Come si dice in questi casi, per quattro giorni Monaco è stata la capitale mondiale della cardiologia. Quasi 34.000 professionisti sanitari, 58 studi clinici distribuiti in dodici Hot Line sessions, oltre 180 lavori pubblicati contemporaneamente sulle principali riviste scientifiche di settore, tre nuove linee guida ESC e la presentazione della nuova Universal Definition di infarto miocardico, elaborata dalle quattro più importanti organizzazioni scientifiche in ambito cardiovascolare: l’European Society of Cardiology, l’American Heart Association, l’American College of Cardiology e la World Heart Federation.
Ma questi dati restituiscono solo in parte la dimensione di ESC Congress 2026. Perché il meeting della Società europea di cardiologia non è semplicemente il congresso europeo della cardiologia. È uno dei luoghi – forse il luogo – dove la cardiologia mondiale costruisce periodicamente il proprio linguaggio comune: stabilisce definizioni, misura effetti, ordina le evidenze, prova a delimitare ciò che sappiamo da ciò che ancora non sappiamo, ciò che è innovazione da ciò che non lo è.
Monaco, poi, è una città particolarmente adatta a ospitare una simile rappresentazione della medicina e della cardiologia contemporanea. Oltre a essere la città in cui nel 1911 nacque Feodor Lynen – Premio Nobel per la Medicina 1964 insieme a Konrad Bloch per le ricerche sul metabolismo del colesterolo e degli acidi grassi – è anche notoriamente legata alla tecnica e alla tecnologia. Nel Deutsches Museum, uno dei grandi musei scientifico-tecnologici europei, una sezione dedicata al cuore definisce il muscolo cardiaco “the engine of life”: il motore della vita.
La metafora è quasi inevitabile. La cardiologia moderna è sempre più un territorio nel quale convergono biologia, meccanica, elettronica e imaging. Pacemaker senza fili, sofisticati test molecolari, terapie geniche, ablazioni sempre più precise, sistemi robotici, algoritmi predittivi, tecniche di imaging capaci di rendere visibile ciò che fino a pochi anni fa era inaccessibile: il cuore-motore è osservato, misurato e corretto con una precisione che sarebbe stata impensabile solo qualche decennio fa.
Ma quanto più aumenta la nostra capacità di vedere e misurare, tanto più diventa decisivo interrogarsi sul significato di ciò che vediamo e misuriamo. Un esempio è il trial REACT, presentato nel corso della prima giornata congressuale. Lo studio ha ricercato mediante imaging la presenza di aterosclerosi subclinica in oltre 16.000 persone senza malattia cardiovascolare nota, documentandola in una quota considerevole della popolazione studiata, anche tra soggetti molto giovani. L’imaging permette dunque di anticipare lo sguardo sulla malattia, di dare una forma anatomica a qualcosa che non ha ancora prodotto sintomi né eventi. È un risultato che sembra incarnare perfettamente l’aspirazione della medicina moderna: vedere prima, riconoscere prima, intervenire prima.
Tuttavia, REACT non era uno studio di trattamento e non dimostra che sottoporre la popolazione a screening mediante imaging riduca infarti, ictus o mortalità. L’ha ricordato il cardiologo elettrofisiologo John Mandrola in un recente post a commento dello studio della newsletter Sensible Medicine: identificare con maggiore precisione un’anomalia non significa ancora sapere se quella conoscenza debba tradursi in un intervento e, soprattutto, se quell’intervento migliorerà gli esiti che contano davvero per il paziente. “Lo ribadisco – arriva a concludere Mandrola – abbiate paura dell’imaging quando state bene“.
Come aveva ricordato Francesco Tona – cardiologo dell’Azienda Ospedale-Università di Padova – in un’intervista rilasciata qualche mese fa a CardioInfo, in una disciplina ad altissimo tasso di innovazione, la domanda più semplice – perché lo stiamo facendo? – rischia talvolta di diventare la meno frequente. Non perché procedure, imaging o algoritmi rappresentino un problema in sé, ma perché la semplice disponibilità di una tecnologia può trasformarsi talvolta nella ragione del suo utilizzo. La possibilità di misurare qualcosa tende a renderla importante; la possibilità di intervenire tende a suggerire che intervenire sia necessario.
Le linee guida dell’ESC (prossimamente, come di consueto, saranno disponibili le versioni pocket in italiano realizzate dal Pensiero Scientifico Editore) hanno, o dovrebbero avere, il compito di mettere ordine in questo contesto in continua evoluzione. Anche quelle presentate a Monaco nei giorni del congresso – sullo scompenso cardiaco, sulla riabilitazione cardiovascolare e sulla relazione tra malattia cardiovascolare e malattia renale cronica – traducono una quantità enorme di conoscenze in raccomandazioni, percorsi, classi di evidenza. Senza dubbio forniranno dei riferimenti utili per la pratica clinica.
Ma nessuna linea guida può risolvere completamente l’ultimo passaggio: quello nel quale la raccomandazione incontra una persona.
Una pagina del libro Modi di imparare di Iona Heath (Il Pensiero Scientifico Editore), nota medica britannica, scrittrice e figura di riferimento internazionale per la medicina generale e l’etica sanitaria, offre una formulazione particolarmente efficace di questo problema. Nel suo libro, Heath racconta la propria lunga relazione intellettuale con il critico d’arte, pittore e scrittore John Berger e si sofferma, a un certo punto, su un suo saggio del 1980 dedicato a Claude Monet. Parlando dei lillà dipinti dall’artista, Berger osserva come possano essere contemporaneamente precisi e vaghi. “La precisione innesca la nostra memoria visiva, mentre la vaghezza accoglie e fa spazio al ricordo quando si presenta”.
La medica britannica trasferisce quella intuizione alla medicina. Guardare un paziente, scrive, significa riuscire a vedere insieme “la precisione e la vaghezza”: ciò che rende quella persona irripetibile e, nello stesso tempo, ciò che in essa evoca altri pazienti, altre storie, altre conoscenze che possono aiutare a comprenderla. “La vaghezza – scrive Heath – evoca le generalizzazioni indiscriminate così comuni in medicina, in politica e nella vita: la precisione presta attenzione ai dettagli della vita e dell’esperienza“.
È difficile trovare un’immagine migliore per descrivere la distanza – e insieme la relazione necessaria – tra un congresso come ESC e la clinica di tutti i giorni. La ricerca procede attraverso generalizzazioni. Un trial deve necessariamente ridurre la complessità del reale, definire popolazioni, endpoint, criteri di inclusione ed esclusione. Deve trasformare migliaia di persone in un dato interpretabile. La forza dell’evidenza nasce proprio da questa capacità di astrarre dal particolare per individuare regolarità.
Alla Lenbachhaus, importante museo d’arte del capoluogo bavarese, la collezione del Blaue Reiter racconta il momento in cui la pittura europea comincia a mettere in discussione l’idea che conoscere il reale significhi semplicemente riprodurlo con maggiore fedeltà. Nelle vedute monacensi di Kandinsky dei primi anni del Novecento, la realtà rimane ancora riconoscibile, ma colori e forme cominciano a liberarsi dalla necessità di descriverla esattamente. Come se vedere di più richiedesse, paradossalmente, di rinunciare a una parte della precisione.
La clinica, però, deve compiere anche il percorso inverso. Il paziente che entra in ambulatorio non è la media dei partecipanti a uno studio. Ha un’età, una storia, altre malattie, aspettative, preferenze, paure. Può assomigliare molto alla popolazione di un trial e nello stesso tempo differirne proprio nel dettaglio che, per quella decisione, finirà per contare di più. Obiettivo della medicina non è solo descrivere fedelmente la realtà, ma anche imparare a cogliere ciò che sfugge a quella descrizione.
C’è infatti un equilibrio instabile tra ciò che è possibile misurare e ciò che è utile conoscere, tra innovazione e appropriatezza, tra standardizzazione e giudizio clinico. L’ESC Congress, come i moltissimi altri congressi dove si presentano le novità della ricerca scientifica, serve a spostare in avanti il confine della conoscenza. Nuove definizioni, nuovi studi, nuove tecnologie rendono la cardiologia ogni anno un po’ più capace di rappresentare, di vedere e di intervenire.
Ma la parte più difficile comincia subito dopo. Consiste nel riportare quella conoscenza al particolare senza perderne il rigore, nell’utilizzare le generalizzazioni senza trasformarle in automatismi, nel ricordare che dietro ogni rischio relativo, ogni immagine e ogni raccomandazione esiste una persona che non coincide mai completamente con il modello utilizzato per descriverla.

