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Ebola: non aspettiamo che ad ammalarsi sia un abitante del primo mondo

Un position paper pubblicato sul BMJ e redatto da un panel di autori di assoluto prestigio non risparmia critiche alle istituzioni sovranazionali e alle politiche sanitarie dei Paesi avanzati in relazione all’epidemia di Ebola, che nella Repubblica Democratica del Congo continua a diffondersi incessantemente a partire dai primi casi registrati nell’agosto 2018. Ad oggi, le vittime sono oltre 1.800 e le persone infettate più di 26.500 persone. Come hanno sottolineato gli operatori dell’INMI Spallanzani IRCCS anche in un incontro con il gruppo di lavoro del progetto Forward del Dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario della Regione Lazio, tutto è reso più difficile dal contesto segnato da conflitti armati in atto nell’area e dalla sfiducia dei cittadini dei paesi africani che sospettano che anche dietro alla tragedia di Ebola possano nascondersi interessi economici a vantaggio dei Paesi del primo mondo.

“Rispetto ai precedenti focolai di Ebola – leggiamo nel position statement del BMJ – ora abbiamo migliori opzioni di prevenzione e trattamento. Più di 180 000 persone hanno ricevuto il vaccino sperimentale Merck (VSV-EBOV), che, secondo i risultati preliminari dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), conferisce un elevato livello di protezione. Gli operatori sanitari di prima linea, i contatti dei pazienti con infezione da Ebola e i contatti dei contatti (nel cosiddetto “anello di vaccinazione”) hanno ricevuto il vaccino. Più di 1000 pazienti hanno ricevuto uno dei quattro farmaci sperimentali inizialmente dati nell’ambito del protocollo Monitored Emergency Use of Unregistered and Investigational Interventions (MEURI), che sono stati somministrati dall’inizio dell’epidemia nell’ambito di uno studio clinico randomizzato o per uso compassionevole. Nonostante i miglioramenti nella gestione clinica e gli interventi di controllo delle infezioni che abbiamo per Ebola e la disponibilità di un vaccino e di farmaci specifici, l’epidemia di DRC è diventata la seconda più grande epidemia di Ebola al mondo dopo l’epidemia dell’Africa occidentale 2014-2016.”

C’è stata troppa prudenza da parte della WHO prima di dichiarare la Public Health Emergency of International Concern (PHEIC) arrivata solo il 17 luglio 2019. Quali sarebbero stati i più precoci vantaggi di una allerta di questo tipo? “Dichiarare una PHEIC semplifica la condivisione delle informazioni per la valutazione del rischio e mette il comitato di emergenza nelle condizioni migliori per formulare raccomandazioni transitorie per gli Stati membri. È importante sottolineare che la PHEIC aumenta anche gli sforzi diplomatici, di sanità pubblica, sicurezza e logistica internazionali, oltre a generare risorse finanziarie aggiuntive dagli Stati membri delle Nazioni Unite.” Troppa cautela, dunque, forse – sospettano gli autori – per il timore che un allarme potesse ripercuotersi negativamente sulle transazioni commerciali e sui trasporti internazionali nelle nazioni coinvolte.

Anche a proposito di questa emergenza, c’è un importante problema di comunicazione: “La dichiarazione dell’epidemia di Ebola nella RDC come Public Health Emergency of International Concern da parte dell’OMS non dovrebbe dissuadere i media internazionali dal continuare a evidenziare e rendere visibile la devastazione che continua a infliggere alle comunità locali. Non vorremmo che si ripetessero gli errori dell’epidemia di Ebola nell’Africa occidentale (2014-2016), che ha visto l’epidemia ricevere una copertura mediatica importante solo dopo che i pazienti dei paesi occidentali sono stati colpiti. La comunicazione è una componente essenziale della risposta a un focolaio epidemico e i media africani dovrebbero assumere un ruolo guida in questo, spingendo le autorità e le comunità nazionali ad aiutare in modo più efficace nella risposta. In Africa, sembra che i sistemi di sanità pubblica reattivi (responsive) siano difficili da sostenere a meno che l’impegno e la pianificazione politica a lungo termine, combinati con adeguate risorse finanziarie, siano presi in considerazione dai paesi con l’aiuto di organismi di salute globale. In questo momento, la situazione nella Repubblica Democratica del Congo ha bisogno dell’OMS, dell’Africa CDC (Centers for diseas control and prevention), dell’OMS-AFRO, dell’USAID, del Department for International Development del Regno unito, della Commissione europea e di altre agenzie donatrici, per un impegno congiunto con i decisori nazionali e regionali, e con i leader della comunità per garantire che sia di nuovo guadagnata la fiducia della popolazione”.


Fonte

Ippolito G, Montaldo C, Vairo F, et al. Ebola in the Democratic Republic of Congo: Time for a visionary leadership. BMJ Opinion 2019; 2 agosto.

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