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Donne medico: indagine su lavoro e famiglia, stalking e violenza

La professione medica è notoriamente sempre impegnativa, spesso stressante e alcune volte rischiosa. Quando poi sono le donne a esercitarla questa diventa particolarmente difficile da conciliare con la vita personale e familiare, la carriera si fa più ardua, i rapporti con i colleghi di lavoro si complicano, i rischi di violenze aumentano e a questi si aggiungono molestie di vario tipo, anche sessuale. La donna medico, insomma, non fa eccezione nel generale panorama lavorativo femminile; subisce però un’accentuazione di alcuni di questi fenomeni negativi, ben oltre la media nazionale. Per fotografare la condizione dei “camici rosa” in un contesto vasto e complesso come quello della Capitale, l’Ordine provinciale dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri di Roma ha realizzato il Rapporto “Donne medico: indagine su lavoro e famiglia, stalking e violenza”.

L’Ordine di Roma con i suoi oltre 41mila iscritti rappresenta il 10% di tutta la categoria in Italia e vede crescere esponenzialmente la sua componente femminile (attualmente annovera 14.415 medici-chirurghi e 880 odontoiatre, con età media di 47,5 anni). Lo studio è stato realizzato tramite interviste a un campione pari a 1.597 unità, rappresentativo di tutte le iscritte all’Ordine, e si è avvalso del contributo della sezione romana dell’AIDM-Associazione Italiana delle Donne Medico. Il Rapporto è stato illustrato oggi da Mario Falconi e da Gabriella Nasi, rispettivamente Presidente e Consigliere dell’Ordine, e da Aldo Piperno, Ordinario di Sociologia dei Fenomeni Economici e del Lavoro presso l’Università Federico II di Napoli, che ha coordinato l’indagine.

“Lo studio – ha premesso Aldo Piperno – rientra, sotto il profilo dei temi trattati e dei metodi d’indagine, nel contesto di un’ampia letteratura scientifica. Nello specifico L’indagine ha riguardato le peculiarità della professione medica al femminile nella sanità pubblica e privata: carriera, rapporti tra vita lavorativa, personale e familiare e l’universo dei fenomeni riconducibili sotto l’etichetta dello stalking. I risultati ottenuti sono in linea con quelli evidenziati in letteratura e offrono un interessante profilo comparato dei fenomeni tipici del mondo sanitario rispetto al contesto generale”.

L’analisi multivariata fattoriale delle interviste ha fatto emergere un profondo disagio di lavoro e di relazioni delle donne medico, con discriminazioni, vessazioni e violenze che sono esercitate soprattutto verso le più fragili che non possono ricorrere alla protezione dell’ambiente sociale e familiare. Le donne medico, infatti, denunciano di aver subito attacchi alla qualità della condizione professionale in maggior misura rispetto a un pari campione delle donne italiane (dati ISTAT 2007). Anche per quanto riguarda le relazioni lavorative esse hanno espresso un disagio maggiore della media nazionale.

Nonostante le parecchie zone grigie contenute nel Rapporto, emerge comunque che circa il 60% delle donne medico si dichiara soddisfatta del proprio lavoro e ruolo professionale, ben l’85,5% si sente apprezzata dai propri colleghi, con un riconoscimento che tende a crescere nei ruoli ove sono assenti o minimi i rapporti gerarchici. A sentirsi maggiormente apprezzate sono quelle oltre i 65 anni, le separate o divorziate e le libere professioniste. Anche se a ciò si contrappone un diffuso scetticismo circa la probabilità di salire tutti i gradini della carriera: su una scala da zero a 100 è giudicata pari solo a 30.

In ogni caso, il lavoro delle donne medico assorbe gran parte della loro vita privata. Più della metà di esse (54,4%) si sente sovraccarica di lavoro e questo diventa l’impegno prioritario rispetto ad altri di natura personale e sociale. Così circa il 55% trascura le relazioni amicali e la cura di se stessa, il 18,6% i divertimenti, il 10% trascura il rapporto di coppia e il 5,5% quello con i figli. A fronte di ciò il lavoro è trascurato da un percentuale di donne vicina allo zero (0,3%). A Indicare un sovraccarico di lavoro superiore alla percentuale media sono le donne separate o divorziate, di medicina generale, le specialiste e le dipendenti ospedaliere.

Cosa auspicano le donne medico per conciliare al meglio il lavoro con la famiglia e la propria persona? Il 34,5% vorrebbe l’introduzione di tempi di lavoro più flessibili; il 29,2% chiede servizi per l’infanzia e gli anziani; il 27,2% una maggiore condivisione del lavoro familiare con gli uomini; il 6,6% indennità economiche ai nuclei familiari. Le giovani nubili, a inizio carriera, operanti nel settore ospedaliero privato, sono tra quelle che più chiedono tempi di lavoro flessibili, mentre i servizi sociali sono invocati dalle over 65.

C’è poi l’aspetto delle discriminazioni: le donne medico che ritengono di essere discriminate rappresentano addirittura i due terzi del totale. Più in dettaglio, il 27,1% ritiene di esserlo nell’ambiente di lavoro in generale e il 37,5% soltanto nel raggiungimento dei livelli apicali. Una discriminazione che è soprattutto esclusione: oltre la metà (54%) dichiara di essere coinvolta “poco o per niente” nell’attuazione dei programmi di lavoro e delle iniziative del servizio di appartenenza. Secondo il 32,5% lo stesso avviene per quanto riguarda l’utilizzo delle proprie competenze e capacità professionali. Avere meno incarichi, e indennità accessorie, è fonte anche dei divari retributivi tra uomini e donne: la pensa così il 34,1%. La discriminazione è avvertita in maggior percentuale dalle giovani, da quelle a inizio carriera e da coloro che lavorano nelle strutture ospedaliere private.

Un capitolo delicato del Rapporto riguarda le molestie: solo poco di più della metà delle donne medico (53,6%) afferma di non averle mai subite, mentre al 46,4% è capitato almeno una volta e al 5,1% molte volte. La maggior parte delle intervistate (72% circa) ha riferito che le molestie si sono verificate nell’ambiente di lavoro. Per il 6,8% ciò è avvenuto negli ultimi 12 mesi, per il 24,7% negli ultimi tre anni e per il 68,5% oltre tre anni fa. Le donne che più dichiarano episodi di molestia recenti sono le giovani fino a 44 anni (12,5%) e le nubili (9,8%), le dipendenti di case di cura (16,7%), quelle appena laureate o in corso di specializzazione (15%) e quelle operanti in libera professione (19,2%), Nella fascia d’età oltre i 65 anni afferma di averle subite il 75%: ciò in ragione di un arco di tempo più ampio rispetto alle più giovani, quindi con maggiori probabilità di aver subito molestie.

Come è intuitivo, le molestie non rimangono fini a loro stesse ma determinano comportamenti conseguenti e chi ne rimane vittima cambia i suoi atteggiamenti, in particolare sul luogo del lavoro, e attua cambiamenti importanti anche nella vita in generale. In alcuni casi non mancano impatti sulla salute psichica. Così per coloro che hanno subìto molestie le conseguenze comportano: stress (39,4%), cambiamenti di comportamento sul luogo di lavoro (34,9%), timore di vivere altre esperienze analoghe (27,5%), sviluppo di aggressività (26,9%), comportamenti difensivi (17,7%), una vita più solitaria e isolata (17,4%), ansia, panico e depressione (16,9%), preoccupazione per la sicurezza personale (16,1%), cambiamenti nelle abitudini della vita quotidiana (14,3%), perdita di giorni di lavoro (10,2%), insorgenza di difficoltà col partner (8,9%). Per tentare di arginare le molestie, la metà (50%) delle donne medico si rivolge a familiari, parenti o amici, il 10,2% a un legale e soltanto il 7,5% alle forze dell’ordine.

In questo contesto non mancano anche le aggressioni fisiche vere e proprie. Le donne medico ne rimangono vittime con una percentuale quasi doppia rispetto a quella delle donne italiane in generale: le lamenta, infatti, il 4% contro il 2,1% della media nazionale. Tenuto conto dell’ampio campione indagato, si tratta di un numero di casi preoccupante.

Va sottolineato che la fenomenologia della violenza ha molteplici profili (classificati in un’indagine dell’ISTAT sulle donne italiane e riproposti nell’indagine dell’Ordine di Roma). I motivi per cui i “camici rosa” della Capitale si sentono sotto attacco sono stati suddivisi per tema. Nella comunicazione interpersonale ritiene di essere oggetto di critiche immotivate una larga maggioranza delle intervistate (59,5%); quasi uguale la percentuale (58,8%) di coloro che lamentano scenate o sfuriate; decisamente minore (24,3%), ma pur sempre significativa, la quota che dichiara di aver ricevuto vere minacce. Nella qualità della situazione professionale le violenze sono riconducibili all’essere costrette a operare in condizioni disagevoli, al demansionamento, a impedimenti di carriera e a sanzioni disciplinari; in dettaglio, più della metà, il 52,8%, afferma di essere stata messa in condizioni disagevoli di lavoro, il 23,4% di aver ricevuto compiti incongrui come umiliazione, il 13,5% di essere stata esclusa da promozioni o incentivi. Ci sono poi gli attacchi all’immagine sociale: con calunnie (58,6%), con umiliazioni (35,4%), tramite offerte sessuali inopportune (23,5%), in conseguenza di opinioni politiche o religiose (13,6%). Infine, sono state prese in esame le relazioni sociali: il 42,8% lamenta di essere stata esclusa da riunioni e informazioni, mentre il 34,8% si sente ostacolata nelle relazioni con i colleghi.

Proprio quello dei rapporti all’interno dell’ambiente di lavoro è un altro aspetto indagato a fondo. Critici quelli con i superiori: il 46,2% delle donne medico li qualifica come “indiretti, formali o inesistenti” e il 45% circa ritiene che siano caratterizzati da disistima, ostilità e formalismo. La situazione migliora nettamente quando si passa ai rapporti con i colleghi: la percentuale di donne medico che afferma di avere rapporti di tipo collaborativo è del 73,4%, nonostante persista quasi un terzo che considera anche questi formali (21,6%) o inesistenti (5,0%), se non addirittura improntati ad antipatia e ostilità. Le caratteristiche sociali e professionali delle donne che sono insoddisfatte del rapporto con i colleghi sono analoghe a quelle individuate a proposito del rapporto con i superiori: oltre i 65 anni, vedove, di medicina generale e specialiste ambulatoriali.

Secondo Gabriella Nasi, “L’analisi dei risultati smentisce, di fatto, la percezione sufficientemente positiva che all’esterno si ha della condizione del mondo medico al femminile. La tipologia di lavoro, che in via generale è professionalizzante, non va di pari passo con la possibilità di carriera, in particolare per le più giovani. Molto chiaro appare il disagio lavorativo, soprattutto verso i propri vertici direzionali: ciò è grave, poiché il lavoro sanitario è per definizione un’occupazione ove l’interscambio professionale e relazionale dovrebbe essere alto. Ci proponiamo – ha annunciato la componente del Consiglio Direttivo dell’Ordine – di approfondire la ricerca, continuando a monitorare il fenomeno attraverso ulteriori studi”.

“Questa indagine – ha commentato il Presidente dell’Ordine, Mario Falconi – conferma che era oltremodo opportuno esplorare il microcosmo delle donne medico. Avevamo intuito da tempo che una percentuale rilevante di colleghe avesse un profondo disagio di lavoro e di relazioni, fatto di discriminazioni, vessazioni ed anche violenze. Una parziale sorpresa l’abbiamo avuta, però, quando ci siamo trovati a dover prendere atto amaramente che le donne medico hanno, in alcuni casi, come ad esempio nelle aggressioni fisiche vere e proprie, percentuali sensibilmente superiori rispetto a quelle delle donne italiane in generale”.

In conclusione Falconi si è rivolto ai rappresentanti istituzionali intervenuti: “Come abbiamo fatto con la precedente ricerca sulla medicina difensiva, lasciamo ora alla politica il compito di interpretare i dati e assumere le decisioni conseguenti. Senza dimenticare, però, che anche il mondo medico maschile ha un’occasione per riflettere e che deve dare il proprio contributo affinché le donne riescano ad avere nella realtà quotidiana quelle pari opportunità che sulla carta sono loro dovute”.

Fonte: Ufficio stampa Ordine provinciale dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri di Roma 2011.

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