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Come viene scelto un esperto?

I lavori pubblicati sulle riviste scientifiche? I rapporti delle istituzioni pubbliche? A quanto pare, non sono queste le fonti alle quali attingono i politici o i funzionari pubblici quando devono scegliere un opinion leader da interpellare su specifici temi di salute pubblica, magari in vista dell’elaborazione di una nuova strategia politico-sanitaria. I criteri di scelta sembrano essere ben più aleatori, rivela uno studio pubblicato su PLoS One.

I decisori politici sembrano preferire nettamente come criterio di scelta la buona impressione fornita dagli “esperti” durante brevi colloqui diretti. Ma come si arriva a questi colloqui e quali caratteristiche deve avere un clinico per guadagnare la fiducia dei suoi interlocutori politici?

I ricercatori australiani della Sydney School of Public Health dell’University of Sydney di Camperdown, coordinati da Abby S. Haynes, hanno effettuato decine di interviste semi-strutturate a funzionari ministeriali e governativi allo scopo di individuare i criteri secondo i quali scelgono i ricercatori (gli “esperti”) da consultare e/o con i quali collaborare per definire strategie di politica sanitaria da implementare. Spiega Haynes: “I decisori politici fanno pochissima differenza tra clinici eminenti, manager di istituzioni sanitarie, leader di associazioni professionali, professori universitari. Individuano gli esperti tramite i loro network professionali, ma soprattutto a quanto emerge dalle interviste interpellando il loro staff (“Mi ha detto un mio collaboratore di aver sentito da X qualcosa a proposito di Y che una volta ha consigliato di tenere sott’occhio il lavoro di Z”, o qualcosa del genere) e giudicando il potenziale interlocutore dalla sua visibilità sui mass media (“Abbiamo approcciato X perché i media lo riconoscono come una autorità nel suo campo: una presenza costante sui media è meglio di dieci paginate di pubblicazioni”, è il ritornello)”.

La capacità di comunicare degli esperti non viene valutata solo in base alla quantità delle loro ospitate televisive o delle interviste concesse alla carta stampata: i decisori politici sembrano apprezzare sommamente la capacità di comunicare sinteticamente ed efficacemente durante i briefing e i meeting, l’abilità nel parlare in pubblico. Quasi i due terzi degli intervistati dichiarano inoltre di dare la precedenza agli esperti che evitano di usare paroloni e linguaggio tecnico (“Essere capaci di capire cosa dicono i clinici è sempre un grosso, grosso problema”), e tutti sembrano particolarmente ‘allergici’ ai ricercatori che tendono ad avere un’impostazione ideologica (“Ce n’è già a sufficienza in Politica, di ideologia!”).

“Le nostre interviste mostrano chiaramente che il metodo di scelta degli interlocutori scientifici da parte dei decisori politici potrebbe essere molto più efficace e corretto se fosse più sistematico e meditato”, avverte Haynes. “Affidarsi alla credibilità data dai mass media pone evidenti rischi: ci sono numerosi aspetti del lavoro di un ricercatore che non c’entrano nulla col rapporto coi media, e un esperto che ha spiccate capacità comunicative non necessariamente fornisce l’informazione scientifica più approfondita e imparziale”. Un consiglio ai ricercatori che vogliono avere un peso nelle scelte di politica sanitaria? Coltivare relazioni più diffuse con i decisori politici, gli stakeholder e i colleghi, utilizzare con più sagacia tutti i possibili canali per raggiungere i mezzi di informazione e poi usarli strategicamente, diffondere la propria ricerca in ogni modo, effettuare pressione sulle autorità e azione di lobby ove possibile. Probabilmente però i ricercatori italiani hanno meno bisogno di questi consigli dei loro colleghi australiani. No?

▼ Haynes AS, Derrick GE, Redman S, Hall WD, Gillespie JA, Chapman S, Sturk H. Identifying trustworthy experts: how do policymakers find and assess public health researchers worth consulting or collaborating with? PLoS One 2012; 7(3):e32665.

david frati

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