medical Association (BMA), che non vende armi ma – mia personale sensazione – in qualità di sindacato antepone talvolta gli interessi dei medici a quelli dei malati. Ho pubblicato e scritto articoli critici nei confronti della BMA, ma non ero così deciso nelle mie critiche come sarei stato se oggetto delle mie osservazioni non fosse stato il proprietario del BMJ. Entra in azione un’autocensura.
So che alcuni, nello staff del Lancet, provano un grande disagio per l’essere la promozione degli armamenti una buona parte del business della Reed Elsevier. Hanno anche preso in considerazione l’idea di dimettersi ma hanno pensato di poter fare di più restando al loro posto.
I direttori di molte riviste credono che la ricerca pubblicata dai loro giornali dovrebbe essere disponibile gratuitamente da parte di chiunque, ma hanno dovuto arrendersi all’opposizione degli editori all’open access. Accettano che le decisioni siano assunte dai proprietari.

C’è differenza nell’avere a che fare con editori commerciali o con editori che non hanno scopo di lucro?

Non credo. A dire il vero, penso che molte società scientifiche siano più ipocrite degli imprenditori editoriali. Immagina di essere la Società Britannica per lo Studio della Complessità: nel momento in cui restringi l’accesso alla ricerca sulla Complessità, non stai facendo qualcosa di contrario alle finalità della tua Associazione? La Società giustificherà la propria scelta dicendo che lo fa per raccogliere finanziamenti per le future ricerche sulla Complessità; ma credo che se questi studi avessero davvero valore troverebbero il modo di essere sostenuti in un’altra maniera.

Come pensa che la comunità scientifica possa obbligare la dirigenza della Reed Elsevier a cambiare rotta?

Il solo modo è nel nuocere ai profitti della Reed Elsevier. Chi lavora in campo scientifico potrebbe rifiutare sia di sottoporre propri articoli alle riviste del Gruppo, sia di dirigere una rivista, sia di partecipare a convegni finanziati dalla società editoriale. Dubito che il sentirsi esposti ad un pubblico imbarazzo possa – da solo – servire a qualcosa, anche se dovesse avere un’ampia risonanza.

Nel suo libro, “The trouble with medical journals”, scrive che “alle riviste mediche si potrebbe chiedere di condividere i valori della medicina, della scienza e del giornalismo – valori che però sono tra loro in conflitto”: c’è da immaginare un Giuramento di Ippocrate attualizzato al cospetto del quale far giurare anche gli editori scientifici?

Credo che le riviste – a dire il vero: che ogni organizzazione – dovrebbe sviluppare dei propri valori, discuterli, condividerli con i lettori e con gli autori e, ancora più importante, viverli.
Una rivista senza valori è una rivista senza valore.


Original version

In an Editorial published on the forthcoming issue of the JRSM you wrote. “We can’t imagine a company that simultaneously promotes arms sales and publishes health journals; but it exists.”Can you summarize your position about the Reed Elsevier’s involvement in the weapons business?

I think it hypocritical to simultaneously be selling health through medical journals and death by promoting arms sales. Such hypocrisy also undermines the standing – and even the credibility – of their 2000 journals. I feel particularly for their journal, The Lancet, which has established itself as the leading global health journal and spoken out against the harm done by arms and torture.
Reed Elsevier will responds that selling arms is legal and that security is important in an insecure world, but unfortunately most deaths that result from arms occur among poor women and children in the developing world. Furthermore, there are excessive numbers of arms in the world, and everybody knows that legal sales leak to illegal regimes and criminals.

As a former Editor of a prominent medical journal, can you tell us how easy is to managing the conflict between the personal moral discomfort as Editors, and the business practices of the Journal’s owner?

I worked for the British Medical Association (BMA), which didn’t sell arms but did, I feel, sometimes, as a trade union, put the interest of doctors ahead of the interests of patients. I published and wrote articles critical of the BMA, but I wasn’t as full in my criticism as I might have been if they had not been the owners of the BMJ. Self censorship operates.
Some of the Lancet staff, I know, feel great discomfort over the arms promotion by Reed Elsevier. They have contemplated resigning but decided that they can do more good by staying.
Editors of many journals believe that the research they publish should be available free to all but have to accept that the owners are against open access. They accept the decision making processes of the owners.

Are there any differences in dealing with profit and not-for-profit publisher?

I don’t think so. Indeed, I fear that many scientific societies are more hypocritical than commercial publishers. If you are the British Society of Complexity aren’t you failing to follow the mission of your society by restricting access to research on complexity? The society will justify doing so in order to raise money to support further research into complexity. But I believe that if that research has value then it will be funded in another way.

How do you think the scientific community can force the Reed Elsevier’s managers to change?

The only way will be through hurting Reed Elsevier’s profits. Scientists might either refuse to submit or review papers, edit the journals, or go to conferences funded by the company. I doubt that public embarrassment on its own will work—unless it becomes huge.

In your book, “The trouble with medical journals”, you wrote that “Medical journals might be expected to have the values of medicine, science and journalism-and these values conflict”: can we imagine an updated Hippocratic Oath to be taken also by medical publishers?

I do believe that journals – indeed, all organisations – should develop values, debate them, share them with readers and authors, and, most importantly, live by them. A journal without values is valueless.

 

14 marzo 2007

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