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Il XXI secolo sarà il secolo del paziente

Il XXI secolo sarà il secolo del paziente. Ma quali sono i passi concreti ancora da fare perché sia davvero così? Quali cambiamenti attitudinali e assistenziali saranno richiesti nei prossimi anni a pazienti e operatori sanitari? Se ne è discusso in una tavola rotonda tra esperti organizzata dal British Medical Journal.

La tavola rotonda ha visto partecipare Fiona Godlee, direttrice del BMJ, Angela Coulter della Foundation for Informed Medical Decision Making, Albert Mulley del Dartmouth Center for Health Care Delivery Science, Glyn Elwyn della Cardiff University, Muir Gray del Department of Health e co-editor di “Better Doctors, Better Patients, Better Decisions: Envisioning Health Care 2020”, Marion Collict dell’NHS, Alf Collins del Taunton and Somerset NHS Foundation Trust, il medico di Medicina Generale Margaret McCartney, lo specializzando in Chirurgia Anu Dhir, Gerd Gigerenzer del Max Planck Institute for Human Behaviour, Lisa Schwartz e Steve Woloshin della Dartmouth Medical School, Dave deBronkart della Society for Participatory Medicine, Tessa Richards del BMJ, Sue Ziebland dell’Health Experiences Research Group dell’University of Oxford.

Nel dicembre 2010, in occasione del Seminario Globale di Salisburgo, è stato pubblicato il “Salzburg statement on shared decision making” che elenca una serie di azioni che medici e pazienti dovrebbero compiere insieme per rendere davvero il percorso terapeutico una realtà collaborativa.

Partendo proprio dall’importante documento, la discussione degli esperti ha toccato tutti gli aspetti della condivisione del processo decisionale. Spiega Angela Coulter: “Nonostante tutta la letteratura, nonostante le strategie di politica sanitaria, i pazienti continuano a sentirsi esclusi dal decision making: l’evidenza suggerisce che i medici sono sempre più bravi a illustrare i benefici di una determinata scelta terapeutica piuttosto che gli aspetti negativi e le controindicazioni”. Per Albert Mulley è un problema culturale: “Non bisogna sottovalutare le resistenze al cambiamento esercitate dal mondo degli operatori sanitari ma anche dai pazienti, dal pubblico e dai decisori politici. E poi anche la persona più assertiva cerca di sfuggire l’assunzione di una responsabilità medica, soprattutto se intuisce che l’outcome potrebbe essere negativo. Gli outcome negativi fanno più male quando ti senti responsabile della scelta terapeutica che li ha determinati”. Ancora Angela Coulter: “La classica scusa dei colleghi è: i miei pazienti non ne vogliono sapere. Oppure si dà per scontato che la condivisione delle scelte sia appannaggio esclusivo dei pazienti ben informati e non interessi la fasce deboli o i pazienti non scolarizzati. Non solo questo è sbagliato, ma le persone svantaggiate sono proprio quelle che hanno più da guadagnare da un percorso decisionale condiviso”. Come calare tutto questo nella pratica clinica quotidiana? Margaret McCartney è scettica: “La condivisione delle scelte non è cosa per le situazioni d’emergenza. Anzi, forse è più adatta ai pazienti sani che a quelli malati”. Ma Glyn Elwyn avverte: “Sono molto poche le situazioni in cui dobbiamo prendere decisioni immediatamente. La verità è che il sistema deve cambiare affinché la condivisione delle scelte terapeutiche sia incorporata a livello strutturale e organizzativo nell’assistenza sanitaria”.

Fonte: Gulland A. Welcome to the century of the patient. BMJ 2011; 342:d2057 doi: 10.1136/bmj.d2057.

david frati

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