Le guerre contemporanee non uccidono solo con le armi. Producono effetti sanitari, ambientali e sociali che si protraggono per decenni, colpendo in modo sproporzionato le popolazioni civili. È questo il filo conduttore dell’intervista , appena pubblicata su “Gli Asini”, di Enzo Ferrara a Pirous Fateh Moghadam, medico di sanità pubblica presso il Dipartimento di Prevenzione dell’Azienda sanitaria di Trento e studioso dell’impatto dei conflitti armati sulla salute, che offre una lettura epidemiologica e preventiva della guerra come fenomeno patogeno globale.
«Sanità pubblica ed epidemiologia studiano le cause di morte e di malattia e i fattori di rischio nella popolazione», spiega l’epidemiologo, «guerra e militarismo rientrano pienamente in questa definizione». I dati più recenti del Peace Research Institute di Oslo (PRIO) indicano che nel 2024 erano attivi 61 conflitti armati tra Stati, il numero più alto dal 1946. Alle morti dirette – centinaia di migliaia ogni anno – si sommano ferimenti, mutilazioni e un carico di sofferenza che grava su intere società.
Nel suo libro Guerra o salute (Il Pensiero Scientifico Editore, 2023), Fateh-Moghadam insiste sulla necessità di considerare non solo gli effetti diretti dei conflitti, ma soprattutto quelli indiretti, spesso più estesi e duraturi. La distruzione sistematica delle infrastrutture civili – reti idriche ed elettriche, strutture sanitarie, scuole, sistemi di smaltimento dei rifiuti, industrie e agricoltura – crea le condizioni per una crisi sanitaria permanente che non termina con il cessate il fuoco.
Per descrivere questo scenario, l’autore richiama il concetto di “biosfera della guerra”, elaborato dall’ingegnere idraulico Mark Zeitoun. Una biosfera in cui aria, acqua e suolo sono contaminati da metalli pesanti e sostanze cancerogene; in cui la diffusione di agenti infettivi è favorita da malnutrizione, affollamento e collasso dei servizi sanitari; in cui la salute mentale è costantemente minacciata dalla violenza e dall’incertezza. Gaza rappresenta oggi un esempio emblematico: la combinazione tra bombardamenti, interruzione dell’energia elettrica e blocco degli aiuti ha portato a un aumento di 36 volte dei casi di diarrea acuta e di quasi 400 volte dei casi di epatite A.
Un ruolo cruciale è giocato dall’uso di armi esplosive in aree densamente popolate, una pratica che rende di fatto impossibile il rispetto dei principi di distinzione e proporzionalità sanciti dal diritto internazionale umanitario. Non a caso, nel 2022 è stata adottata a Dublino una dichiarazione per rafforzare la protezione dei civili dagli effetti umanitari di queste armi, oggi firmata da 88 Stati, tra cui l’Italia. Tra gli assenti figurano Russia e Israele. «Spetta ai Paesi firmatari», ricordano i promotori, «sostenere l’appello a fermare l’uso di armi esplosive pesanti nelle aree popolate».
“La guerra provoca un aumento drammatico della quantità di rifiuti”, spiega Fateh-Moghadam nell’intervista di Enzo Ferrara. “Questi includono veicoli e altri equipaggiamenti militari danneggiati o abbandonati, frammenti di granate, veicoli civili, detriti edilizi e rifiuti domestici e sanitari non raccolti. Per non parlare delle mine ed altri ordigni non esplosi. Alcuni di questi rifiuti sono tossici, come i frammenti di granate, i rifiuti sanitari e i detriti edilizi contenenti amianto, policlorobifenili e metalli pesanti, e richiedono una gestione, un trasporto e uno smaltimento speciali che non possono essere garantiti nel contesto del conflitto.”
Pertanto, alle vittime immediate si aggiungono quelle future. Le macerie generate dalla guerra costituiscono un rischio sanitario spesso sottovalutato. Secondo una stima dell’UNEP, a Gaza il 78% dei 250.000 edifici è stato danneggiato o distrutto, producendo circa 61 milioni di tonnellate di detriti; fino al 15% potrebbe essere contaminato da amianto, rifiuti industriali o metalli pesanti. Un problema analogo riguarda l’Ucraina, dove l’amianto è stato vietato solo nel 2017 e dove, secondo l’UNDRR, fino al 60% dei tetti ne contiene ancora. Le fibre rilasciate durante crolli e incendi sono un fattore di rischio noto per mesoteliomi e tumori che emergeranno solo tra decenni.
Un altro capitolo centrale è quello della salute mentale. Le conseguenze psicologiche della guerra sono ben documentate tra i militari, dai primi casi di “shock da granata” della Prima guerra mondiale fino al PTSD dei veterani del Vietnam, dell’Iraq e dell’Afghanistan. Una meta-analisi su quasi 5 milioni di veterani indica una prevalenza di PTSD del 23%, con tassi di suicidio nettamente superiori a quelli della popolazione generale. Ma, sottolinea Pirous, la salute mentale dei civili esposti alla guerra è molto meno studiata, nonostante l’elevata incidenza di depressione, disturbi d’ansia, PTSD e abuso di sostanze, soprattutto tra donne, bambini, profughi e gruppi marginalizzati.
Di fronte a questo quadro, la conclusione è netta. «Anche chi non parte da una posizione di pacifismo di principio», dichiara Pirous Fateh-Moghadam nell’intervista, «se prende sul serio le evidenze scientifiche dovrebbe convergere su una postura pacifista». La guerra non è solo il contesto in cui avvengono crimini: «la guerra stessa è un crimine». Per la sanità pubblica, la prevenzione passa quindi anche dal contrasto al riarmo e al militarismo e dalla promozione di soluzioni pacifiche ai conflitti. Una prospettiva che chiama in causa non solo la politica, ma anche la responsabilità etica e professionale degli operatori della salute.
Erica Sorelli
Ufficio Stampa Il Pensiero Scientifico Editore


Condivido pienamente. Ottima riflessione.