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Combattere la solitudine per non perdere la tenerezza

emozioni viraliUno degli effetti collaterali di questa pandemia, scrive Marco Geddes da Filicaia nella lettera al direttore pubblicata ieri, 20 ottobre, su Quotidiano Sanità, è la solitudine dei malati, condannati a vivere da soli la sofferenza della malattia e ad affrontare gli ultimi momenti prima del trapasso senza il conforto dei propri cari. Per rendere meglio l’idea della durezza di questa scelta, che indubbiamente si è resa necessaria per arginare in modo drastico il propagarsi dei contagi, Geddes cita le parole raccolte nel volume Emozioni virali. Le voci dei medici dalla pandemia curato da Luisa Sodano e pubblicato dal Pensiero Scientifico Editore: “ … è la solitudine: quella di chi non ha potuto vedere i propri figli, i genitori, i compagni. La solitudine più dolorosa, però, è stata quella delle persone malate, sofferenti, che in solitudine sono morte”. Al dolore per la perdita del parente, dell’amico, si aggiunge il dramma di non aver accompagnato e assistito la persona amata, la impossibilità ad una “elaborazione del lutto”, la difficoltà che è emersa nei mesi scorsi, in vari casi, non solo di vedere la salma, di assistere al rito funebre, ma perfino di rintracciarne il luogo di sepoltura.”

Il tema della solitudine è al centro anche della rubrica “Il punto di Paolo Pagliaro” –  incastonata come ogni sera al centro della trasmissione “Otto e mezzo” condotta da Lilli Gruber – andata in onda ieri (qui il video). La logica del male minore, spiega Pagliaro riallacciandosi alle parole di Geddes su Quotidiano Sanità, ha provocato un’ondata di solitudine che si è abbattuta senza alcuna pietà proprio sui soggetti più deboli e bisognosi, oltre che di cure mediche – peraltro destinate a fallire nella gran parte dei casi –, di tenerezza e vicinanza. Due cose che sono venute a mancare, sacrificate sull’altare di una logica necessaria, ma priva di umanità, voluta dalle autorità sanitarie.

Paolo Pagliaro prende spunto dal libro Emozioni virali, che definisce opportunamente una sorta di  “grande diario collettivo” per portare l’attenzione sulla necessità di cambiare punto di vista e parla delle poche realtà ospedaliere in cui si sta cercando di frenare il ricorso a misure così drastiche chiedendo aiuto alla tecnologia. Perché a volte è sufficiente un tablet o un collegamento Sky per sconfiggere la solitudine.

Erica Sorelli
Ufficio Stampa Il Pensiero Scientifico Editore

Commenti

  1. Paola Gobbi 22 Ottobre 2020 at 6:15 Rispondi

    E’ un tema che abbiamo affrontato anche noi autrici del libro “Storie di persone, voci di infermieri. Un approccio innovativo allo studio della bioetica e della deontologia”, appena pubblicato da Mc Graw Hill. nel capitolo 11 dedicato ai problemi etici dell’assistere durante l’emergenza sanitaria. Non solo la solitudine nel morire. con sovente l’infermiere come unico raccordo tra il paziente ed i familiari, ma anche la sicurezza degli operatori e i criteri di allocazione delle risorse, con esplicito riferimento ai letti di terapia intensiva.

  2. Roberto Francesco Mazza 24 Ottobre 2020 at 18:46 Rispondi

    Anch’io ho vissuto in prima persona l’isolamento disumano di un amico morto di Covid. La moglie l’ha salutato il giorno in cui gli è stata comunicata la positività del tampone (era asintomatico e stava bene!) e dopo un mese le è stata recapitata l’urna con le ceneri. Una vicenda tremenda che poteva avere un senso solo al papa Giovanni 23 del marzo scorso, in giorni in cui era impossibile pensare ad altre soluzioni, ma adesso è ancora accettabile questa sospensione dei diritti? Oggi i reparti ospedalieri hanno DPI e nei reparti COVID le procedure possono fare in modo che il personale non venga contagiato durante il suo lavoro. E allora perché non pensare alla possibilità di un familiare accanto ai pazienti morenti? Un patto di cura che preveda l’assunzione consapevole di un minimo rischio di infezione in cambio del superamento di questa immensa solitudine. Perché non pensare a una persona che accetti di entrare nel reparto Covid dopo una breve formazione, con indosso tutti i presidi, consapevole che per quell’ora giornaliera di assistenza debba vivere poi in una struttura protetta per tutti i giorni dedicati alla cura del familiare e per la successiva quarantena? Il superamento di questo tremendo abbandono richiede un patto tra personale sanitario e cittadini in cui si accettino le rispettive competenze e si assumano i rischi di una scelta difficile, ma necessaria per rimanere umani anche nella pandemia.

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