In primo piano

Esce il libro di Luca De Fiore “Sul pubblicare in medicina”

Sul pubblicare in medicinaÈ appena uscito il volume Sul pubblicare in medicina. Impact factor, open access, peer review, predatory journal e altre creature misteriose  di Luca De Fiore che, oltre ad esserne l’autore, è il direttore generale del Pensiero Scientifico Editore. Dovendo presentare il libro al pubblico che ci segue abitualmente, ho chiesto direttamente a Luca di raccontarne la genesi. Il risultato è questa sorta di intervista che abbiamo deciso insieme di pubblicare così com’è, per dare modo a tutti di comprendere le motivazioni e gli obiettivi che sottostanno all’opera.

Perché hai scritto questo libro?
Uno dei motivi è che un sacco di amici continuano a farmi domande tipo “secondo te facciamo bene a mandare i nostri lavori alla tale casa editrice o alla tale rivista?” Facendo riferimento a editori o riviste di pessima reputazione. Oppure: “hanno letto un mio articolo e mi hanno invitato a un congresso internazionale in Mongolia: vado?” O anche: “com’è possibile che una rivista indicizzata in Pubmed non abbia l’impact factor?” Medici, infermieri, ricercatori, dirigenti sanitari non sempre sono preparati su questi argomenti ed è strano, perché essere competenti sui meccanismi del publishing scientifico può aiutare parecchio nella propria carriera, oltre a proteggere la propria reputazione: le figuracce sono dietro l’angolo.

Quindi, il primo motivo è aver voluto dare una mano agli amici, ma mi par di capire ci fossero anche altre ragioni…
Sì, il libro è venuto fuori anche per altre ragioni, tra cui il bisogno di riordinare le idee. Ho iniziato a lavorare nell’editoria scientifica nell’autunno del 1976: le tipografie componevano con le linotype e produrre un libro era un’avventura che poteva durare alcuni anni. Per seguire la lavorazione di un libro illustrato curato da una tipografia che aveva la sede nel Chianti, andavo a San Casciano in Val di Pesa ogni tre mesi per diversi anni: non comodissimo, anche se era l’ideale per una degustazione verticale del chianti classico che produceva il tipografo…

Un mestiere differente da quello di oggi…
Sì, una cosa diversa. Non c’erano case editrici dominanti e nel mondo gli editori scientifici erano tantissimi, molto caratterizzati dalla personalità dei loro editor che spesso erano medici o biologi. Un ricordo ancora più antico risale a quando avevo una decina di anni e un signore straniero veniva ogni tanto a trovare a casa mio nonno: era Henry Stratton, medico fuggito negli Stati Uniti nel 1938, dove insieme a L. H. Grunebaum aveva fondato nel 1946 la casa editrice Grune & Stratton e la rivista Blood.

Il lavoro di editor di medicina era dunque simile a quello degli editor di saggistica umanistica?
Esattamente: inseguivano i grandi clinici internazionali con una dedizione incredibile, aspettando anni che un autore terminasse il lavoro di preparazione di un testo. Nel libro ho accennato solo a uno di loro: si chiamava Ken Bussy ed era uno degli editor di Lea & Febiger, una famosa casa editrice di Baltimora. Negli anni Ottanta del secolo scorso, Bussy letteralmente corteggiava una grande ecocardiografista norvegese per avere il suo libro. Ma di esempi del genere ce ne sarebbero tantissimi.

Cosa penserebbero dell’editoria scientifica di oggi che sembra andare nella direzione del modello che prevede siano gli autori a pagare la pubblicazione?
L’editoria viveva nel culto della competenza degli autori e, compatibilmente con un ambiente economico-finanziario a quei tempi in perenne difficoltà, sarebbe stato inconcepibile il modello di business attuale: pagare per scrivere e non per leggere e studiare. In quasi cinquant’anni molte cose, se non tutte, si sono capovolte: credo che il modello dell’author-pay abbia molto nuociuto al rispetto e al valore assegnato ai contenuti scientifici. Però, per fortuna, molte cose sono anche migliorate.

Per esempio?
Si fa tutto più velocemente. La rapidità con cui si può produrre un libro o una rivista era impensabile solo pochi anni fa. Anche se non riesco a dimenticare quello che ripeteva sempre uno degli autori antichi della casa editrice, “un’illustre cattedratico” dell’unica università di Roma di allora e autore di un libro continuamente ripubblicato: “per fortuna ci vogliono tre anni per produrre il mio manuale: è il tempo minimo per capire se le novità della ricerca sono un progresso o non servono a nulla.” Non è detto che la velocità sia sempre una cosa positiva, insomma.

Tornando a quel che dicevamo all’inizio: non tutti sono capaci di capire di chi fidarsi, tra le tantissime (più di trentamila o ho capito male?) riviste scientifiche…
Più di trentamila, sì. E ogni anno se ne aggiungono almeno altre mille. Ma “scientifiche” è un aggettivo scivoloso, nel senso che molto spesso di scientifica c’è solo la capacità di far funzionare un business che fa guadagnare tantissimo. Tornando alla domanda, non è facile capire se un medico o un ricercatore cade nella trappola di un predatory journal per mancanza di consapevolezza o per una scommessa sbagliata: in altre parole, pubblicare un articolo di scarsa qualità rapidamente e con poco sforzo fa comodo a tutti e chi se ne importa se la rivista a cui lo mando è sconosciuta o, addirittura, “malfamata”. L’importante è che l’articolo esca e che io possa inserirlo nel curriculum e successivamente citarlo.

A cadere nel tranello sono i ricercatori meno esperti?
A essere sinceri, no: basti pensare ai presidenti della Stanford University o del Dana Farber cancer institute di Harvard, al centro di scandali che hanno portato alla retraction di diversi articoli. Oppure, in Italia, alle pubblicazioni discusse firmate dal rettore dell’università di Messina o dallo stesso ministro della salute. Sono considerati degli incidenti di poco conto ma invece…

Invece?
Sono la prova di quanto le pubblicazioni siano considerate solo uno strumento per arricchire il curriculum e fare carriera. Non c’è più niente di importante nel pubblicare, di “solenne” nel condividere i risultati della propria attività di ricerca. Che vuoi che sia un’immagine duplicata, un dato pubblicato di cui però non c’è traccia negli archivi dell’ospedale dove l’autore lavora o altri dettagli del genere. Disattenzioni. Quasi sempre addebitate all’inesperienza del più giovane tra chi ha firmato l’articolo. Come in ogni catena di montaggio, a lasciarci le dita sono i più ingenui, gli ultimi arrivati.

Addirittura “catene di montaggio”?
Se un autore firma un articolo originale – quindi frutto di un’attività di ricerca- ogni cinque giorni, di cosa stiamo parlando se non di un sistema che privilegia la quantità alla qualità? Nonostante tutti i codici di comportamento di associazioni come il Committee for publication ethics, chi è al vertice di un istituto o di un’unità operativa continua a firmare articoli che neanche ha il tempo e la voglia di leggere. Quando viene fuori uno scandalo che riguarda clinici o ricercatori italiani, a parlarne sono solo i media internazionali.

Quindi, a giudicarla dall’interno, dell’editoria scientifica non c’è da fidarsi?
C’è da stare attenti: conviene conoscere le dinamiche che la regolano e le trappole in cui possiamo cadere. Di sicuro, dei quasi tre milioni di articoli pubblicati ogni anno, quelli davvero importanti sono molti di meno.

Poche centinaia? Migliaia?
E chi lo sa: credo che John Ioannidis non avesse tutti i torti quando sosteneva – era il 2005 – che la maggior parte dei risultati degli studi pubblicati era falsa. Per molte ragioni: ricerche di piccole dimensioni, disegni di studio incoerenti rispetto agli esiti da misurare, conflitti di interesse e così via. In generale, negli ultimi anni la credibilità della letteratura scientifica è molto diminuita e la maggiore responsabilità è della medicina accademica.

Quindi la peer review non funziona?
Qualche volta sì, molte altre no. E, comunque, non tutte le riviste che dichiarano di sottoporre gli articoli a revisione poi lo fanno davvero e la maggior parte delle volte la peer review è semplicemente una lettura distratta di una persona neanche particolarmente esperta di quel che sta leggendo. C’è un solo modo di superare il problema della peer review: non averne più bisogno.

E come si fa?
Pubblicando tutti gli articoli di ricerca in archivi aperti, senza alcuna revisione preliminare. Banche dati pubbliche, gestite dalle istituzioni. Serve un cambiamento di prospettiva: con i soldi che spendono le università e le istituzioni italiane per i lavori dei propri ricercatori hai voglia a costruire e gestire un repository dove ospitare le pubblicazioni. Sarebbe un modo per sottolineare il valore della ricerca come bene comune.

Qualcosa di simile ai preprint?
Qualcosa di simile, ma attenzione: come molte altre cose – penso al modello di publishing in open access – i preprint sono uno strumento di democrazia editoriale che si sta trasformando in un business dei grandi player della comunicazione scientifica. Non a caso, dopo le esperienze virtuose di bioRkiv e medRkiv, tutti i grandi gruppi editoriali scientifici hanno messo in piedi propri archivi di preprint che utilizzano per indirizzare gli articoli alle proprie riviste. A pagamento.

Quindi, per migliorare il sistema attuale dell’editoria scientifica servono cambiamenti radicali?
Sì, ed è per questo che nessuno desidera accada una rivoluzione. Chi conosce da vicino questo ambiente ha scelto di prendere le distanze. Penso a editor del Nejm come Marcia Angell e Jerry Kassirer: sono stati “congedati” dalla Massachusetts medical society e sono molto critici nei riguardi di quella che è considerata “la più importante rivista scientifica del mondo”. Se ne sono andati dal Bmj, invece, sia Richard Smith, sia Fiona Godlee, lasciando una rivista che è profondamente cambiata da quella che avevano costruito. L’editoria scientifica è un mondo in straordinaria salute economico-finanziaria, ma profondamente in crisi dal punto di vista culturale: per questo serve cambiare.

Erica Sorelli
Ufficio Stampa Il Pensiero Scientifico Editore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *